Si è già parlato di questa meravigliosa realtà, ma non basta. Anziché parlare continuamente dell’intelligenza artificiale, che si diffonde sempre di più e coinvolge l’intero pianeta, dovremmo piuttosto ricordare ed esplorare la magia e la realtà di una dimensione di cui siamo a malapena consapevoli: la natura vivente.
Sotto i nostri piedi c’è una rete di funghi che regge metà del pianeta
Quando ero piccolo, mio nonno mi diceva che la terra era “viva”: intendeva una cosa precisa, anche se non sapeva chiamarla per nome. Intendeva che certi campi rendevano e altri no, e che la differenza non era solo il concime che ci metti. C’è voluto un secolo perché qualcuno mettesse un numero a quella sua intuizione contadina: una super autostrada, una rete di funghi con 110 quadrilioni di chilometri di filamenti fungini stipati nei suoli del pianeta, mappati per la prima volta in uno studio uscito su Science. Sempre mio nonno avrebbe detto “vabbè, e allora?” Avrebbe avuto torto.
Quella distanza, se si potessero srotolare tutti i filamenti uno dietro l’altro, è quasi un miliardo di volte la distanza tra la Terra e il Sole. E sta sotto le nostre scarpe. La mappa interattiva messa online dal gruppo che ha firmato il lavoro permette di girare il mappamondo e vedere dove la rete di funghi è più densa, dove è più sottile, dove ancora non si sa niente perché nessuno ha mai infilato un trapano nel terreno per misurarla.
Una contabilità nuova per una cosa antichissima
I funghi micorrizici arbuscolari (gli AM fungi, nella sigla che gli addetti ai lavori usano da sempre) hanno un patto con circa il 70% delle piante terrestri, e ce l’hanno da quattrocentocinquanta milioni di anni. Le piante gli passano carbonio fresco di fotosintesi, loro restituiscono acqua, fosforo e azoto. Una specie di mercato locale, vecchio quanto la vita sulla terraferma, di cui si vede pochissimo perché succede a un decimo di capello sotto la superficie. Justin Stewart di SPUN, primo autore, lo riassume così: in un cucchiaino di buona terra ci possono stare fino a dieci metri di rete.
Per arrivare al numero planetario, Stewart e Corentin Bisot dell’AMOLF hanno tenuto insieme due cose che di solito non si parlano: oltre 16.000 carote di suolo raccolte in 322 studi precedenti su nove biomi e ogni continente, e l’imaging robotico di 300.000 ife vive cresciute in laboratorio. Sul resto del pianeta, dove i carotaggi non c’erano, ci ha pensato un modello di machine learning, allenato su clima, chimica del suolo e vegetazione, a stimare la densità chilometro quadrato per chilometro quadrato.
Il risultato medio (e qui conviene tenersi forte, perché è uno di quei numeri che fanno girare la testa per quanto sono piccoli e quanto contano): 4,4 metri di ifa per centimetro cubo di terreno superficiale. Moltiplicato per la crosta abitabile del pianeta, fa quei 110 quadrilioni di chilometri di cui sopra.
Pubblicazione: J.D. Stewart, C. Bisot et al., “Global density and biomass of arbuscular mycorrhizal fungal networks”, pubblicato su Science (2026), vol. 392, pp. 1171-1176. DOI: 10.1126/science.adu4373.
Dati chiave: 16.669 carote di suolo da 322 studi, nove biomi, ogni continente; 300.000 ife analizzate via imaging robotico; mappa stimata su griglia da 1 km² escluse calotte polari. Massa totale stimata della rete: circa 300 megatonnellate di carbonio, quattro-sei volte la massa di tutti gli esseri umani vivi. Flusso annuo di CO₂ verso il suolo: circa 4 miliardi di tonnellate, pari all’11% delle emissioni umane.
Dove la rete c’è davvero, e dove invece l’abbiamo già spezzata
L’avete vista la mappa? Bella eh? Fa nascere tutta una serie di osservazioni. Ad esempio: circa il 40% della biomassa fungina mondiale sta sotto le praterie selvatiche, non sotto le foreste. Le zone più dense previste dal modello sono le praterie inondate del Sudan del Sud, le Everglades, l’altopiano tibetano, le Flint Hills del Kansas. Posti che nell’immaginario europeo non vengono mai prima della parola “biodiversità”, e che invece sotto terra reggono pezzi enormi della macchina del carbonio.
E poi c’è l’altro dato, quello che vale la pena leggere due volte. Nelle grandi aree coltivate intensivamente la densità della rete di funghi è in media circa la metà di quella delle aree selvagge. Aratro, monocoltura, fungicidi, fertilizzanti che bypassano il patto con le piante: il risultato è un suolo che continua a produrre raccolto, ma che ha perso una parte sostanziale dell’infrastruttura che immagazzina carbonio, ricicla nutrienti, regge le piante in caso di siccità. Un po’ come l’agricoltura del carbonio raccontava di striscio già qualche anno fa, prima che ci fossero i numeri.
Il guaio è che le praterie selvatiche, che fanno il grosso del lavoro, sono tra gli ecosistemi meno protetti del pianeta. Vengono convertite ad agricoltura quattro volte più velocemente delle foreste, dice il paper. E un lavoro precedente dello stesso gruppo aveva già detto che il 95% degli hotspot di biodiversità per gli AM fungi cade fuori dalle aree protette. Detto altrimenti: stiamo arando proprio dove la rete è più ricca, e non ce ne stiamo accorgendo perché la rete non si vede.
Cosa cambia ora che la mappa c’è
Avere una mappa cambia il tipo di domanda che si può fare a un decisore politico. Fino a ieri, “proteggere i funghi del suolo” era una frase da convegno. Adesso esistono coordinate, griglie da un chilometro quadrato, scaricabili. Toby Kiers, direttrice di SPUN (e da poco MacArthur Fellow e Tyler Prize), porterà i dati a COP31, dove la voce “funghi” finora non era nemmeno nel sommario. È un cambio di formato, prima che di sostanza: si discute meglio di una cosa quando se ne può misurare la mancanza.
Resta la parte onesta, che nel comunicato non c’è. Il modello copre solo i primi centimetri di suolo (il topsoil), e ampie zone del pianeta sono ancora prive di carote: i deserti americani, parte dell’Asia centrale, l’Africa equatoriale. Le stime per quelle aree sono predizioni, non misure. E sul totale del carbonio stoccato nel suolo, gli AM fungi sono una colonna importante ma non l’unica: altri funghi (gli ectomicorrizici, tipici delle foreste boreali) fanno un mestiere diverso, e su quelli la mappa non c’è ancora.
Orizzonte stimato: 5-10 anni perché la mappa entri davvero nelle decisioni agricole e di conservazione (politiche di sussidio, criteri di certificazione, scelta di aree protette).
Quello che colpisce di più, però, è che abbiamo mappato Marte con maggior dettaglio di un metro quadro di prato dietro casa. è uno di quei dettagli che, alla fine, raccontano abbastanza bene il tipo di mondo che ci siamo costruiti. I funghi sotto i piedi pensano, scambiano, calcolano, e fino a ieri li avevamo come voce a piè di pagina della voce “ecosistema”.
“È difficile sopravvalutare l’importanza e l’enormità di questi funghi”, dice Stewart. Frase da comunicato, certo. Ma stavolta, per una volta, i numeri ci stanno dietro. Dieci metri di rete in un cucchiaino. Mio nonno non l’avrebbe chiamata così. L’avrebbe chiamata terra buona.
Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto – Studi e competenze per scenari futuri. FONTE
Se volete essere aggiornati sulle ultime novità, iscrivetevi al CANALE TELEGRAM https://t.me/NogeoingegneriaNews
UN DOCUMENTARIO ILLUMINANTE: UNA RETE SOTTERRANEA CHE PUÒ GUARIRE IL NOSTRO PIANETA
IMPORTANTE!: Il materiale presente in questo sito (ove non ci siano avvisi particolari) può essere copiato e redistribuito, purché venga citata la fonte. NoGeoingegneria non si assume alcuna responsabilità per gli articoli e il materiale ripubblicato.Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.

