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Il governo Meloni rompe con Tel Aviv dopo l’escalation in Medio Oriente. Gli accordi strategici e miliardari risalivano al 2005
ROMA. Era il 2 febbraio 2005 quando il Senato della Repubblica approvò il memorandum d’intesa tra Italia e Israelesulla cooperazione militare. Tempi del governo Berlusconi, con Gianfranco Fini e Marco Follini vicepremier. Secoli fa. Era ministro della Difesa il professor Antonio Martino e fu lui a istruire la pratica, che vide in Parlamento una larghissima maggioranza: oltre il centrodestra, votarono a favore i Democratici di sinistra e la Margherita (il Pd doveva ancora vedere la luce). Contrari furono Verdi, Pdci e Rifondazione Comunista. Diceva all’epoca un esponente di Alleanza nazionale Piero Pellicini: «Questo trattato farà in modo che Israele non si senta isolata, senza però mettere in pericolo i diritti dei palestinesi. Anzi siamo convinti che renda Israele più pronta a trattare una pace onorevole con i palestinesi, giungendo alla pacifica convivenza tra i due Stati».
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Così non è stato. Anzi. Siamo giunti all’escalation delle ultime settimane, con l’attacco congiunto israelo-americano all’Iran – non comunicato agli alleati – che sta mettendo in ginocchio le nostre economie, l’ennesima invasione del Libano meridionale, le imperterrite azioni violente contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, i bombardamenti su Beirut, e addirittura in ultimo lo speronamento di mezzi Unifil (i Caschi Blu al confine tra Libano e Israele, a comando italiano) da parte di tank di Tel Aviv. Le relazioni diplomatiche sono ad uno dei punti più bassi.
La rottura è arrivata su un punto che fino all’ultimo il governo Meloni ha cercato di salvare: la cooperazione militar-industriale. Questo prevede infatti il Memorandum che dal 2005 ad oggi (riscritto in parti sostanziali nel 2016 e perciò è adesso il momento in cui andava rinnovato o meno) è stato tacitamente rinnovato ogni cinque anni. La cornice giuridica di una intesa tra i due ministeri della Difesa entro cui si collocano le singole scelte. E naturalmente, ad avere un collegamento militare così robusto, ne avrebbero dovuto beneficiare anche le relazioni politiche e diplomatiche, comprese le relazioni triangolari che sottostanno alla missione Unifil.
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C’è un aspetto tecnologico a cui la nostra Difesa rinuncia con particolare sofferenza. Sono israeliane, per dire, le apparecchiature elettroniche di cui sono dotati gli aerei Gulfstream che vengono trasformati in sofisticatissimi aerei-spia. L’anno scorso la nostra Difesa ha acquistato nuovi kit dell’azienda israeliana Elta Systems Ltd, facente parte del gruppo Israel aerospace industries.
Le tecnologie Elta System sono particolarmente efficaci per la sorveglianza, la guerra elettronica e l’individuazione dei target, e sono esportate in tutto il mondo. Come ricordano i pacifisti di “Altraeconomia”, particolarmente ferrati sul tema, i primi due aerei spia G550 CAEW (sigla che sta per “Conformal airborne early warning”) erano stati consegnati da Israele all’Italia nel 2016. Anche all’epoca erano stati configurati da Elta System con funzioni di sorveglianza aerea, comando e controllo, e da allora sono in dotazione al 14esimo Stormo della nostra Aeronautica militare.
In base a quell’accordo bilaterale che ora viene stracciato, oltre ai due aerei spia, l’Italia aveva acquistato da Israele anche un satellite militare ottico OPTSAT 3000. In cambio Tel Aviv comprò dall’Italia trenta aerei addestratori Alenia Aermacchi M-346, prodotti di Leonardo Spa.
È un punto focale del rafforzamento della nostra Aeronautica, questo progetto degli aerei-spia. Un investimento poderoso pari a 3 miliardi di euro, spalmati su più anni. L’operazione è iniziata nel 2020 sotto il governo giallorosso Conte II, acquistando negli Stati Uniti sei velivoli Gulfstream G550 nella versione civile (da convertire a mezzi militari) e due Gulfstream già configurati in assetto militare. Questa fase era costata allo Stato 1,223 miliardi di euro. Successivamente è intervenuta la tecnologia israeliana di Elta System che ha trasformato un inoffensivo jet civile in un’arma potente per la guerra elettronica, come da spiegazione tecnica della nostra stessa aviazione militare: «Il velivolo CAEW (capace di un controllo precose e avanzato, ndr) è il sistema multi-sensore con funzioni di sorveglianza aerea, comando, controllo e comunicazioni più avanzato in servizio con le forze aeree europee. È oggi un indispensabile strumento per assicurare un’adeguata estensione della capacità di sorveglianza dello spazio aereo nazionale. Cuore del CAEW, ottenuto installando sulla cellula il sistema radar a scansione elettronica Elta EL/W-2085, integrato con ulteriori sistemi elettronici per offrire una elevata Situational Awareness (cioè consapevolezza di quel che accade sul campo di battaglia, ndr) in tempo reale, a 360° e a lunga distanza. Con la capacità di imbarcare quasi 19 tonnellate di combustibile, ha capacità di permanere a lungo sull’obiettivo, con quote massime di volo e velocità di trasferimento assolutamente significative. È progettato e costruito in Israele sulla base del bireattore d’affari Gulfstream G-550». Quest’ultimo passo, del 2025, gestito dal ministro Guido Crosetto e dal governo Meloni, prevede una spesa di 1,6 miliardi.
Ma la cooperazione militar-industriale tra i due Paesi coinvolge diversi altri ambiti. Nel 2024 sono stati acquistati i lanciatori e missili “Spike”: sistemi controcarro con munizionamento, supporti addestrativi e logistici per l’esercito italiano e per i reparti da sbarco della marina militare, prodotti dalla Rafael Advanced Defense Systems, per sostituire altri sistemi controcarro ormai vetusti. Si leggeva nelle schede tecniche presentate al Parlamento: «Il sistema d’arma consente la neutralizzazione di veicoli corazzati, compresi i moderni carri armati, inclusi quelli protetti da corazzature reattive e da sistemi antimissile di ultima generazione. È impiegabile in qualunque condizione meteorologica, diurno/notturno, in ambiente urbano, e non risente di disturbo elettromagnetico».
Nel 2024, un parlamentare di Avs, Marco Grimaldi, denunciava ancora che nel “documento programmatico pluriennale della Difesa 2024-2026, il ministero ha messo nero su bianco un impegno finanziario a lungo termine per il segmento Marina militare del Rwmtc”. Dietro quella sigla criptica c’è il programma Rotary Wing Mission Training Center, simulazione al volo per elicotteri.
E poi c’è il campo della cyber-difesa in cui gli israeliani sono all’avanguardia. C’era un ostacolo legislativo fino al 2024, la nostra legge sulla cybersecurity che inizialmente escludeva le aziende israeliane dagli incentivi per l’uso di tecnologie cybersecurity domestiche finché, con azione trasversale, i parlamentari Andrea Orsini (Forza Italia) ed Ettore Rosato (Azione) hanno presentato e fatto votare un emendamento di modifica alla legge, includendo “Paesi terzi identificati per decreto tra quelli che fanno parte di accordi di collaborazione con l’Unione Europea o la NATO su cybersecurity”. In quel momento era obiettivamente un controsenso, impedire la cooperazione cyber, visto che il Memorandum bilaterale era pienamente operativo e addirittura l’anno prima Leonardo aveva siglato due accordi strategici con l’Israeli Innovation Authority (IIA) e con la Ramot Tel Aviv University, su cybersecurity, quantum technologies e sistemi autonomi.
I rapporti militar-industriali erano così stretti al punto da avere creato nel giugno 2022 la “DRS RADA Technologies”, con sedi in Israele e Usa, nata dall’acquisizione e successiva fusione tra la controllata statunitense di Leonardo, Leonardo DRS, e l’azienda israeliana RADA Electronic Industries, leader nei radar tattici. Ora però Meloni e l’intero governo hanno deciso di cambiare registro.
FONTE https://www.lastampa.it/cronaca/2026/04/14/news/italia_israele_stop_cooperazione_militare-15584622/
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