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È vero che anche persone piuttosto istruite non sanno cosa sia la geoingegneria; sembra che non abbiano mai sentito parlare di questo concetto. Questo riflette una grande lacuna di conoscenza. Avevo riferito della moratoria a Nagoya, avevo persino avuto l’opportunità di intervistare Pat Mooney, presidente dell’ETC Group, che ha promosso la moratoria. Tuttavia, questa moratoria non ha alcun valore giuridico vincolante.
Gli Stati Uniti si sono distinti, come già con l’Accordo di Kyoto, per la loro posizione fuori dal coro, non hanno firmato. Devo precisare; gli Stati Uniti d’America hanno firmato il Protocollo di Kyoto. Tuttavia, non hanno mai ratificato il Geoengineering Moratorium,
rendendo di fatto la firma non vincolante. La posizione di Trump nel dibattito sul clima e nelle decisioni in questo ambito non è quindi una novità.

Come spiegava nel 2012 Pat Mooney a Firenze, in un’ intervista rilasciata dietro le quinte a NoGeoingegneria, si è trattato di un accordo con valore relativo, proprio perché gli Stati Uniti non hanno ratificato la Convenzione.

A questo proposito va osservato che anche la Convenzione ENMOD dovrebbe essere rinnovata e sicuramente ampliata nei contenuti, cosa che però non sta avvenendo, proprio alla luce della problematica del geoingegneria. 

L’ENMOD È L’UNICA CONVENZIONE CHE REGOLI LE TECNICHE DI MODIFICAZIONE CLIMATICA – È NON È STATA AGGIORNATA

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Da 15 anni è in vigore una moratoria internazionale contro la geoingegneria: perché il pubblico non ne sa quasi nulla?

L’autore statunitense e critico dell’OMS James Roguski ha richiamato l’attenzione su un fatto degno di nota, che trova pochissimo spazio nei principali mezzi di informazione: già il 29 ottobre 2010, quasi tutti gli Stati del mondo hanno approvato, nell’ambito della Convenzione sulla Diversità Biologica (Convention on Biological Diversity, CBD), una moratoria di fatto contro gli interventi di geoingegneria climatica su larga scala. Da allora questa moratoria è stata ribadita più volte, l’ultima nel 2024. Eppure, l’esistenza di questo accordo internazionale sembra essere pressoché sconosciuta al di fuori degli ambienti specialistici.

Proprio questo fatto solleva una domanda fondamentale: perché quasi tutti i governi del mondo approvano una moratoria su una tecnologia della cui esistenza o importanza si parla così poco in pubblico?

Che cosa è stato deciso realmente nel 2010?

Durante la 10ª Conferenza delle Parti (COP10), svoltasi a Nagoya, in Giappone, gli Stati aderenti hanno adottato all’unanimità la Decisione X/33, paragrafo 8(w).

Il testo stabilisce che non dovrebbero essere attuate misure di geoingegneria climatica finché non siano disponibili:

  • una solida base scientifica;

  • meccanismi internazionali di controllo trasparenti;

  • una valutazione completa delle conseguenze ecologiche, sociali, economiche e culturali.

Fanno eccezione soltanto piccoli progetti di ricerca scientifica condotti in condizioni rigorosamente controllate.

Non si tratta di un divieto assoluto a livello mondiale, bensì di un principio di precauzione riconosciuto a livello internazionale, che rinvia gli interventi su larga scala sul sistema climatico finché i relativi rischi non siano stati sufficientemente chiariti.

La moratoria è stata confermata più volte

Contrariamente a quanto molti credono, non si tratta di una semplice dichiarazione del 2010.

Gli Stati parte hanno confermato nuovamente questa posizione nelle successive conferenze:

  • 2012 (COP11)

  • 2016 (COP13)

  • 2024 (COP16)

Di conseguenza, questo consenso internazionale è in vigore da oltre 15 anni.

Che cosa intende l’ONU per geoingegneria?

Particolarmente interessante è la definizione adottata.

Secondo i documenti della CBD, il termine geoingegneria non comprende soltanto tecniche come l’immissione di aerosol nella stratosfera per ridurre la radiazione solare (Solar Radiation Management – SRM), ma più in generale tutte le tecnologie su larga scala che intervengono deliberatamente sul sistema climatico.

Rientrano in questa definizione anche i metodi per la rimozione massiccia di anidride carbonica dall’atmosfera, qualora possano avere effetti sulla biodiversità.

In altre parole, le Nazioni Unite non considerano la geoingegneria una fantasia da fantascienza, bensì una questione reale di natura politica e regolatoria da molti anni.

Gli Stati Uniti seguono una strada diversa

Un altro aspetto merita particolare attenzione.

Gli Stati Uniti figurano tra i pochi Paesi che hanno firmato la Convenzione sulla Diversità Biologica senza mai ratificarla. Di conseguenza, non sono Parte della Convenzione e non sono giuridicamente vincolati dalle decisioni adottate al suo interno.

Mentre quasi tutti gli altri Stati sostengono la moratoria, gli Stati Uniti portano avanti da anni programmi di ricerca sulla Solar Radiation Modification (SRM). A tale scopo, la NOAA ha ricevuto specifici finanziamenti federali.

Parallelamente, gli Stati Uniti hanno ripetutamente respinto, in sede internazionale, iniziative volte a introdurre norme globali più rigorose o ulteriori restrizioni sul geoingegneria solare.

Anche il governo statunitense parla apertamente di geoingegneria

È particolarmente significativo il fatto che perfino l’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti (EPA) abbia pubblicato proprie pagine informative sull’argomento.

In esse viene dichiarato espressamente:

  • che la moratoria della CBD esiste;

  • che la NOAA conduce ricerche sulla geoingegneria solare;

  • che la geoingegneria solare non deve essere confusa con le normali scie di condensazione degli aeromobili;

  • e che, per quanto a conoscenza dell’EPA, attualmente non risulta alcun impiego su larga scala da parte del governo degli Stati Uniti.

Questo dimostra che la geoingegneria è ormai oggetto dell’attenzione delle autorità ufficiali e della regolamentazione internazionale, e non soltanto di speculazioni marginali nel dibattito pubblico.

La vera domanda non è più se la geoingegneria esista

Nel dibattito pubblico ci si concentra spesso sulla questione se la geoingegneria sia reale.

I documenti internazionali mostrano però una realtà diversa.

Da anni le Nazioni Unite, le autorità ambientali, le accademie scientifiche e i governi discutono delle condizioni alle quali la geoingegneria potrebbe eventualmente essere autorizzata.

L’esistenza di programmi di ricerca, di dibattiti politici e di decisioni internazionali non viene negata dalle stesse istituzioni coinvolte.

La vera controversia, quindi, non riguarda più se la geoingegneria esista, ma come, quando e persino se un suo eventuale impiego su larga scala possa mai essere considerato responsabile.

Perché se ne parla così poco?

È proprio qui che si concentra la critica di James Roguski.

Se quasi tutti gli Stati del mondo hanno approvato nel 2010 una moratoria contro la geoingegneria climatica su larga scala e l’hanno successivamente confermata più volte, sorge inevitabilmente la domanda sul perché questo fatto riceva così scarsa attenzione nei mezzi di informazione.

Mentre si parla quasi quotidianamente di obiettivi climatici, tasse sulla CO₂ o sistemi di scambio delle emissioni, una moratoria internazionale contro gli interventi deliberati sul sistema climatico rimane largamente ignorata.

Al contrario, il dibattito viene spesso ridotto alla contrapposizione tra “scie chimiche” e “teorie del complotto”.

In questo modo si perde di vista il nodo politico della questione: da oltre quindici anni esiste un consenso internazionale ispirato al principio di precauzione, secondo cui gli interventi di geoingegneria su larga scala potrebbero essere autorizzati soltanto nel rispetto di condizioni estremamente rigorose.

Conclusioni

L’intervento di James Roguski richiama l’attenzione su un fatto poco conosciuto ma ben documentato: quasi tutta la comunità internazionale ha concordato già nel 2010 di non autorizzare, in via precauzionale, interventi di geoingegneria climatica su larga scala finché non siano soddisfatti fondamentali requisiti scientifici, ecologici e normativi.

Il fatto che questa moratoria sia stata confermata più volte fino a oggi e continui tuttavia a ricevere scarsa attenzione pubblica solleva interrogativi legittimi sulla trasparenza e sul dibattito pubblico.

Indipendentemente dal giudizio politico che ciascuno può esprimere sulla geoingegneria, l’esistenza di questa decisione internazionale fondata sul principio di precauzione rappresenta un elemento rilevante della politica climatica globale e meriterebbe una discussione pubblica molto più ampia.

Fonte: Nearly Every Nation on Earth Agreed to a Moratorium on Geoengineering in 2010

FONTE DEL RIASSUNTO 

STOP GEOENGINEERING – GIU’ LE MANI DA MADRE TERRA ( INTERVISTA CON PAT MOONEY DELL’ ETC-GROUP)

INTERVISTA A PAT MOONEY, PRESIDENTE DELL’ETC GROUP, A CURA DI MARIA HEIBEL

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Il termine “geoingegneria” è stato definito nell’accordo della Convenzione sulla diversità biologica del 29 ottobre 2010:

Fatte salve future deliberazioni sulla definizione delle attività di geoingegneria, fermo restando che qualsiasi tecnologia che riduca deliberatamente l’insolazione solare o aumenti il sequestro del carbonio dall’atmosfera su larga scala e che possa incidere sulla biodiversità (esclusa la cattura e lo stoccaggio del carbonio derivante dai combustibili fossili quando cattura l’anidride carbonica prima che venga rilasciata nell’atmosfera) dovrebbe essere considerata una forma di geoingegneria rilevante ai fini della Convenzione sulla diversità biologica, fino a quando non sarà possibile elaborare una definizione più precisa. Si osserva che l’insolazione solare è definita come la misura dell’energia della radiazione solare ricevuta su una data superficie in una data ora e che il sequestro del carbonio è definito come il processo di aumento del contenuto di carbonio in un serbatoio o bacino diverso dall’atmosfera.

https://www.cbd.int/decision/cop?id=12299

https://www.cbd.int/doc/decisions/cop-10/cop-10-dec-33-en.pdf

PER CHI VUOLE APPROFONDIRE VEDI QUI

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