Uno studio propone sei satelliti in orbita geosincrona per ridurre gli effetti delle tempeste geomagnetiche

Il progetto è uno scudo al plasma per ridurre l’impatto delle tempeste solari sulla Terra. Lo studio, pubblicato su Space Weather, descrive un sistema basato su satelliti in orbita geosincrona. Non sarebbe una barriera fisica come nei film, ma un intervento mirato sul modo in cui il campo magnetico terrestre assorbe una tempesta geomagnetica. Il piano prevede il lancio di satelliti in orbita geostazionaria equipaggiati con grandi serbatoi contenenti materiali come litio, bario, sodio o persino acqua salata. In caso di allerta per una forte tempesta solare, i satelliti rilascerebbero il loro contenuto nello spazio. Il nostro pianeta è diventato un enorme laboratorio nelle mani di folli.

Da diversi decenni vengono regolarmente condotti esperimenti per creare nubi di plasma artificiale nella ionosfera e nell’alta atmosfera. Vengono rilasciati vapori metallici (come appunto bario o litio) da razzi o satelliti. I gas ionizzati dalla luce solare creano nubi luminose e traccianti usate per studiare il campo magnetico terrestre, le aurore e le comunicazioni radio. In questo contesto opera anche HAARP https://www.nrl.navy.mil/Media/News/Article/2563257/nrl-scientists-produce-densest-artificial-ionospheric-plasma-clouds-using-haarp/

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Difesa planetaria dalle tempeste solari: arriva lo scudo al plasma

Brian Walsh ha guardato come la magnetosfera si difende da sola. E si è chiesto: e se la aiutassimo con uno scudo al plasma?

Brian Walsh è un ingegnere meccanico alla Boston University che passa il tempo a guardare come la Terra si difende dal Sole, e ha notato una cosa: la nostra magnetosfera ha un trucchetto naturale. Quando arriva una tempesta solare, lascia che pezzi dell’atmosfera salgano fin lassù e si trasformino una specie di scudo al plasma a quasi 36.000 chilometri da casa.

Non sempre funziona quanto basta, ma funziona. E lui, ovviamente, si è chiesto se la stessa cosa si potesse fare a comando. La risposta è un paper appena uscito su Space Weather, la rivista dell’American Geophysical Union, firmato con colleghi della University of Michigan. Si chiama StormWall, e nello studio gli autori lo paragonano a un airbag: più o meno segue lo stesso principio, anche se su scala ben diversa.

Di che si tratta? Sei satelliti parcheggiati in orbita geosincrona, ciascuno con bombole di bario o litio. Quando i meteorologi spaziali vedono arrivare una tempesta cattiva, da terra parte un comando: rilascio. Il gas, esposto al sole, si ionizza in fretta diventando plasma e va a rinforzare il bordo esterno della magnetosfera proprio dove sta per arrivare “il colpo”.

Come dovrebbe funzionare uno scudo al plasma

Il meccanismo dietro lo scudo al plasma si chiama riconnessione magnetica, e per come la racconta Walsh è la chiave di tutto. Ogni tempesta solare arriva portando con sé un suo campo magnetico, e quando incontra quello terrestre i due si “agganciano”: è in quel momento che l’energia del Sole si scarica nella magnetosfera, e da lì, a cascata, giù fino alle reti elettriche. La riconnessione, in sostanza, è la porta da cui entrano i guai. Mettere abbastanza plasma davanti a quella porta significa renderla più stretta. Meno riconnessione significa semplicemente due cose: meno energia che passa e meno danni a valle. La fisica del processo è nota da decenni, perché lo fa già la Terra; la novità è realizzare il fenomeno a comando.

Nelle simulazioni più ottimistiche, il sistema riesce a smorzare una tempesta paragonabile a quella del maggio 2024, la cosiddetta Gannon storm, riducendo l’indice elettrojet aurorale dell’84%. In altri termini, con un sistema del genere i GPS e i satelliti commerciali continuerebbero a funzionare, e soprattutto i trasformatori delle reti elettriche non andrebbero in saturazione. Per una tempesta più grossa, di quelle storiche tipo il cosiddetto “evento Carrington” nel 1859, la stima porta a un dimezzamento dell’intensità. È la differenza tra una settimana senza internet (con tutto ciò che comporta) e un weekend con qualche disservizio.

Il paper di Walsh e colleghi

Pubblicazione: B.M. Walsh et al., “Terrestrial Space Weather Protection Through Human-Produced Mass-Loading”, pubblicato su Space Weather (2026). DOI: 10.1029/2025SW004846.

Dati chiave: costellazione di sei satelliti in orbita geosincrona a circa 36.000 km. Carico totale stimato in 400 tonnellate di gas alcalini (bario, litio, sodio o calcio sono i candidati). Riduzione simulata fino al 50% dell’intensità per una tempesta estrema, fino all’84% dell’indice elettrojet per uno scenario tipo Gannon 2024. Materiale che si disperde dalla magnetosfera in circa sei ore dopo il rilascio.

Il dettaglio che cambia il conto

Abbiamo detto 6 ore di copertura, poi il plasma si disperde lungo le linee di campo magnetico e viene “spazzato via” verso il vento solare. Walsh lo presenta come un vantaggio ambientale, e in effetti lo è (niente accumuli, niente nuove fonti di detriti spaziali). Però vuol dire anche un’altra cosa: ogni utilizzo brucia il carico. Quattrocento tonnellate di gas (l’equivalente di una dozzina di autocisterne, dice il team di ricerca) per coprire una sola tempesta. Finita quella, si ricomincia: nuova missione, nuovo lancio, nuove bombole, nuovo costo.

Lo scudo al plasma è ottimo in offerta singola, meno se il Sole decide di ripetersi a distanza ravvicinata, come fa periodicamente nei picchi del ciclo undecennale.

C’è poi la questione del preavviso. Le tempeste geomagnetiche più gravi viaggiano dal Sole alla Terra in tempi che vanno da quindici ore (le più veloci, tipo Carrington) a tre giorni. Un sistema attivo come StormWall ha bisogno di sapere prima, e bene, cosa sta arrivando, perché il rilascio del plasma va sincronizzato con il fronte d’urto. Qui su Futuro Prossimo abbiamo raccontato per anni i lavori della NASA sui trenta minuti di preavviso, ed è da quel margine, non da meno, che lo scudo al plasma comincia a essere uno strumento e non un esercizio.

Ok lo scudo al plasma, ma alla fine chi paga la difesa di tutti?

Walsh ha sottolineato un punto a cui tiene: questa è una di quelle cose che, se la costruisci, protegge il pianeta intero, non una singola nazione. Non puoi farla per una bandiera sola, perché la magnetosfera è una bolla e si difende così com’è. Bello. E qui sta il punto politico più scivoloso: in un sistema internazionale dove gli accordi sui satelliti già scricchiolano, chi finanzia sei satelliti dedicati esclusivamente a un bene pubblico globale? Lo studio non lo dice, e nemmeno l’università. È la domanda che farei in conferenza stampa, se mi invitassero.

I tempi davanti

Orizzonte stimato: 15-25 anni, se mai si farà. Il paper di Walsh dimostra che la fisica regge nella simulazione; ma tra una simulazione e una costellazione operativa ci sono test in volo dei rilasci, accordi internazionali per il finanziamento, e una catena di lanci che oggi nessuna agenzia spaziale ha pianificato.

I primi a beneficiarne, paradossalmente, sarebbero gli operatori dei satelliti commerciali (Starlink, Eutelsat, gli operatori GPS) e le grandi utility elettriche del Nord America e del Nord Europa, dove le linee ad alta tensione lunghissime sono più vulnerabili alle correnti indotte. Le aree equatoriali, già meno esposte, ne ricaverebbero meno in proporzione.

Ad ogni modo, se anche StormWall non venisse mai costruito così com’è oggi sulla carta, ha già fatto un lavoro che valeva la fatica del paper: ha tolto le tempeste solari dalla colonna “fenomeni naturali contro cui non si può fare niente” e le ha messe nella colonna “ingegneria spaziale”.

Comunque, le due colonne non sono mai state davvero separate; abbiamo solo deciso adesso di guardarci dentro.

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto – Studi e competenze per scenari futuri.

FONTE

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