Il documentario di Abby Martin, *Earth’s Greatest Enemy*, denuncia l’esercito degli Stati Uniti come il singolo più grande inquinatore istituzionale al mondo. Il film rivela come il Pentagono sia esente dagli accordi globali ed esplora il degrado ambientale causato dalle sue operazioni. Co-diretto con Mike Prysner, questo documentario d’inchiesta mette in discussione le narrazioni convenzionali sul cambiamento climatico, descrivendo in dettaglio il costo ecologico della militarizzazione globale. I servizi principali che lo offrono includono Apple TV e Prime Video. Il film è disponibile anche su Watermelon Pictures e su Google Play. VEDI https://earthsgreatestenemy.com/
«Uno dei documentari più incisivi che abbia mai visto sull’esercito americano contemporaneo.» Oliver Stone
Per quale motivo i militari statunitensi sono il “più grande nemico della Terra” (con Abby Martin) |
Nel nuovo film di Abby Martin, “Earth’s Greatest Enemy”, l’autrice mostra come l’esercito americano abbia scatenato morte, devastazione e più inquinamento di qualsiasi altra istituzione al mondo ai danni della popolazione globale. Questa intervista è disponibile anche sulle piattaforme podcast e su Rumble.
Nel loro documentario più recente, “Earth’s Greatest Enemy”, Abby Martin e Mike Prysner analizzano l’esercito statunitense non solo come il principale consumatore mondiale di combustibili fossili, ma anche come il più grande responsabile al mondo di devastazione ecologica, oltre che motore dell’aumento delle emissioni di carbonio e della militarizzazione in altri Paesi. In questo episodio di The Chris Hedges Report, Chris Hedges discute con Abby Martin del nuovo film e del motivo per cui esso costituisce uno strumento importante nella lotta globale contro l’imperialismo.
Oltre alle emissioni dirette di carbonio generate dall’alimentazione di navi da guerra, bombardieri, carri armati, dalla vasta rete di basi straniere e altro ancora, nel lungometraggio la Martin svela la quantità di emissioni indirette di carbonio prodotte dalla catena di approvvigionamento militare-industriale, dall’estrazione di materie prime nei Paesi del Sud del mondo fino alle fabbriche che producono armi ed equipaggiamento. La Martin discute inoltre dell’impronta tossica dell’esercito statunitense sia in patria che all’estero, che avvelena terra e acqua lasciando dietro di sé un’eredità di malattie e morte, e degli sforzi compiuti dal Pentagono per negare le proprie responsabilità ed evitare di risarcire le sofferenze causate. Ella afferma: “Ogni base è una storia di sversamenti tossici, con i soldati usati come cavie da laboratorio.”
Hedges e Martin parlano dell’esercito americano come del braccio armato del capitale globale, in particolare per le aziende di combustibili fossili e la grande industria agroalimentare, che “impone i diktat del capitalismo globale in tutto il mondo sotto la minaccia di un’arma nucleare.” Essi descrivono il “suicidio collettivo” di un sistema insostenibile che utilizza combustibili fossili per proteggere gli interessi e favorire l’espansione dell’industria dei combustibili fossili stessi. E spiegano l’effetto boomerang imperiale di “un impero militare globale che agisce come una società a scopo di lucro”, la quale fornisce armi in surplus “a entità come l’ISIS o i talebani, oppure alle forze di polizia locali qui negli Stati Uniti, le quali a loro volta brutalizzano e soggiogano le rispettive popolazioni.”
L’intervista si conclude con una riflessione su ciò che si può fare per invertire la rotta. Hedges e Martin concordano sul fatto che un ostacolo importante sia rappresentato dalla mancanza di un partito di opposizione al potere. Nemmeno i democratici più progressisti sono disposti ad affrontare il complesso militare-industriale. Tuttavia, la Martin trova speranza nel crescente sostegno al socialismo e nella consapevolezza sempre più diffusa che “Gaza sia in realtà il tessuto connettivo della nostra liberazione in tutto il mondo.” Aggiunge inoltre: “Nutro un ottimismo rivoluzionario nel vedere persone che mettono a repentaglio la loro carriera… Dobbiamo essere militanti. Dobbiamo essere orgogliosi e fiduciosi riguardo al nostro antimperialismo.”
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