Il governo israeliano non può proteggere i suoi cittadini dall’impatto dell’ecocidio che ha perpetrato nella Striscia
Di Dianne Woodward
All’inizio di questo mese, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i rappresentanti del Board of Peace hanno concordato di istituire un gruppo di lavoro su igiene e salute pubblica che interessano sia Israele che Gaza. La sua composizione e la sua struttura operativa dettagliata non sono ancora state rese pubbliche.
A quanto pare, le autorità israeliane si sono finalmente rese conto che le conseguenze dell’incessante distruzione ecocida di Gaza avrebbero inevitabilmente colpito anche Israele. I residui tossici della guerra – liquami non trattati e macerie contaminate – rappresentano ora un problema anche per la salute pubblica israeliana.
Gaza condivide con Israele il Mar Mediterraneo, gli ecosistemi costieri e le falde acquifere costiere. La distruzione delle sue infrastrutture per l’energia elettrica e i servizi igienico-sanitari riversa ogni giorno oltre 100.000 metri cubi di acque reflue non trattate nel Mar Mediterraneo o sulla terraferma. Poiché in questa parte del Mediterraneo le correnti si muovono principalmente da sud a nord, questi rifiuti vengono trasportati direttamente lungo la costa fino alle acque israeliane.
L’impianto di desalinizzazione di Ashkelon, nel sud di Israele, è stato costretto a chiudere più volte a causa dell’elevata contaminazione batterica fecale proveniente dalle acque reflue di Gaza. Le acque reflue non trattate provocano inoltre la proliferazione di alghe tossiche che ostruiscono e danneggiano i sistemi di filtrazione della desalinizzazione, oltre a creare zone morte dove normalmente si pratica la pesca.
Le tossine, i metalli pesanti e gli agenti patogeni presenti nelle acque reflue vengono assorbiti dalla fauna marina locale. Poiché i pesci migrano attraverso i confini marittimi, i prodotti ittici contaminati rappresentano un rischio diretto per la salute dei consumatori palestinesi e israeliani. Le acque reflue non trattate trasportano gli stessi agenti patogeni che affliggono Gaza nell’ambiente marino condiviso. La loro deriva verso nord ha un impatto diretto sulle città costiere israeliane.
Sebbene gli agenti patogeni possano persistere e migrare in determinate condizioni, è improbabile che le acque sotterranee contaminate da patogeni confluiscano nelle reti idriche municipali israeliane, ma possono comunque influenzare la falda acquifera condivisa e l’ambiente circostante.
I sali e altri contaminanti chimici possono percorrere distanze molto maggiori e rappresentano spesso una preoccupazione più grave a lungo termine per le falde acquifere. Possono contaminare un sistema idrico sotterraneo condiviso e ridurre nel tempo la qualità e l’utilizzabilità della falda acquifera per l’irrigazione, l’agricoltura e il consumo umano.
Israele ha recentemente iniziato a spostare parte delle circa 60 milioni di tonnellate di macerie provenienti da Gaza verso località non specificate all’interno di Israele e della Cisgiordania, trasferendo potenzialmente gli inquinanti contenuti in tali macerie direttamente in siti di smaltimento o stoccaggio. Nelle ultime settimane, Euro-Med Monitor ha monitorato circa 100 camion israeliani al giorno che lasciavano la Striscia di Gaza con i detriti.
Gli inquinanti trasferiti possono includere metalli pesanti, come piombo, mercurio, cadmio e tracce di altri metalli o residui di munizioni speciali, nonché particolato di fosforo bianco, esplosivi inesplosi, sostanze chimiche industriali e fibre di amianto diffuse provenienti da edifici più vecchi polverizzati. I metalli pesanti presenti nella polvere e nelle macerie possono esibire proprietà cancerogene, mutagene, teratogene, neurotossiche, nefrotossiche e bioaccumulabili, rappresentando rischi a lungo termine per la salute umana e per l’ambiente.
Le macerie contengono anche materiale biologico, agenti patogeni e fluidi derivanti dalla decomposizione di resti umani e dall’accumulo di rifiuti organici, oltre a insetti, roditori e altri vettori di malattie. La dispersione nell’aria di particelle di polvere pericolose, fibre di amianto e particolato degrada la qualità dell’aria, mentre gli ordigni inesplosi nascosti tra le macerie possono causare un rischio di detonazione e tossicità del suolo.
Nella gestione di detriti altamente contaminati derivanti da disastri, agenzie internazionali come il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e autorità ambientali regionali come il Gruppo di lavoro per la gestione dei detriti di Gaza (DMWG) stabiliscono che i trasferimenti debbano seguire protocolli e procedure operative rigorosi per isolare i pericoli, incluso il blocco immediato di tutte le operazioni in caso di rilevamento di resti umani. Il trasferimento di tali materiali attraverso confini o giurisdizioni dovrebbe inoltre far scattare quadri giuridici e rigidi standard di protezione delle acque sotterranee.
I critici hanno sottolineato che la demolizione con i bulldozer di siti contenenti fosse comuni sta distruggendo prove fondamentali di crimini genocidi. Ma, a parte questo, il trasferimento di detriti in spregio alle norme e ai regolamenti internazionali mette a rischio la salute delle persone che vivono nelle vicinanze dei siti di raccolta e smaltimento.
Se lo scopo di questa disparità strutturale è quello di mantenere le zone idriche sotterranee israeliane strettamente protette e di scaricare l’onere a lungo termine dell’inquinamento delle falde acquifere e del suolo sulle comunità palestinesi in Cisgiordania, si ignorano i rischi per il personale israeliano addetto ai trasferimenti e per tutte le persone che vivono in quelle zone, compresi 700.000 coloni illegali.
Questo non è un problema creato dalla guerra genocida. Gruppi ambientalisti come EcoPeace avvertono da tempo che la condivisione dell’ambiente crea una totale interdipendenza, il che significa che le crisi umanitarie e igienico-sanitarie a Gaza compromettono direttamente la salute pubblica di Israele.
Nel 1990, l’ex sindaco di Gerusalemme Teddy Kollek ammise candidamente che la sua amministrazione aveva fatto ben poco per Gerusalemme Est, limitandosi ad estendere le reti idriche e fognarie di base, per timore che le epidemie di colera nei quartieri arabi più trascurati si diffondessero a Gerusalemme Ovest.
Anche se Israele è moralmente incapace di adempiere alle proprie responsabilità in materia di diritti umani in quanto potenza occupante, per risolvere la crisi igienico-sanitaria, dovrebbe comprendere che, se non rispetterà rigorosamente i protocolli ambientali, la sua stessa popolazione subirà le stesse conseguenze dei palestinesi, il cui benessere viene ignorato con cinismo e criminalità.
La dottoressa Dianne Woodward è un’ex docente di scienze biologiche e attualmente ricopre il ruolo di responsabile presso la Galilee Foundation, un ente di beneficenza educativo registrato nel Regno Unito.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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