La Sicilia portaerei nel Mediterraneo. Da ponte di Pace a choke point strategico
Come la trasformazione del Canale di Sicilia in un imbuto militare globale, tra il MUOS, Sigonella e il tradimento dell’eredità di Mattei, sta trasformando l’isola nella prima linea di un potenziale conflitto
La contemplazione del mare che circonda la nostra isola, la percezione della bellezza millenaria si scontra ogni giorno con un’inquietudine profonda e tangibile. Chi vive in Sicilia e osserva le dinamiche geopolitiche non può più limitarsi a vedere l’isola come una meta turistica o una terra di frontiera culturale. Sotto i nostri occhi, la Sicilia è stata ridefinita e trasformata nel nucleo operativo di una strategia bellica globale, un avamposto pesantemente militarizzato che ci espone direttamente sulla linea del fuoco dei conflitti contemporanei
La metamorfosi del Canale. Un imbuto globale sempre più stretto
La terminologia stessa racconta un cambiamento di postura. Quello che un tempo chiamavamo pigramente Canale di Sicilia è stato ufficialmente ribattezzato Stretto, un termine che in geopolitica descrive un imbuto, un corridoio obbligato, un choke point dove si concentra il transito di una grossa frazione del potere globale. Sotto la superficie azzurra di questa striscia di mare si nasconde la giugulare di quello che oggi viene definito Medioceano, ovvero il punto di connessione cruciale tra l’Oceano Atlantico e i mari asiatici.
Per comprendere l’enorme valore e la pericolosità di questo imbuto, basta guardare ai numeri imponenti di ciò che vi transita costantemente. Sopra le onde viaggia oltre il quindici per cento del commercio marittimo mondiale. Le rotte di grande cabotaggio e i corridoi transoceanici registrano nello Stretto di Sicilia il passaggio di circa 60.000 navi all’anno. L’imbuto tra la Sicilia e la costa nordafricana viene attraversato in media da circa 160-200 grandi navi commerciali al giorno a cui si aggiunge il rumore di fondo del traffico locale e regionale, come i traghetti di linea, il naviglio costiero e le flotte pescherecce, che aumentano la congestione visiva ma hanno un peso geopolitico differente rispetto ai giganti del trasporto merci e dell’energia. Il tutto all’interno di un bacino mediterraneo che ospita stabilmente circa millecinquecento imbarcazioni in contemporanea. Tra queste merci spicca il 40% dell’intero interscambio tra l’Europa e l’estremo Oriente.
Subito sotto, adagiate sui fondali, corrono le dorsali di cavi in fibra ottica che costituiscono la spina dorsale di internet, capaci di trasferire terabit di dati al secondo e di gestire la quasi totalità dei flussi digitali e delle transazioni finanziarie tra Europa e Asia. Accanto a essi, i gasdotti strategici come il Transmed immettono annualmente decine di miliardi di metri cubi di gas algerino direttamente verso le industrie del Nord Italia, alimentando la sopravvivenza energetica e produttiva del Paese. Chi detiene il controllo di questo imbuto ha in mano la capacità di spegnere o accendere l’economia dell’intero continente europeo.
La terraferma occupata: MUOS, F-35 e servitù militari
Per assicurare il controllo di questo imbuto marittimo, sull’Africa settentrionale e su tutto il cosiddetto Mediterraneo Allargato, a favore di strategie decise oltreoceano, la Sicilia è stata trasformata in una vera e propria portaerei di terra. Sul nostro territorio sorgono installazioni di importanza strategica assoluta, spesso sottratte al dibattito pubblico locale. A Niscemi, le antenne del MUOS coordinano le comunicazioni satellitari globali delle forze armate statunitensi, collegando i centri di comando americani ai droni e ai sottomarini nucleari che operano in ogni angolo del pianeta, trasformando la nostra macchia mediterranea nell’epicentro di guerre lontane.
L’aeroporto di Trapani Birgi si sta strutturando per diventare un centro nevralgico avanzato per l’addestramento dei piloti destinati ai caccia di quinta generazione F-35, velivoli progettati per la penetrazione profonda e la capacità nucleare. Se a questo si aggiungono le vaste aree dell’isola permanentemente vincolate da servitù militari e utilizzate come poligoni di tiro [1], emerge il quadro di un territorio che non appartiene più interamente a chi lo abita, ma è asservito alle necessità logistiche della macchina bellica USA/NATO.
Sigonella al centro della tempesta mediorientale
La pericolosità di queste installazioni militari, nella drammatica attualità internazionale, è emersa recentemente. Le dichiarazioni del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, hanno squarciato il velo di riservatezza, confermando l’intensificarsi dei voli strategici (500 voli) e delle operazioni di supporto partite direttamente dalla base di Sigonella e proiettate verso il delicatissimo scacchiere mediorientale e il teatro iraniano.
Questo coinvolgimento diretto posiziona la Sicilia non più come una retroguardia sicura per il rifornimento, ma come la prima linea d’attacco in un potenziale conflitto a lungo raggio contro l’Iran. Per la popolazione siciliana, questa centralità operativa si traduce in un rischio immediato e formidabile, poiché trasforma l’isola nel bersaglio prioritario di eventuali ritorsioni o azioni di guerra ibrida da parte delle potenze avversarie.
Oltretutto, a Sigonella è operativa l’unità medica militare che è stata trasferita in Sicilia da Il Cairo nel 2019, ora nota come NAMRU EURAFCENT.
Ufficialmente impegnata nello studio delle malattie infettive, questa struttura è al centro di interrogativi e denunce da parte di osservatori indipendenti. Si teme la natura duale delle ricerche e l’assenza di trasparenza, con il rischio che vengano condotti esperimenti su patogeni pericolosi, a scopo militare, senza adeguati controlli e garanzie per la sicurezza della popolazione locale.
La normalizzazione della guerra. L’unica proposta per una gioventù in esodo
Un processo di militarizzazione così profondo dell’area marittima e terrestre non può prescindere dalla costruzione del consenso sociale, soprattutto laddove il tessuto economico locale è stato scientemente desertificato. È in questo contesto di ridefinizione globale che si inserisce la progressiva introduzione della cosiddetta cultura della difesa all’interno delle scuole dell’isola. La crescente penetrazione di retorica militare tra i banchi, mascherata da percorsi didattici sulla sicurezza e incontri con le forze armate, risponde al bisogno strategico di abituare le nuove generazioni a considerare la presenza di ordigni, radar e basi sul proprio territorio come un fatto del tutto normale (vedi Gli studenti di Comiso a scuola di guerra).
Questa operazione culturale si fa spazio facendo leva sulla disperazione di una terra che offre sempre meno prospettive. Secondo l’ISTAT tra il 2019 e il 2026 hanno lasciato l’isola 96328 giovani tra i 18 e i 35 anni. Negli ultimi venti anni secondo SVIMEZ tutto il mezzogiorno ha perso mezzo milioni di giovani e la Sicilia è all’apice di questo esodo. Con un’economia interna asfittica e la totale assenza di investimenti strutturali civili, i nostri giovani scelgono di lasciare l’isola in una massa critica sempre più allarmante, privando la Sicilia delle sue intelligenze migliori. In questo vuoto sociale, la carriera militare e la militarizzazione scolastica vengono subdolamente presentate come l’unica vera “proposta di avvenire” concreta sul territorio, un’alternativa forzata alla disoccupazione o all’emigrazione. Questa strategia mira a silenziare il dissenso e a trasformare i cittadini di domani in passivi ingranaggi della macchina bellica, estendendo i confini della base militare direttamente dentro le aule scolastiche.
Recentemente la promozione della “normalità della guerra” e della sua oscena spettacolarizzazione ha visto l’impiego nei cieli della Sicilia Orientale delle frecce tricolori (vedi qui) che vengono utilizzate quali strumento di promozione delle forze dell’aeronautica militare e addestramento acrobatico al pilotaggio dei caccia. Appare sempre più chiara l’ulteriore volontà di escalation verso la riduzione dell’isola a portaerei del Mediterraneo insieme alla progressiva militarizzazione dell’aeroporto di Comiso.
A proposito di mancato sviluppo e di mancata valorizzazione della Val di Noto (basti pensare ai mancati investimenti nella rete ferroviaria) su cui si esibisce la tronfia esibizione muscolare di marketing militarista dell’aeronanautica alla ricerca oltretutto di un consenso sociale, noi ci limitiamo a confrontare la potenza brutale di un caccia militare con i consumi di un’automobile moderna. Un jet da combattimento che viaggia al massimo della spinta a bassa quota, consuma circa 64.000 libbre di carburante all’ora, che equivalgono a quasi 36.000 litri di cherosene. Ora, supponiamo di dare la stessa quantità di benzina ad un’auto che percorre venti chilometri con un litro di benzina. Ebbene essa potrebbe coprire la bellezza di settecentosedicimila chilometri, cioè il giro del mondo per ben diciotto volte. E i costi? Un’ora di volo acrobatico costerà solo in termini di consumo di combustibile una cifra che supera i 70 mila euro.
Lo Stretto violato. Il fronte libico e lo spettro dell’Arctic Metagaz
La pericolosità di questa rete di installazioni non è un’ipotesi teorica, ma si manifesta in eventi reali che lambiscono drammaticamente le nostre coste e che dimostrano come la Sicilia sia già l’epicentro di una guerra. Nel perimetro instabile della Libia occidentale, nella zona di Tripoli, è stata accertata la presenza attiva di milizie ucraine che si addestrano all’interno di basi militari locali. Questo asse sotterraneo ha già prodotto conseguenze dirette e inquietanti nelle nostre acque territoriali, dove la guerra ha ufficialmente rotto gli argini geografici.
Da quel fronte nordafricano è stato infatti pianificato e condotto un micidiale attacco terroristico per mezzo di un drone marino ai danni della Arctic Metagaz, una nave gasiera russa che si trovava in transito proprio all’interno dello Stretto di Sicilia, diretta verso l’Egitto (vedi Dopo il sabotaggio del Nord Stream gli amici ucraini prendono di mira le navi gasiere russe nel mare Nostrum. Malta (leggi Ue) impedisce alla società russa di occuparsi del recupero in sicurezza del pericolosissimo relitto). Oggi, quella gigantesca imbarcazione colpita e carica di materiale infiammabile si trova ancora pericolosamente alla deriva nel cuore dello Stretto, a pochissima distanza dalle nostre coste. La presenza di questo relitto alla deriva rappresenta non soltanto una minaccia ecologica e sicuritaria senza precedenti per la Sicilia, ma è il simbolo plastico di come i conflitti globali si stiano consumando direttamente nel mare di casa nostra, nell’inerzia e nel silenzio delle autorità nazionali.
La grande faglia mediterranea: dal Levante alle coste dell’Albania
La drammaticità della situazione siciliana risiede nel fatto che lo Stretto non è una crisi isolata, ma il punto di convergenza di tensioni che stanno ridisegnando l’intero bacino marittimo. Nel Mediterraneo orientale la contesa per i confini marittimi e i giacimenti di gas vede contrapposti Israele, l’Egitto, la Grecia e una Turchia sempre più aggressiva, la quale ha ormai esteso la propria Patria Blu fino a stabilire un protettorato di fatto in Tripolitania, proprio di fronte alle nostre coste. Contemporaneamente, la Russia consolida la sua presenza navale in Cirenaica e nel Mar Nero, mentre le linee di attrito geopolitico si stanno spostando rapidamente verso il Mar Ionio e il Canale d’Otranto (vedi Albania. Una radicale transizione verso la privatizzazione della diplomazia e la corporatizzazione dei beni pubblici globali).
Questo allargamento del fronte tocca da vicino le coste della Puglia e si riverbera prepotentemente sull’Albania, paese divenuto un partner logistico e militare sempre più integrato nelle strategie occidentali. Negli ultimi tempi, la costa albanese è stata oggetto di un massiccio e sospetto posizionamento geopolitico da parte di interessi statunitensi e israeliani. Attraverso l’acquisizione di ampi territori costieri di grandissimo pregio, come la strategica isola di Sazan e altre aree formalmente protette, si sta consumando un’operazione che va ben oltre l’investimento immobiliare privato o turistico. Si tratta a tutti gli effetti di un avamposto geostrategico speculare a quello siciliano, volto a blindare l’accesso all’Adriatico e allo Ionio per controbilanciare l’attivismo imperiale turco e blindare i transiti marittimi.
A questa soffocante spirale di riarmo si somma oggi uno spettro che credevamo definitivamente sepolto tra i ricordi della Guerra Fredda: il pericolo del ritorno degli euromissili. La recente decisione di schierare nuovi vettori statunitensi a lungo raggio in Europa, sta di fatto innescando una reazione a catena che minaccia di travolgere il nostro territorio. In un Mediterraneo già saturo di tensioni e trasformato in un teatro di guerre per procura, il timore concreto è che l’ex base NATO di Comiso possa essere sottratta al suo presente civile e nuovamente riattivata per ospitare i sistemi missilistici in questa nuova rincorsa nucleare globale. Riportare le testate nel ragusano significherebbe non solo tradire decenni di mobilitazioni e l’eredità delle storiche lotte pacifiste dell’isola, ma sancire la definitiva trasformazione della Sicilia nel bersaglio prioritario e cosciente di un potenziale scontro termonucleare.
Qui il ricordo della stagione pacifista, che documenta le grandi mobilitazioni popolari degli anni Ottanta contro l’installazione dei missili Cruise a Comiso, offrendo una chiave di lettura fondamentale per l’attuale contesto di riarmo.
Come cittadini che vivono su questa terra, abbiamo il dovere di denunciare questa deriva con fermezza e lucidità. Trasformare un’isola che storicamente è stata un ponte di incontro tra civiltà in una piattaforma di lancio per la distruzione e in un teatro di guerre ibride non aumenta la nostra sicurezza, ma ci rende ostaggi di decisioni prese altrove. Questa sottomissione strategica si riflette dolorosamente anche sul piano ideale, dove assistiamo al tentativo sistematico di prendere in ostaggio persino la memoria storica e politica dei nostri esempi migliori. L’uso strumentale del nome di Enrico Mattei da parte delle istituzioni nazionali ne è la prova più lampante, un’operazione di facciata che ha recentemente spinto gli stessi eredi del fondatore dell’Eni a diffidare formalmente Palazzo Chigi dal contrabbandare l’attuale corso politico sotto il vessillo di quel grande italiano (vedi L’eredità in ostaggio: Perché i Mattei hanno diffidato Palazzo Chigi ).
La visione originaria di Mattei era radicalmente opposta a quella che oggi si vuole imporre: era un modello fondato sulla cooperazione paritaria, sul rispetto profondo della sovranità dei popoli del Mediterraneo e dell’Africa, sulla formazione dei giovani locali e sullo sviluppo condiviso e non predatorio. L’esatto contrario, insomma, della logica neo-coloniale di mero sfruttamento estrattivo e di cieco allineamento militare che sta trasformando il nostro mare in un’arena di frizione geopolitica. Ridurre l’eredità di Mattei a un marchio di copertura per giustificare la militarizzazione dei territori e la subordinazione energetica a logiche di guerra significa capovolgerne lo spirito pacificatore, che egli aveva saputo tessere anche grazie a profondi legami culturali e sociali.
Tradire questa impostazione significa condannare la Sicilia a essere una piattaforma passiva e sacrificabile, schiacciata tra la servitù militare delle basi d’attacco e la servitù energetica dei corridoi di transito. È tempo di sollevarci e pretendere che l’isola rivendichi la propria centralità marittima non come avamposto bellico, ma come luogo di dialogo, di diplomazia e di pace, recuperando quella vocazione mediterranea di interazione autentica e di mutuo progresso che un tempo sembrava possibile. Dobbiamo farlo con urgenza, prima che il fronte del caos che lambisce le nostre coste diventi definitivamente ingovernabile.
[1] La Sicilia deve essere piuttosto liberata dalla pervasiva militarizzazione del suo territorio.
Ecco la lunghissima lista delle installazioni militari che infestano l’isola secondo il movimento NO MUOS:
complessivamente quattro tipi di basi militari:
Basi e infrastrutture concesse in uso agli USA, in base agli accordi segreti del 29 giugno 1951 e del 20 ottobre 1954. In base a tali accordi, e solo in teoria, le installazioni sono poste sotto comando italiano e i comandi USA detengono il controllo militare su equipaggiamento e operazioni.
Basi NATO, in base agli accordi dell’Alleanza Atlantica.
Basi italiane “precettate” per l’assegnazione alla NATO, cioè messe a disposizione del blocco militare d’Oltre Oceano, in base agli accordi dell’Alleanza Atlantica.
Basi promiscue (USA, NATO e Italia), in base agli accordi segreti di cui sopra e in base agli accordi dell’Alleanza Atlantica.
Acireale (CT) – US Navy Air Station (residenza di militari USA) – Department Of the Navy – Housing Department – Via Barbagallo – Ctr. Pennisi – Santa Maria La Stella. Di recente la sede residenziale è stata chiusa.
Augusta (SR) – Porto-base utilizzato dalla Marina USA (VI Flotta) – Deposito di munizioni – Installazione concessa in uso agli Stati Uniti. Pontile per l’attracco di sommergibili nucleari, con missili Polaris. Probabili gallerie sottomarine per sommergibili con penetrazione nell’entroterra costiero.
Birgi (TP) – Aeroporto utilizzato da velivoli USAF con copertura NATO – Aerei Awacs – Base aerea per missioni dirette nel Kosovo e in Serbia. Installazione concessa in uso agli Stati Uniti. Dopo l’espulsione dalla Libia delle unità militari USA (e britanniche), l’aeroporto civile di Birgi fu trasformato con piste per i B-52.
Caltagirone (CT) – Stazione di telecomunicazioni USA-NATO.
Catania – Installazione concessa in uso agli Stati Uniti – Infrastruttura della NATO. Comando Operativo Aeronavale NATO e Base della Military Police USA. US Naval Air Facility Customs – Via Cardinale Dusmet, 131.
Cava Sorciaro (SR) – (Comune di Augusta) – Deposito di armamenti per le forze navali della NATO e della VI Flotta USA del Mediterraneo.
Centuripe (EN) – Stazione di telecomunicazioni USA- NATO.
Falconara Sicula (CL) – (Comune di Butera) – Installazioni che mantengono il ponte radio fra le basi spagnole della VI Flotta USA e le unità in navigazione nel Mediterraneo.
Favignana (TP) – Centro di telecomunicazioni.
Isola delle Femmine (PA) – Deposito di munizioni USA-NATO.
Lampedusa isola – (AG) – (116 miglia da Porto Empedocle) – Base aerea di attacco USA per il Mediterraneo. Installazione per la navigazione Loran. Base della Guardia costiera USA; Centro d’ascolto e di comunicazioni NSA.
Lercara Friddi (PA) – Deposito di testate nucleari.
Marina di Marza (RG) – Stazione di telecomunicazioni USA- NATO, inserita nel sistema di Niscemi.
Marsala (TP) – Stazione controllo e comunicazione (difesa aerea) della NATO.
Marzameni (SR) – Base di avvistamento radar capace di intercettare bombardieri e missili in avvicinamento a 2500 chilometri.
Messina (ME) – Infrastruttura della NATO.
Monte Lauro (SR) – Stazione di telecomunicazioni USA-NATO.
Motta Sant’Anastasia (CT) – Stazione di telecomunicazioni USA-NATO. US Naval Air Station – Ctr. Fontanazza.
Niscemi (CL) – Base del NavComTelSta (stazione di comunicazione US-Navy), coordina le attività dell’esistente stazione di telecomunicazione navale del presidio ed è indispensabile per le comunicazioni interne alla marina USA.
Palombara (SR) – Centrale operativa di combattimento aeronavale dipendente dal Comanda Navale della NATO.
Palermo (PA) – Installazione concessa in uso agli Stati Uniti. Il personale militare americano è stato ridotto.
Pantelleria isola (TP) – (77 miglia da Trapani) – Base aerea e radar NATO, centro di telecomunicazioni dell’US Navy (Comando flotta USA).
Paternò (CT) – U.S. Naval Air Station – (residenza di militari USA) – Department Of The Navy Housing Department – Via Vittorio Emanuele, 424 – tel. 095-854854 (Fax).
Priolo Gargallo (SR) – (Comune di Priolo) – Strutture di supporto.
Punta Raisi (PA) (km 5 da Cinisi) – Aeroporto (base saltuaria) utilizzato dall’USAF.
Rafforosso (PA) – Deposito di testate nucleari.
Sigonella (CT) – Importante stazione aeronavale con appoggio a Catania; reparti operativi e di supporto USA, dotata di aerei antisommergibili. È la principale base terrestre dell’US Navy nel Mediterraneo centrale, utilizzata come supporto logistico della VI Flotta (circa 3.400 militari e civili americani). Oltre ad unità della US-Navy, ospita diversi squadroni tattici dell’US-Air-Force: elicotteri del tipo HC-4, caccia Tomcat F14 e A6 Intruder, nonché alcuni gruppi di F-16 e F-111 equipaggiati con bombe nucleari del tipo B-43, da più di 100 kilotoni l’una; caccia F-18. Fino al 2006 erano di stanza qui anche gli elicotteri navalizzati CH-53E Super Stallion, che però la difesa statunitense ha deciso di richiamare nella base di Norkfolk in Virginia.
Siracusa (SR) – Infrastruttura della NATO.
Trapani (TP) – Infrastruttura della NATO.
Vizzini (CT) – Deposito vari di munizioni dell’USAF.
FONTE https://www.francescocappello.com/
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