Il terremoto ha colpito il Giorno dell’Indipendenza, senza una sola scossa preliminare… in una nazione già controllata da Washington. Già solo la tempistica esige una risposta. Era il 24 giugno 2026. La festa nazionale del Venezuela, l’anniversario della Battaglia di Carabobo del 1821, il giorno in cui Simón Bolívar  spezzò le catene del dominio coloniale spagnolo. Le famiglie erano a casa. Le scuole erano chiuse. Le strade di Caracas respiravano quella particolare serenità di un paese in festa, che commemorava la nascita della propria sovranità.

Alle 18:04 di quella giornata di celebrazione, la terra si è aperta.

Un terremoto di magnitudo 7,2 ha colpito  vicino a Yumare, sulla costa settentrionale del Venezuela. Trentannove secondi dopo, prima che la polvere del primo crollo avesse il tempo di assestarsi, un 7,5 ha colpito la medesima zona. Gli edifici non si sono solo crepati, sono crollati. 

Interi quartieri di Caracas, La Guaira, Valencia, Maracay, scomparsi. Un palazzo di 22 piani ad Altamira è crollato completamente. Nel sud-est di Caracas, i testimoni hanno raccontato che quasi ogni grattacielo in vista è stato distrutto o gravemente danneggiato. All’aeroporto internazionale Simón Bolívar il tetto è ventuto giù.  L’aeroporto che porta il nome del grande liberatore del Venezuela ha chiuso.

 

Centinaia di grattacieli hanno subito lo stesso destino.

L’USGS lo ha definito  “doublet,” un raro fenomeno sismico in cui due terremoti di magnitudo simile detonano in rapida successione, ognuno amplificando la distruzione dell’altro. Il loro modello PAGER ha stimato una probabilità del 30% che il bilancio finale delle vittime superasse 100.000. Oltre 40.000 persone risultano attualmente disperse. Il bilancio ufficiale delle vittime è di 589 morti, e il numero è in aumento, mentre le squadre di soccorso scavano tra le macerie a mani nude.

(Il sistema PAGER dell’USGS, Prompt Assessment of Global Earthquakes for Response, è uno strumento di allerta automatizzato che stima le probabili vittime e le perdite economiche nei minuti successivi a un forte terremoto, usando dati sismici, densità di popolazione e modelli di vulnerabilità degli edifici. Non conta corpi. Esegue probabilità. Quando emette un allarme rosso, il mondo presta attenzione. Per saperne di più su PAGER clicca qui)

Questa è una catastrofe di proporzioni bibliche. E richiede domande della stessa portata.

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COSA MOSTRA IL SISMOGRAFO… E COSA NON MOSTRA

Quando ho coperto il terremoto in Turchia nel febbraio 2023, ciò che prima attirò la mia attenzione fu il grafico sismico, il modello delle repliche che seguirono, incessanti e innaturalmente uniformi, nulla di simile a una sequenza naturale.

Qui, sono andato a cercare ciò che c’era prima.

In un terremoto importante tipico, i geofisici spesso trovano retrospettivamente prove di attività microsismica precursoria, piccole scosse, sciami, e il sistema di faglie che annuncia il suo stress. L’USGS stesso riconosce che la scienza dei precursori resta incompleta.

Ma l’aspettativa di base è che qualcosa preceda l’evento catastrofico.

Nel raggio di 250 chilometri attorno alla zona epicentrale del 24 giugno, ci sono stati esattamente sette terremoti di magnitudo 6,0 o superiore nel secolo passato. Sette. E nei giorni immediatamente precedenti il 24 giugno, il feed USGS per quella specifica zona mostra… silenzio.

Silenzio completo.

Il primo evento registrato quella settimana nell’area di Yumare è il M7.2. Non c’è stato alcuna sequenza premonitirice. Nessun aumento progressivo. Il catalogo è: niente, niente, niente, poi uno dei terremoti più potenti che il Venezuela abbia visto dal 1900.

Questo schema ha un precedente, e uno che il mondo conosce bene.

Il terremoto del 2011 a Tohoku che innescò il disastro nucleare di Fukushima seguì una firma sorprendentemente simile. I sismologi confermarono poi che la sismicità diventò attiva nella regione approssimativamente un mese prima della scossa principale, e una prescossa di M7.3 colpì due giorni prima, ma nessuna delle due fu segnalata, indagata o affrontata. Le anomalie tettoniche e i segnali ripetitivi che la precedettero furono identificati solo retrospettivamente, dopo che la catastrofe era già avvenuta.

In altre parole, gli avvertimenti esistevano. Furono ignorati. O non presi in considerazione.

Il Venezuela mostra qualcosa di diverso. Non avvertimenti mancati, ma una apparente assenza degli stessi. Nessuno sciame di prescossi. Nessun aumento microsismico nella zona di Yumare nei giorni prima del 24 giugno. Il catalogo è: silenzio, silenzio, silenzio, poi due dei terremoti più potenti che questo emisfero abbia visto in oltre un secolo, separati da 39 secondi.

Che quel silenzio sia geologico, o qualcosa di completamente diverso, è la domanda che i sismologi non sono ancora stati chiamati a rispondere pubblicamente.

Voglio essere preciso su ciò che sto e non sto affermando. L’assenza di precursori non prova un’origine artificiale. I terremoti naturali su faglie trascorrenti, il tipo di faglia responsabile di questo evento, possono rompersi con scarso preavviso. Il doublet di settembre 2025 che colpì lo stesso sistema di faglie nove mesi prima potrebbe, legittimamente, rappresentare l’avvertimento geologico che non fu ascoltato. Queste sono questioni aperte, non conclusioni chiuse.

Ma sono domande che vale la pena porre. E il contesto geopolitico che circonda questo terremoto rende il porle non solo ragionevole, ma renderebbe irresponsabile il non porle.

IL PAESE CHE ERA GIÀ OCCUPATO

Per capire perché il Venezuela è importante proprio ora, bisogna tornare indietro di sei mesi.

Come ho già riportato su Substack, il 3 gennaio 2026, nelle prime ore dell’alba, mentre la maggior parte di Caracas dormiva, agenti della Delta Force statunitense e della CIA hanno fatto irruzione nella capitale. Il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores, sono stati arrestati, caricati su un trasporto militare e trasferiti a New York per affrontare accuse di narcotraffico e terrorismo.

Trump lo ha annunciato in una conferenza stampa da Mar-a-Lago: “Governeremo noi il Paese”.

Non stava parlando in senso metaforico.

Entro il 20 gennaio, gli Stati Uniti avevano già ricevuto la prima tranche da 300 milioni di dollari di un accordo per la fornitura di 50 milioni di barili di petrolio. Entro il 29 gennaio, una nuova legge venezuelana, approvata dalla ancora chavista Assemblea Nazionale sotto intensa pressione USA, conferiva a società straniere il controllo diretto sulla produzione e vendita del petrolio. A febbraio, il segretario all’Energia USA Chris Wright camminava nei giacimenti di Maturín con la presidente ad interim Delcy Rodríguez, ispezionando ciò che gli Stati Uniti ora controllavano di fatto. Perché il sorriso del segretario all’Energia mi mette così a disagio? FONTE: https://abcnews.com/International/us-firms-enter-venezuela-months-energy-secretary/story?id=130199674

Solo nei primi quattro mesi, quasi 100 milioni di barili di petrolio venezuelano per un valore stimato di 8 miliardi di dollari sono fuoriusciti dal paese tramite un processo che il Council on Foreign Relations (CFR) ha descritto, senza iperboli, come contraddistinto da “nessuna trasparenza e minima supervisione.” Il Venezuela ora deve presentare richieste di bilancio mensili al Dipartimento di Stato degli USA per ricevere la propria quota delle entrate petrolifere.

In sostanza, il Venezuela è ora uno stato sotto tutela degli Stati Uniti.

Gli USA hanno preso il controllo di tutti i suoi introiti.

Delcy Rodríguez è la presidente facente funzioni. Ricopre la carica, ma non detiene il controllo del Paese. La Drug Enforcement Administration (DEA) ha mantenuto un ampio dossier di intelligence su di lei fin dal 2018, designandola come obiettivo prioritario”. Il messaggio di Rubio al Senato è stato inequivocabile: “Abbiamo a che fare con individui che nel nostro sistema non sarebbero accettabili a lungo termine”.

Traduzione: collaborate, o sarete i prossimi.

Lo ha detto lo stesso Trump. Le entrate delle risorse venezuelane sarebbero andate “al popolo venezuelano, alle compagnie petrolifere USA e agli Stati Uniti d’America.”

Entro 24 ore dalla cattura di Maduro, il Segretario al Commercio Howard Lutnick era già a carpire il settore minerario, definendolo “una grande storia mineraria arrugginita” e promettendo che Trump avrebbe “messo mano alla situazione.”

Il petrolio è ciò di cui parlavano i titoli. Ma il petrolio è solo l’inizio.

Il Venezuela poggia sulle più grandi riserve petrolifere accertate al mondo e sulle più grandi riserve di gas naturale. Contiene ciò che potrebbe essere il più grande giacimento d’oro dell’America Latina, un stimato di 7.000 tonnellate solo nell’Arco dell’Orinoco, che genera 2,2 miliardi di dollari all’anno attraverso reti di estrazione per lo più illegali. Sotto quello stesso arco: coltan, il minerale che produce tantalio e niobio, critici per smartphone, batterie per veicoli elettrici e sistemi di difesa missilistica USA, attualmente fluisce non regolato verso impianti di lavorazione cinesi.

Aggiungi bauxite che produce alluminio e gallio, 14,68 miliardi di tonnellate metriche di minerale di ferro, riserve dichiarate di 340 milioni di tonnellate di nichel, diamanti industriali, rame, ed elementi delle terre rare contenenti torio nello scudo della Guayana, una delle formazioni geologiche più antiche della Terra.  Il tutto racchiuso in una porzione significativa del bacino amazzonico, in vasti sistemi di acqua dolce e in alcuni dei territori con la maggiore biodiversità del pianeta.

Clicca sulla mappa interattiva qui sotto per approfondire l’argomento:

QUESTO NON È UN PAESE CHE L’IMPERO SEQUESTRA PER UNA RISORSA. QUESTO È UN PAESE CHE L’IMPERO SEQUESTRA UNA VOLTA… PERCHÉ HA QUASI TUTTO.

QUANDO UNO STATO CLIENTE INIZIA A VAGARE

Ed è qui che le cose si fanno ancora più interessanti.

Nelle settimane immediatamente precedenti al terremoto del 24 giugno, Rodríguez aveva silenziosamente messo alla prova la sua influenza. Il 3 giugno è atterrata a Nuova Delhi per un tour di quattro giorni, incontrando il primo ministro Modi per espandere le esportazioni di greggio venezuelano e i legami energetici al di fuori dell’orbita USA. FONTE: https://www.longwarjournal.org/archives/2026/06/venezuela-reshuffles-foreign-relationships-as-oil-production-grows.php

Da lì è volata direttamente a Istanbul per incontrare il presidente Erdoğan, ottenendo un accordo tacito per portare il commercio bilaterale da 448 milioni a 3 miliardi di dollari. La Turchia. Proprio quella Turchia che aveva firmato accordi energetici e sull’oro con il Venezuela sotto Maduro, specificamente per aggirare le sanzioni americane.

Quel medesimo 3 giugno, Rubio testimoniò al Congresso che il Venezuela era ancora nella “fase di recupero,” segnalando l’impazienza USA rispetto al ritmo di conformità di Rodríguez. La transizione alla Fase Tre, la fase elettorale, quella in cui i venezuelani potrebbero effettivamente avere voce sul proprio futuro, rimaneva non programmata, indefinita e interamente nelle mani di Washington.

Il CFR pubblicò un articolo puntuale il 3 giugno: 8 miliardi di dollari di entrate petrolifere venezuelane erano passati attraverso canali controllati dagli USA senza responsabilità, senza un piano di transizione democratica e senza tempistiche. I Democratici del Congresso avevano formalmente richiesto una revisione della GAO. L’accordo, persino secondo gli standard di Washington, stava mostrando crepe ai margini. FONTE: https://www.cfr.org/articles/the-u-s-took-over-venezuelas-oil-industry-where-has-all-the-money-gone

E poi, il 24 giugno, giorno dell’indipendenza del Venezuela, la terra si aprì.

Hmmmmm.

LA RISPOSTA GIÀ PRONTA

Nel giro di poche ore, l’USS Fort Lauderdale e l’USS Billings furono riposizionate verso il Venezuela. Nel giro di un giorno, squadre d’élite di ricerca e soccorso urbano dalla Fairfax County, Virginia, e dalla Contea di Los Angeles erano già in volo.

Quello su cui vorrei che rifletteste è questo: all’inizio di quella stessa settimana, il team della contea di Fairfax aveva condotto un’esercitazione di trasporto aereo strategico presso la base aerea di Dover, specificamente progettata, secondo le loro stesse parole, per “convalidare le procedure di carico delle scorte e migliorare l’efficienza del dispiegamento in caso di disastri improvvisi”.

Il mese precedente, sia la squadra di Fairfax che quella di Los Angeles avevano condotto un’esercitazione congiunta simulando una risposta a un terremoto urbano di vasta portata.

Il mese prima, sia le squadre di Fairfax che di Los Angeles avevano svolto un esercizio di addestramento congiunto simulando una risposta a un terremoto urbano su larga scala. FONTE: https://www.aol.com/articles/us-sending-elite-search-teams-192114252.html

Non sto dicendo che questi esercizi abbiano causato il terremoto. Sto dicendo che nelle ore successive al peggior disastro sismico del Venezuela negli ultimi 126 anni, gli Stati Uniti furono in grado di dispiegarsi con una velocità e una precisione che somigliavano meno all’improvvisazione e più alla preparazione.

E Delcy Rodríguez, la donna che una volta disse al pubblico americano, “Do not defend these aggressions over a nuclear power. This is a stain on our shared history,” emise una dichiarazione in inglese su X ringraziando Donald Trump per il suo “supporto e solidarietà,” dicendo “Venezuela will never forget the helping hand extended to our people during these difficult times.”

Un messaggio identico apparve simultaneamente sul canale televisivo statale del Venezuela senza attribuzione. Gli utenti dei social si chiesero se l’account fosse stato hackerato.

Per molti, stava diventando evidente come questo terremoto potesse potenzialmente aumentare la stretta che la Casa Bianca aveva su Rodríguez. La stretta che si era allentata, appena un po’, quanto basta perché se ne notasse la differenza, si era nuovamente stretta durante la notte.

Lo scorso gennaio, ho scritto lungamente sul perché il Venezuela sia stato nel mirino molto prima di Trump, molto prima di Maduro, molto prima che fosse redatta la prima sanzione americana. Il Venezuela è quello che ho chiamato la “pista di atterraggio” dell’Impero, dove la narco-liquidità dei cartelli incontra l’architettura finanziaria offshore della City di Londra.

Russia e Cina non si sono insediate lì per caso.

Operavano in un parco giochi protetto da 200 anni di design imperiale.

Questa storia risale alle Guerre dell’Oppio. Risale alla Dichiarazione Balfour. Risale alla ragnatela caraibica di banche offshore che, con i soldi del narcotraffico, hanno mantenuto liquido il sistema finanziario globale durante il crollo del 2008. Se non avete letto quell’articolo, dovreste farlo. Perché ciò che è accaduto a Caracas il 3 gennaio non è stato solo un cambio di regime. È stato un sequestro di beni. E ciò che è accaduto il 24 giugno potrebbe essere il prossimo capitolo della stessa storia.

VEDI QUI 

 

LA DOMANDA CHE PONGO

Nel 2023 mi sono occupato del terremoto in Turchia e mi sono chiesto se una nazione che aveva appena intimato all’ambasciatore americano di “togliere le mani sporche dalla Turchia”, e che poi aveva visto il personale dell’ambasciata evacuare giorni prima del sisma, avesse vissuto qualcosa di diverso da un atto divino. Non avevo torto a chiedermelo.

Non sbaglio a chiederlo di nuovo.

Il Venezuela detiene le più grandi riserve petrolifere provate al mondo, 303 miliardi di barili, più di cinque volte quelle degli Stati Uniti. Gli USA avevano già orchestrato un colpo di stato militare per sequestrarle. Stava già gestendo il bilancio del paese. Aveva già minacciato una “seconda ondata” se la conformità fosse venuta meno. E Rodríguez aveva appena trascorso due settimane incontrando Modi ed Erdoğan, due leader notoriamente fuori dall’orbita preferita di Washington.

Non so cosa abbia colpito il Venezuela il 24 giugno 2026.

So però questo: il record sismico non mostra alcun significativo sciame di prescossi nella zona epicentrale immediata prima che la catastrofe arrivasse. So che le squadre di risposta ai disastri USA si erano addestrate esattamente per questo scenario giorni e settimane prima che accadesse. So che un paese già sotto occupazione è appena stato colpito da un disastro che ha approfondito in modo incommensurabile la morsa di quell’occupazione. So che la presidente ad interim che aveva trascorso le ultime due settimane ad affermare silenziosamente la propria indipendenza ora sta pubblicamente ringraziando la sua nazione catturante, in inglese, per la sua generosità.

E so che la guerra di quinta generazione è, per design, invisibile.

Che sia stata la mano di Dio, lo sfregamento delle placche tettoniche, o qualcosa di molto più oscuro, il popolo del Venezuela merita la verità. Hanno già perso tutto il resto.

FONTE https://reinettesenumsfoghornexpress.substack.com/p/was-venezuela-just-hit-by-a-tectonic?utm_source=post-email-title&publication_id=943736&post_id=203724621&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=aae8o&triedRedirect=true&utm_medium=email

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