Revisiting the triggers of all GLOF events since 1950 in the Himalaya
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Tra i titoli dedicati alla catastrofe avvenuta in Nepal, ho trovato particolarmente di cattivo gusto quello del Manifesto: “Si chiama Glof la pistola climatica puntata sui nepalesi. Ed è già carica”.
Nell’articolo non viene fatto alcun accenno al fatto che il fenomeno denominato “Glof” – acronimo di “Glacial Lake Outburst Floods” (inondazioni causate dalla rottura degli argini dei laghi glaciali) – abbia una lunga storia. E così anche “La Repubblica” è già giunta a conclusioni decisamente chiare: Nepal, l’esperto: “Una bomba di ghiaccio caduta da 1.400 metri a causa del caldo”
Non meno inequivocabile è la colorazione di questo servizio video del Tgcom24.
Ratopati, un noto portale di notizie online del Nepal, tratta in modo approfondito le catastrofi nepalesi legate ai ghiacciai e ai laghi glaciali. A partire dal 1935, ricostruisce i casi precedenti di «inondazioni da rottura di laghi glaciali» (GLOF) in Nepal, anziché limitarsi solo all’evento più recente, offrendo così un quadro interpretativo complessivo degli avvenimenti attuali.
Inondazioni da tracimazione di laghi glaciali (GLOF) in Nepal: storia, crisi attuale e futuro
Kathmandu. Il Nepal non ha mai visto l’Himalaya semplicemente come una risorsa naturale o un’attrazione turistica: le montagne sono la base stessa della civiltà, dei fiumi, dell’agricoltura, dell’energia idroelettrica, della cultura e della vita del paese.
Ma l’Himalaya, un patrimonio di fede culturale che fornisce acqua a milioni di persone, si sta trasformando in una fonte di inondazioni distruttive a causa del dolore dello scioglimento dei ghiacci. Con il ritiro dei ghiacciai, l’acqua può accumularsi davanti o ai loro lati, formando laghi glaciali. Questi laghi sono solitamente trattenuti da “morene” deboli: dighe naturali fatte di roccia, terra e ghiaccio.
Quando si verificano valanghe, cadute di massi, piogge eccessive, terremoti o l’indebolimento delle dighe moreniche, il lago può rompersi improvvisamente. Questo fenomeno è noto come GLOF (Glacial Lake Outburst Flood, inondazione da tracimazione di un lago glaciale).
Queste piene sono diverse dalle normali inondazioni fluviali: trasportano a valle ghiaccio, rocce, terra e un enorme volume di detriti insieme all’acqua. Guardando alla storia del Nepal, non si tratta di un pericolo nuovo; tuttavia, la sua natura è cambiata negli ultimi decenni. Il pericolo non risiede solo nello scoppio dei laghi glaciali, ma nella stessa instabilità della struttura fisica dell’Himalaya.
I disastri himalayani che il Nepal affronta da decenni
Il Nepal ha una lunga storia di disastri legati ai ghiacciai e ai laghi glaciali. Il profilo di rischio del governo nepalese indica che tra il 1935 e il 1991 sono stati registrati 14 eventi GLOF nel paese. Studi dettagliati più recenti mostrano che dal 1977 sono stati registrati 26 eventi GLOF in Nepal, 14 dei quali hanno avuto origine nel territorio nazionale.
Ciò significa che le improvvise e distruttive alluvioni nei fiumi himalayani del Nepal non possono essere comprese esclusivamente in relazione ai monsoni, ai nubifragi o alle precipitazioni eccessive.
1977: L’incidente del lago Imja
Il GLOF originato dal lago glaciale Imja, nel bacino idrografico del Dudh Koshi, il 3 settembre 1977, è uno dei primi eventi significativi registrati in Nepal. Un recente rapporto sul clima e sulle inondazioni del governo nepalese afferma che quando la diga morenica del lago Imja si è rotta, sono stati rilasciati improvvisamente circa quattrocentomila metri cubi d’acqua, con un picco di portata che ha raggiunto circa 800 metri cubi al secondo. Quell’evento è stato un avvertimento: ha insegnato che il rischio di un lago formatosi nell’Himalaya può estendersi molto al di sotto della sua posizione geografica.
1980: Nagma Pokhari
Nel 1980 si registra la rottura del Nagma Pokhari, nel bacino del Tamor, nella zona di Taplejung. Ancora più importante è il fatto che questi laghi possono tornare a riempirsi d’acqua dopo essere esplosi. Studi dell’ICIMOD hanno dimostrato che è necessario un monitoraggio continuo del Nagma Pokhari e di altri laghi glaciali rigenerati, rivelando un fatto scientifico cruciale: il rischio di un lago glaciale non è un evento isolato, un pericolo unico. A causa della geomorfologia e del cambiamento climatico, quel pericolo può ripresentarsi ripetutamente.
1981: La piena dello Jhangjhangbo e il disastro transfrontaliero
L’11 luglio 1981, la rottura del lago glaciale Jhangjhangbo (o Tsirenma), in Tibet, ha colpito il Nepal. L’incidente ha danneggiato il Ponte dell’Amicizia che collega Nepal e Cina e importanti infrastrutture nel bacino del Sun Koshi. Questo evento ha avuto un’importanza particolare per il paese perché, sebbene la fonte del disastro si trovasse al di fuori dei confini nepalesi, il Nepal ne ha dovuto sopportare la distruzione.
L’episodio ha anche messo in luce una dura realtà geopolitica: mentre l’Himalaya è diviso da confini politici, l’acqua e i disastri non riconoscono barriere. Nel comprendere il rischio osservato oggi nella regione tra il Rasuwa e il Tibet, l’incidente del 1981 rappresenta un contesto storico di fondamentale importanza.
1985: Dig Tsho – Un esempio di disastro himalayano in Nepal
L’evento più discusso nella storia dei GLOF nepalesi è l’esondazione del lago glaciale Dig Tsho, avvenuta il 4 agosto 1985. Nel lago Dig Tsho, nella regione del Khumbu, una grande valanga caduta da monte ha generato un’onda gigantesca che ha rotto la diga morenica, scatenando un’alluvione distruttiva verso il fiume Dudh Koshi. L’evento ha causato ingenti danni al piccolo progetto idroelettrico di Namche, a ponti, case, terreni coltivabili e altre infrastrutture. Sebbene le stime dei danni varino nei diversi studi, questo evento ha dato avvio a serie ricerche scientifiche e governative sui rischi GLOF nel paese.
Una lezione appresa da Dig Tsho è che un lago potrebbe non esplodere da solo: una valanga a monte può causare distruzione nel giro di pochi minuti. Secondo gli studi dell’ICIMOD, più della metà dei GLOF registrati nell’Himalaya sono innescati da fenomeni come valanghe, cadute di massi o frane.
1998: Tam Pokhari – Un altro avvertimento
Nel settembre del 1998, una valanga caduta nel Tam Pokhari ha creato una grande onda che ha rotto la diga morenica. Secondo l’ICIMOD, quel GLOF ha causato danni per circa 156 milioni di rupie e la perdita di vite umane. Di conseguenza, le esondazioni dei laghi glaciali non sono episodi isolati, ma eventi ricorrenti in vari bacini idrografici della regione himalayana del Nepal.
Dai laghi glaciali alle valanghe: il pericolo diventa più complesso
Se guardiamo ai passati eventi GLOF, la domanda principale era solitamente: Quale lago potrebbe esplodere? Ma oggi gli interrogativi sono molto più complessi: Quale ghiacciaio sta diventando instabile? Quale morena si sta indebolendo? Quale pendio potrebbe crollare? Quale valanga potrebbe innescare un’onda in un lago? E fino a dove arriverà quell’inondazione?
Per questo motivo, i moderni disastri himalayani non possono essere compresi semplicemente come GLOF. Essi possono manifestarsi come una serie di eventi concatenati che includono valanghe, cadute di massi, sghiacciamento del permafrost, esondazioni di laghi glaciali, alluvioni lampo e colate di detriti nei fiumi.
Prove che i disastri possono essere prevenuti
Il Nepal non ha solo subito catastrofi, ma è anche riuscito a mitigarne alcuni rischi. Il lago glaciale Imja, nella regione dell’Everest, è stato a lungo identificato come un bacino ad alto rischio. Gli sforzi per ridurne il livello dell’acqua sono stati intrapresi con il sostegno del governo nepalese, dell’UNDP e di altre organizzazioni partner. Secondo l’ICIMOD, i lavori per abbassare il livello dell’acqua del lago Imja a una soglia di sicurezza si sono conclusi con successo nel novembre 2016.
Questa esperienza dimostra che i disastri non sono inevitabili. L’identificazione dei rischi, il monitoraggio scientifico, i sistemi di allerta precoce e la preparazione possono ridurre l’entità della distruzione. Tuttavia, non è possibile intervenire allo stesso modo su tutti i laghi ad alto rischio: difficoltà geografiche, costi, impatti ambientali e rischi transfrontalieri complicano ulteriormente la ricerca di soluzioni.
Il ghiaccio himalayano diminuisce e il rischio aumenta
Nel comprendere la storia dei GLOF, il cambiamento climatico non può essere ignorato. Secondo l’HKH Glacier Outlook 2026 dell’ICIMOD, il tasso di perdita di ghiaccio glaciale nella regione dell’Hindu Kush Himalaya ha subito un’accelerazione a partire dal 2000.
Tra il 1990 e il 2020, i ghiacciai hanno perso circa il 12% della loro superficie e stimato il 9% delle loro riserve di ghiaccio. Dal 1975, lo spessore del ghiaccio in alcuni ghiacciai monitorati è diminuito fino a 27 metri. Ancora più preoccupante è il fatto che, nei 50 anni di registrazioni di 38 ghiacciai monitorati, circa l’89% degli anni ha mostrato un bilancio di accumulo di ghiaccio negativo: significa che è andato perso più ghiaccio di quanto ne sia stato accumulato.
Con il ritiro dei ghiacciai, l’acqua si accumula nei nuovi spazi che si aprono di fronte ad essi, formando potenzialmente laghi glaciali nuovi o più grandi. Molti laghi ad alto rischio in Nepal sono legati a questo processo. Le ricerche dell’ICIMOD hanno valutato la pericolosità di 21 potenziali laghi glaciali pericolosi nell’Himalaya nepalese, indicando che eventuali GLOF provenienti da Tsho Rolpa, Lower Barun e Thulagi potrebbero avere un impatto severo su aree residenziali, strade e terreni agricoli.
L’UNDP e l’ICIMOD stanno attualmente lavorando su sistemi di allerta precoce, capacità istituzionali e misure strutturali e non strutturali per Thulagi, Lower Barun, Lumding Tso e Hongu-2, considerati laghi glaciali particolarmente pericolosi.
Pertanto, definire la crisi himalayana odierna semplicemente come la “paura dello scoppio dei laghi glaciali” è riduttivo. Si tratta, in realtà, di un rischio combinato: ghiacciai-laghi glaciali-valanghe-fiumi-insediamenti-infrastrutture.
2023: Il duro avvertimento dal Sikkim
Per comprendere i rischi himalayani transfrontalieri per il Nepal, l’esondazione del lago glaciale South Lhonak, nel Sikkim (India), nell’ottobre 2023, costituisce un esempio fondamentale. Secondo gli studi scientifici, gran parte della morena instabile è crollata nel lago, generando un’onda simile a uno tsunami alta circa 20 metri. I dati mostrano che circa 500 milioni di metri cubi d’acqua sono defluiti a valle trasportando una grande quantità di sedimenti.
L’incidente ha causato danni diffusi a strade, ponti, insediamenti e infrastrutture idroelettriche nella valle del Teesta, rivelando un’altra dura verità sull’Himalaya: il pericolo dei laghi glaciali non risiede solo nel volume d’acqua, ma nella potenza distruttiva moltiplicata dalle rocce, dal terreno, dal ghiaccio e dalle infrastrutture che essa trascina con sé.
2025: Una nuova alluvione dal Tibet evidenzia il rischio transfrontaliero
L’analisi dell’ICIMOD sulla piena nella zona del Bhote Koshi nel luglio 2025 ha indicato che la causa principale è stata l’improvvisa liberazione d’acqua da un “lago superglaciale” – un lago formatosi sopra o all’interno di un ghiacciaio – situato in Tibet. L’alluvione ha danneggiato infrastrutture tra cui il Ponte dell’Amicizia Nepal-Cina, rievocando in chiave moderna la storia dell’incidente dello Jhangjhangbo del 1981.
Ciò dimostra che l’Himalaya è condiviso, i fiumi sono condivisi e anche il rischio di disastri è condiviso. Pertanto, lo scambio di dati su laghi glaciali, ghiacciai, meteo e fiumi tra Nepal e Cina non è solo una questione di cooperazione diplomatica: è una questione di vita o di morte.
2026: La tragedia del Rasuwa – Un nuovo capitolo nei disastri himalayani
La distruttiva alluvione lampo nell’area di confine tra Rasuwa e Tibet, avvenuta il 26 agosto 2026, ha intensificato ulteriormente questo dibattito. Un’analisi scientifica preliminare suggerisce che l’evento potrebbe differire da una normale inondazione monsonica: le immagini satellitari mostrano che gran parte di un ghiacciaio situato a un’altitudine di circa 5.200 metri è crollata, precipitando per circa 1.200 metri. Gli scienziati stimano che un flusso rapidissimo di ghiaccio, rocce e detriti sia penetrato nel sistema fluviale.
Poiché la ricerca è ancora in corso, ci vorrà tempo per giungere a conclusioni definitive sulla causa ultima dell’evento. Trovandosi ancora nella fase di soccorso e valutazione dei danni, il bilancio dei morti e dei dispersi è in costante evoluzione. I rapporti preliminari indicano danni umani e materiali significativi sia sul versante nepalese che su quello tibetano.
Se l’indagine scientifica definitiva confermerà il crollo del ghiacciaio e la conseguente valanga roccia-ghiaccio come causa principale, questo evento segnerà un’altra svolta cruciale per il Nepal. La domanda questa volta non è più solo “Quale lago glaciale è esploso?”, bensì: “Se l’Himalaya stesso diventa instabile e collassa, quanto siamo pronti ad affrontarlo?”
L’aspetto grave dei disastri himalayani: il rischio si sposta a valle
La presenza umana nell’Himalaya è aumentata. Strade, impianti idroelettrici, hotel, sentieri di trekking, ponti, centri commerciali e insediamenti si sono espansi in valli fluviali ad alto rischio. Secondo i registrazioni regionali dell’ICIMOD, negli ultimi 190 anni circa oltre 7.000 persone sono morte a causa dei GLOF nell’Hindu Kush Himalaya.
Inoltre, con la recente espansione delle infrastrutture nelle regioni himalayane elevate, aumenta anche il valore dei beni a rischio. Ciò significa che, mentre il cambiamento climatico accresce il pericolo, lo sviluppo fisico incrementa il numero di persone e beni esposti. Di conseguenza, i disastri futuri non saranno semplici “calamità naturali”, ma il risultato combinato di rischi naturali e negligenza umana.
Qual è la sfida del Nepal adesso?
Il Nepal deve ora agire su tre livelli:
Monitoraggio continuo: È necessario mantenere un controllo costante su ghiacciai e laghi glaciali attraverso il monitoraggio satellitare regolare di tutti i bacini potenzialmente pericolosi, rilievi con droni, misurazioni automatiche del tempo e dei livelli dell’acqua, e studi geomorfologici dell’alta montagna.
Sistemi di allerta precoce estesi: Il paese deve estendere i sistemi di allerta precoce fino alle parti più basse dei fiumi. Nel giro di pochi minuti da un evento glaciale, le informazioni sulle piene devono raggiungere gli insediamenti a valle: non basta avvisare la capitale o l’amministrazione distrettuale, l’allarme immediato deve arrivare direttamente nelle mani degli abitanti dei villaggi a rischio.
Un nuovo modello di sviluppo: La costruzione non pianificata di strade, ponti, impianti idroelettrici e insediamenti lungo le sponde fluviali ad alto rischio può rivelarsi estremamente costosa nel lungo termine. Nella pianificazione di ogni opera, bisogna chiedersi non solo “Com’è il fiume oggi?”, ma “Come sarà questo fiume se un lago glaciale dovesse esplodere?”
Una soluzione interna al Nepal potrebbe non bastare
L’Hindu Kush Himalaya, esteso tra Nepal, Cina, India e Bhutan, costituisce un unico sistema idro-geografico. Lo scioglimento dei ghiacciai non riconosce i confini, i laghi glaciali non chiedono il passaporto e le inondazioni non si fermano ai posti di blocco doganali.
Pertanto, la cooperazione scientifica regionale è essenziale per affrontare i disastri himalayani. La collaborazione tra Nepal e Cina sul monitoraggio satellitare, sui livelli dei fiumi, sulle previsioni meteorologiche e sullo scambio in tempo reale di informazioni sulle piene improvvise deve essere ulteriormente institutionalizzata, estendendo analoghe intese anche a India e Bhutan. Non si tratta solo di cooperazione ambientale, ma della base stessa della sicurezza umana nell’Himalaya.
La domanda cruciale: per quanto tempo salveremo l’Himalaya?
Considerare la crisi himalayana semplicemente come un “rischio di inondazione” sarebbe un errore. Con il rapido scioglimento dei ghiacciai, la disponibilità d’acqua potrebbe inizialmente sembrare in aumento; tuttavia, sul lungo periodo, con il restringimento dei ghiacciai, l’acqua che fluisce nei fiumi durante la stagione secca potrebbe diminuire, con impatti a lungo termine su agricoltura, acqua potabile, energia idroelettrica ed ecosistemi.
FONTE https://english.ratopati.com/story/76709/the-mountain-is-repeatedly-giving-warnings
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VEDI ANCHE: uno studio molto pertinente: “Revisiting the triggers of all GLOF events since 1950 in the Himalaya”, pubblicato su Natural Hazards (Springer) l’11 febbraio 2026 (vol. 122, art. 144). ideas.repec
PUNTI SALIENTI
– Nell’Himalaya, la maggior parte degli eventi di precipitazioni estreme si verifica tra giugno e agosto.
– Il presente studio conferma la causa scatenante del GLOF del lago Ranzeria Co.
– I terremoti hanno contribuito a innescare i GLOF di Dig Tsho (2015) e Tama Pokhari (1998).
– Il GLOF di Yindapu Co è stato innescato da valanghe di ghiaccio, non dal fenomeno del «piping».
– Non esiste alcuna relazione statisticamente significativa tra l’aumento della temperatura e i GLOF.
https://link.springer.com/article/10.1007/s11069-025-07888-8
Nessun luogo come Simalchaur simboleggia meglio la catastrofe avvenuta in Nepal, dove il distacco di un ghiacciaio dalle vette himalaiane ha ucciso centinaia di persone nelle valli appena sotto. Perché, certo, è stato un “disastro naturale” e gli scienziati ci diranno quanto ha pesato il cambiamento climatico (molto, secondo le prime analisi). Ma se il disastro ha raggiunto queste dimensioni è anche – o soprattutto – per quello che è successo in Nepal negli ultimi vent’anni, per l’inurbazione rapidissima dai villaggi di montagna verso i centri di sviluppo economico, gli impianti idroelettrici e le nuove aree commerciali.
Una questione che merita di essere inclusa nelle indagini.
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