https://www.mdr.de/nachrichten/deutschland/gesellschaft/bundeswehr-werbung-plakat-102_v-variantBig16x9_w-1280_zc-b903ef86.jpg?version=7352

Il manifesto pubblicizza posti di lavoro ben retribuiti presso le forze armate tedesche, in questo caso per medici e personale infermieristico, e recita: «Non cerchiamo dei in camice bianco, cerchiamo eroi in verde». In Germania si vedono ovunque annunci di questo tipo.

**********

I cambiamenti radicali nella nostra vita, attuati in nome della logica «verde», tralasciamo di indicare il reale significato di tali «misure ecologiche», rivelano un’enorme lacuna di ragionamento nell’argomentazione di coloro che guidano, governano e stabiliscono il catalogo dei peccati. In questo elenco manca un elemento cruciale: la guerra. Se c’è qualcosa che dovrebbe essere vietato su questo pianeta perché distrugge, uccide e minaccia ogni forma di vita, sono proprio le guerre. Gli stessi giovani che ieri hanno manifestato con Greta per salvare il pianeta, ora dovrebbero essere addestrati a distruggere e sterminare.

“Serve un cambiamento culturale oltre che giuridico. Integrare l’ambiente nelle relazioni internazionali non è più un’opzione accademica, ma una necessità di sopravvivenza del pianeta.”

Il veleno della guerra sull’ambiente

Quanto inquina l’attività militare e quale eredità lascia alle generazioni future. In dialogo con Anna Casaglia (Dsrs/Ssi)

Paola Siano

giornalista Ufficio Stampa e Relazioni esterne

Dalle foreste del Vietnam, ai pozzi di petrolio bruciati in Kwait, dagli attacchi ai depositi di carburante in Iran alle macerie di Kiev e di Gaza, la guerra non uccide solo la popolazione civile, ma devasta l’ambiente e recide i legami ecosociali che rendono possibile la vita. Ne parliamo con Anna Casaglia, docente di Geografia economico- politica alla Scuola di Studi internazionali e al Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento.

L’attività militare è tra le più inquinanti al mondo anche in tempo di pace. È da questa constatazione che prende avvio la riflessione della professoressa Anna Casaglia. Nel suo corso di Geopolitica critica sul cambiamento climatico alla Scuola di Studi internazionali invita a leggere i conflitti armati anche attraverso la lente ambientale. «È quasi impossibile immaginare e considerare separatamente gli impatti civili o infrastrutturali da quelli più legati alla natura. Anzi, è fuorviante provare a distinguerli, perché l’interazione tra aspetti politico-sociali e ricadute ambientali è da sempre centrale», spiega. La guerra appare come una forma estrema di questa interazione. Non solo produce distruzione visibile, ma altera in profondità ecosistemi e risorse.

Il concetto che meglio descrive queste dinamiche è quello di ecocidio, un crimine che, però, non è ancora formalmente riconosciuto dalla Corte penale internazionale: una distruzione sistematica degli ecosistemi che compromette la possibilità stessa di vita. Un punto di svolta storico è rappresentato dalla guerra in Vietnam. «È ritenuta un momento chiave anche per la formulazione dell’idea di ecocidio», osserva la docente. L’uso dell’agente arancio per deforestare la giungla e far uscire allo scoperto i Vietcong ha avuto conseguenze devastanti: «Si tratta di sostanze contenenti diossina e altamente cancerogene, con effetti sul lungo periodo che si registrano ancora oggi». Anche altri conflitti hanno lasciato segni profondi. Durante la Guerra del Golfo del 1991, ricorda ancora Casaglia, «furono incendiati più di sessanta pozzi petroliferi in Kuwait», generando una catastrofe ambientale senza precedenti.

Nei conflitti contemporanei, l’impatto ambientale resta centrale. In Ucraina «gli attacchi sistematici alle riserve idriche e il rilascio dei cosiddetti Pfas, o forever chemicals, stanno contaminando suolo e falde acquifere e compromettendo l’approvvigionamento idrico ben oltre i confini nazionali».  Emblematico il caso di Gaza. Prima del 2023, come dimostra l’analisi condotta da Forensic Architecture, circa il 47 per cento del terreno era destinato ad attività agricole. Solo nei primi sei mesi di conflitto, il 40 per cento di queste aree risultava cancellato «La distruzione di frutteti e terreni agricoli ha un impatto enorme sulla sicurezza alimentare, ma lascia anche una traccia ambientale inestimabile». Casaglia cita casi di “militarizzazione della natura” quasi surreali, come il rilascio di cinghiali selvatici da parte dell’Idf nei campi profughi palestinesi per distruggere i raccolti, spaventare e demoralizzare la popolazione.

Le emissioni legate al conflitto sono altrettanto rilevanti: secondo uno studio scientifico pubblicato dal Guardian il costo climatico a lungo termine della distruzione, della bonifica e della ricostruzione di Gaza potrebbe superare i 31 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente . Una quantità superiore alle emissioni annuali di gas serra messe insieme da Costa Rica ed Estonia nel 2023. Il peso dell’apparato militare emerge con forza anche in tempo di pace. «Il comparto militare statunitense, il più inquinante al mondo, tra il 2001 e il 2017, ha generato circa 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra legate alle attività militari.  

Queste dinamiche si intrecciano con una riflessione più ampia sul colonialismo e in particolare il colonialismo di insediamento. La distruzione ambientale è stata storicamente uno strumento di conquista. Negli Usa, ad esempio, «la decimazione dei bisonti fu una strategia militare per sottomettere le popolazioni native, privandole delle basi materiali della loro esistenza». Questo porta al tema dei legami ecosociali, ovvero «le relazioni profonde tra comunità e ambiente che sono alla base dell’identità e dell’organizzazione sociale, oltre che delle forme di riproduzione ecosociale». La guerra, distruggendo questi legami, colpisce non solo le risorse ma anche le strutture culturali e sociali. «Il legame con la terra è una parte fondamentale del riconoscimento identitario dei gruppi sociali. Recidere questo legame significa cancellare la storia della presenza di un determinato popolo, ed è quindi parte integrante delle strategie di sostituzione della popolazione, che avviene anche attraverso l’imposizione di ecologie coloniali», è la riflessione della professoressa.

Le conseguenze della devastazione ambientale causata dalle attività militari si riflettono anche sulle migrazioni e su quella che viene definita “mobilità climatica”. Un discorso spesso strumentalizzato in chiave securitaria. In realtà, spiega Casaglia, «la ricerca scientifica mostra che le migrazioni cosiddette ambientali avvengono per lo più su breve raggio, anche perché le persone colpite dagli effetti avversi della crisi climatica o della distruzione ambientale il più delle volte non hanno le risorse per intraprendere viaggi lunghi e costosi». Il vero problema non è la presunta invasione di rifugiati ambientali, ma la fragilità dei territori devastati da secoli di estrattivismo e colonialismo, che rende gli ambienti naturali e le popolazioni locali più vulnerabili agli shock ambientali dei conflitti e alle conseguenze della crisi climatica. Serve un cambiamento culturale oltre che giuridico. Integrare l’ambiente nelle relazioni internazionali non è più un’opzione accademica, ma una necessità di sopravvivenza del pianeta.

FONTE https://mag.unitn.it/ricerca/121717/il-veleno-della-guerra-sull-ambiente

Se volete essere aggiornati sulle ultime novità, iscrivetevi al CANALE TELEGRAM https://t.me/NogeoingegneriaNews

LA DISTRUZIONE DELL’AMBIENTE CAUSATA DALLA GUERRA È UN CRIMINE, E NESSUNO È RITENUTO RESPONSABILE

IL BUCO NERO DELLE GUERRE – LA CRISI CLIMATICA QUI NON CONTA

IMPORTANTE!: Il materiale presente in questo sito (ove non ci siano avvisi particolari) può essere copiato e redistribuito, purché venga citata la fonte. NoGeoingegneria non si assume alcuna responsabilità per gli articoli e il materiale ripubblicato.Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.