SE E’ AUTENTICO E’ TERRIBILE, SE E’ UN FALSO E’ UN INCUBO. IN OGNI CASO E’ VERO.

Cosa c’è di vero nel “Rapporto segreto da Iron Mountain”?

“Il rapporto segreto da Iron Mountain” è sconvolgente. Il documento auspica, in uno scenario apocalittico, un controllo sociale con avanzate tecnologie e strumentalizzazione dei mass media per arrivare a pianificare una serie di spaventose minacce, tra le quali quelle di inquinare deliberatamente aria e acque; di riportare la schiavitù; di controllare con dei computer la procreazione e di reintrodurre, nella società, l’omicidio rituale (vediamo Saddam -Gheddafi…) . 

Il Rapporto Iron Mountain è un testo pubblicato nel 1967, il cui titolo completo è “Report from Iron mountain on possibility and desiderability of peace”. Il libro fu curato da un giornalista indipendente, Leonard Lewin, che scrisse la prefazione dove è spiegato che il testo è un documento governativo ultrasegreto, i cui presupposti risalgono alla presidenza Kennedy. Lewin ci informa che, nel 1965, fu formato un Gruppo di Studio Speciale al quale l’esecutivo statunitense commissionò un’inchiesta sulla reale possibilità di una pace mondiale e sull’effettiva utilità di tale condizione. Il Gruppo, composto da studiosi e ricercatori di alto livello accademico, dopo mesi di lavoro, consegnò al governo il Rapporto che fu detto da Iron Mountain dal nome della località, un rifugio antiatomico segreto presso New York, in cui si erano incontrati gli scienziati.

Le conclusioni cui il Gruppo pervenne sono agghiaccianti: per la stessa sopravvivenza delle forme statali, per la loro conservazione e rafforzamento, per l’economia mondiale, la pace non è desiderabile ed è, al contrario, necessaria una situazione di conflitto costante, in mancanza del quale è necessario ricorrere ad una serie di surrogati della guerra. La guerra è “la principale delle forme strutturanti della società”; essa “rappresenta nella macchina dell’economia una specie di volano che, con la sua inerzia, controbilancia i progressi della produzione”; essa garantisce il potere politico, ogni potere politico, poiché “l’autorità di base di uno stato sui cittadini risiede nel suo potere militare”. Dunque, che cosa fare? Come rispondere alle masse che, istintivamente, anelano alla pace? Il Gruppo additò varie risoluzioni: ad esempio, si può imporre un’economia di guerra ma con altri fini. Un altro espediente è di formidabile attualità: inventare “nemici sostitutivi”, creare cioè un avversario che non esiste, ma dal quale si dichiara di doversi difendere.

Scrive il G.S.S.: “Le minacce fittizie dovrebbero non solo apparire vere, ma essere credute tali con incrollabile convinzione e tale convincimento dovrebbe essere rafforzato dal sacrificio di esistenze umane in numero non insignificante”. È evidente una spaventosa anticipazione con quanto accadde il giorno 11 settembre del 2001 e con gli attentati successivi del 3 11 e del 7 7. Migliaia di innocenti furono massacrati per creare la certezza che incombe la minaccia di Goldstein, alias Osama Bin Laden. Oltre a proporre la carta del terrorismo di stato attribuito, però, a fantomatiche organizzazioni fondamentaliste musulmane, il documento individua altri due strumenti per diffondere paura ed angoscia tra le popolazioni: la minaccia di un’invasione aliena e l’inquinamento deliberato dell’ambiente. La contaminazione degli ecosistemi con sostanze rilasciate nella biosfera, nell’ambito di un’operazione ad hoc, è la punta di diamante del documento non solo perché causa inquietudine nelle persone, ma anche poiché esplica la diabolica volontà di distruggere il pianeta. FONTE

Qui la sintesi di Lewin (inglese):

Qui il testo integrale (inglese):

IL RAPPORTO SEGRETO DA IRON MOUNTAIN

 

 

L’ inquietante parallelismo che rivela molto di più di una semplice coincidenza. Alla fine del 1967, la casa editrice Dial Press di New York pubblicò un libro che fece saltare sulle poltrone molta gente.

Il libro si intitolava Report from Iron Mountain on the possibility and desirability of peace.
L’idea del Report – scriveva Lewin – risaliva addirittura al 1961, all’interno della amministrazione Kennedy e dei suoi uomini nuovi (McNamara, Bundy e Rusk); solo nel 1965 il progetto fu realizzato, con la formazione di un Gruppo di Studio Speciale (G.S.S.) cui il governo Usa commissionò uno studio sulla reale possibilità di una pace mondiale e sulla effettiva utilità di tale condizione.

In poche parole, il governo statunitense chiese al G.S.S. se fosse mai possibile una pace perenne mondiale e, in caso positivo, se questa fosse l’obiettivo da raggiungere e mantenere.

Il Gruppo, formato da studiosi e ricercatori di alto livello accademico, storici, sociologi, economisti, scienziati, perfino un astronomo, dopo mesi di lavori consegnò al governo il Rapporto che fu detto da Iron Mountain dal nome della località (un rifugio antiatomico segreto presso New York) in cui si tennero diversi meetings del G.S.S.

Le conclusioni a cui il Gruppo pervenne sono agghiaccianti: per la stessa sopravvivenza delle forme statali, per la loro conservazione e rafforzamento, per l’economia mondiale la pace non è desiderabile ed è al contrario necessaria una condizione di guerra costante, in mancanza della quale occorre realizzare una serie di surrogati della guerra.

La guerra è “la principale delle forme strutturanti della società”; essa “rappresenta nella macchina dell’economia una specie di volano il quale con la sua inerzia controbilancia i progressi della produzione”; essa garantisce il potere politico, ogni potere politico poiché “l’autorità di base di uno stato moderno sui suoi cittadini risiede nel suo potere militare”, così che “l’eliminazione della guerra implica la inevitabile scomparsa delle sovranità nazionali e della tradizionale nazione-stato”.

La guerra non ha solo funzioni di controllo politico ed economico, ma anche sociologico, ecologico, culturale. In una società da sempre fondata sulla violenza (così concludono gli studiosi del G.S.S.), la guerra come espressione forte, istituzionalizzata e generale della violenza, è l’anima stessa della società: eliminando la guerra, occorrerebbe ridisegnare tutta la società in una inedita chiave di collaborazione, tolleranza, comprensione: eticamente tutto ciò può essere affascinante, ma non conviene al potere economico e statale, perché corrisponderebbe alla fine di tali poteri.

Dunque, cosa fare? Come rispondere alle masse che, istintivamente, anelano alla pace? Il G.S.S. ha una soluzione tanto pratica quanto terribile: istituire sostituti per le funzioni della guerra; così che non vi sarà la guerra dichiarata che il popolo da sempre teme (poiché è solo il popolo a pagarne le spese), ma al tempo stesso gli scopi della guerra saranno salvaguardati ed il potere potrà conservarsi indefinitamente.

Ad esempio, si può imporre una economia di guerra ma con altri fini: ciò è accaduto con la corsa allo spazio delle due superpotenze, negli Anni Sessanta e Settanta. La gara per la luna non ha avuto alcuno scopo pratico se non quello di imporre ai bilanci statali delle spese colossali.

La delirante competizione per gli armamenti nucleari ha fatto lo stesso: miliardi di dollari sottratti alla edilizia pubblica, all’istruzione, alla sanità pubblica e fatti fluire verso le industrie belliche e cristallizzati in improduttivi arsenali. Il tutto giustificato con la pazzesca pretesa di garantire sicurezza alla nazione: ecco il più emblematico esempio di sostituto alla guerra.

Un altro espediente è, oggi, di paurosa attualità: inventare “nemici sostitutivi”, creare cioè un nemico che non esiste realmente ma dal quale si dichiara di doversi difendere. Scrive il G.S.S.: “Le minacce fittizie dovrebbero non solo apparire vere, ma essere credute tali con incrollabile convinzione, e la convinzione dovrebbe essere rafforzata dal sacrificio di esistenze umane in numero non insignificante”. Non trovate una spaventosa analogia con quanto è successo l’undici settembre, alle Torri Gemelle? Migliaia di innocenti massacrati per creare la certezza che esiste un nemico atroce e potente.

Dalla tragedia delle Twin Towers gli Usa hanno un “nemico fittizio” perfetto, proprio come il Rapporto da Iron Mountain descriveva. Ora il terrorismo è lo spauracchio, il babau, l’uomo nero di tutti gli stati della terra. Per combatterlo si giustificano tutte le azioni che prima sarebbero apparse almeno imbarazzanti.

I governi, primo dei quali quello americano, diffondono a cadenza quasi regolare i comunicati che prevedono imminenti devastanti attacchi (fortunatamente mai avvenuti, fino ad ora), giurano che il terrorismo è forte, spietato e agguerrito, ma non ci hanno mai fornito un nome (a parte Bin Laden, che è ormai un personaggio da cinema), mai mostrato una prova documentaria definitiva, non ci hanno mai detto chiaro e tondo chi eperché nutre questo odio implacabile contro tutto il mondo…

I governi si autocelebrano compiaciuti elencando gli attentati che avrebbero sventato; ma se si considerano questi eventi oltre la versione ufficiale che i mass media accolgono come vangelo, si vede che gli astuti piani di distruzione non sono niente di più che una bolla di sapone.
Qualche tempo fa gli americani dissero di aver arrestato un tale che voleva far scoppiare una bomba radioattiva in una metropoli; ma quello che sembrava un piano ben articolato era solo un folle proposito, una delirante intenzione, e nessun codice penale di questa terra prevede il reato di “immaginazione di attività delittuosa”, altrimenti non basterebbero le galere del mondo per rinchiudere i colpevoli.

Sarà una coincidenza, ma gli Usa ed i loro solerti alleati stanno realizzando alla lettera il perverso programma del Rapporto da Iron Mountain.

So bene che, molto probabilmente, quel Rapporto fu ideato e redatto da Lewin, so bene che non vi è alcuna certezza della veridicità di quel documento, ma questo non cambia proprio niente.

Ciò che nel 1967 un giornalista pacifista pensò come situazione limite, estrema, addirittura orwelliana, oggi è diventato realtà.

L’umanità non potrebbe sopravvivere ad una terza guerra mondiale, ma lo stato non potrebbe sopravvivere senza la guerra: per questo inventarsi una nuova forma di guerra è apparso necessario ai governi democratici che amabilmente ci governano per il bene collettivo.

Questa nostra pace è una continua guerra dissimulata. Per un più stretto controllo sociale, per dare la più ampia discrezionalità decisionale ai governi, per dare soldi alle industrie belliche e non solo, per compattare la gente in un osceno patriottismo da stadio, tutti aizzati contro un comune odiato nemico, per dare più potere a chi già lo detiene con rabbiosa determinazione, per plagiare le masse pigre e rassegnate, il cosiddetto terrorismo internazionale è una vera manna dal cielo…

L’incubo del 1967 è la nostra realtà. (Rapporto da Iron Mountain sulla possibilità e desiderabilità della pace); era curato da Leonard Lewin, un giornalista freelance che nella prefazione raccontò come si era giunti alla divulgazione di un rapporto governativo della massima segretezza. FONTE 

NOTA AGGIUNTIVA: Nel 1972 il giornalista Lewin ammise di essere stato lui l’autore del controverso rapporto. Rimane interessante l’imbarazzo provocato negli ambienti governativi alla sua uscita e il fatto che il rapporto anche dopo l’ammissione del falso d’autore abbia continuato a far parlare dei suoi contenuti.

 

 

 

ESTRATTI

Tratto da Tecalibri.it

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IL CASO ” IRON MOUNTAIN “

In appendice a questo libro i lettori troveranno una serie di articoli apparsi sulla grande stampa americana in occasione della sua pubblicazione.

Da questi articoli trarrà una curiosa impressione di suspense: infatti nessuno di essi riesce a stabilire con esattezza se questo libro rappresenti un documento autentico o un falso clamoroso. Si tratta di un rapporto prodotto per il governo degli Stati Uniti o un pamphlet di uno spirito satirico tanto caustico quanto geniale? Come si vedrà, si sussurrano nomi grossi e sono tirate in gioco personalità insigni, si parla di cospirazione governativa o di complotto comunista, ma il “giallo” rimane tale.

Se si pubblica questo libro in edizione italiana, ritenendolo molto importante, non è perché il “giallo” sia stato risolto, e neppure per dare al lettore il gusto di risolverlo da sé. È perché — paradossalmente — che il libro sia vero o falso non è la cosa piú importante. Ciò che è importante è che il libro sia in ogni caso attendibile.

In parole piú semplici, questo libro ci dice: “Alcune persone pensano in questo modo.” E lo dice deducendo il pensiero di queste persone (vere o immaginarie che siano) da documenti pubblici e decisamente autentici, ricerche scientifiche, discorsi politici, testi filosofici. Può darsi che le persone indicate come autori non esistano o non abbiano mai scritto queste pagine; sta di fatto che avrebbero potuto e forse avrebbero dovuto scriverle, se avessero dedotto con assoluto rigore tutte le conseguenze implicate dalle premesse correnti negli ambienti della politica e dell’alta strategia.

Il tema del libro, come si vedrà, è la possibilità della pace (che viene dimostrata assurda) e la funzione della guerra (che viene dimostrata indispensabile) in una società contemporanea (e in quelle antiche). Che senso ha questo discorso e che senso hanno le conclusioni a cui arriva?

Il “Rapporto” non porta il nome di un autore, e neanche del gruppo di autori che lo avrebbero preparato e steso. Viene presentato al pubblico degli Stati Uniti come il frutto di una elaborazione collettiva, operata da una commissione di consulenza del governo americano. Iron Mountain è probabilmente la località dello Stato di New York, dove essa tenne, durante alcuni mesi dell’anno scorso, le sue riunioni.

Quando i membri delle Commissioni, tutti uomini del mondo universitario o esperti di materie economico-sociali, ebbero firmato la loro relazione, improvvisamente si sarebbero resi conto della gravità dei risultati cui erano pervenuti. Convocati per riesaminare ancora una volta le condizioni per la conversione da una diplomazia ed economia di guerra in una di pace, essi erano giunti all’esito opposto: che la pace non è possibile se non a costi sociali e politici eccessivamente alti, e che è quindi obiettivamente indesiderabile.

A questo punto poteva un documento cosí sconvolgente venir pubblicato, come moltissimi altri “rapporti” ufficiosi o comunque autorevoli su guerra e pace? La Commissione dell’IronMountain avrebbe consigliato esplicitamente al governo di mantenere segrete le sue argomentazioni. Uno solo di quegli uomini ritenne di dover parlare, e dopo qualche tempo, mutati sulla presentazione tutti i nomi dei suoi colleghi in modo da renderli, almeno temporaneamente, irriconoscibili, diede alle stampe il proprio esemplare del rapporto, ovviamente sotto pseudonimo.

Da quel momento si inizia negli Stati Uniti la discussione intorno alla “autenticità” del rapporto. Verificarla — è chiaro — sarebbe come domandare al governo di qualunque paese se una certa operazione sia stata compiuta dai suoi servizi segreti. Che la risposta sia sí o no, essa costituisce in ogni modo e nello stesso tempo una conferma e una smentita.

Naturalmente, per quali motivi le conclusioni fredde e terrificanti del “rapporto” siano da recepire o da respingere, resta completamente al giudizio del lettore. Nondimeno quest’ultimo deve sapere che nell’uno come nell’altro caso, che egli aborrisca dagli argomenti di un “ragionato” bellicismo o resti in dubbio circa i postulati che pretenderebbero fondarlo, non si tratta solo di posizione morale e politica di fronte al nostro tempo, ma anche di un dibattito aperto intorno ad una metodologia e ad una cultura.

Le conclusioni cui è pervenuta la Commissione dell’Iron Mountain intendono infatti basarsi sulle tecniche piú aggiornate e raffinate delle scienze sociali contemporanee, “al livello,” dice un recensore, “dell’attuale tecnologia dei computers”. Sono queste tecniche che pretendono di poter dissolvere le esigenze etiche e i “dati immediati” della coscienza politica in atteggiamenti e comportamenti empiricamente situabili e analizzabili, sino a negare che le decisioni circa guerra e pace, i complessi di colpa e gli impegni di costruzione pacifistica siano esperienze e valori dotati di una loro forza normativa, idealità capaci quindi di contestare e trascendere la realtà di fatto che conosciamo, perché vi sono già inglobati, determinati, spiegati e travolti.

In altre parole “essere nella guerra” è davvero, come pretende il “rapporto”, una necessità della scienza e della ragione umana?

In questo modo, dobbiamo essere noi a collocare il libro in una “dimensione” culturale del nostro tempo, una dimensione nei confronti della quale il problema dell’autenticità filologica perde una parte della sua suspense: infatti, posta l’idea di quella cultura (la strategia come scienza globale dell’azione politico-sociale) diventa abbastanza indifferente sapere se il Rapporto sia autentico, visto che è un documento del dibattito intorno alla strategia; il punto diviene invece un altro: sapere se, adottata la strategia come scienza, non possa uscirne che la tesi della indesiderabilità della pace; e, secondo, se per avventura non sia questa stessa opzione, di carattere pratico, a fondare la strategia come scienza.

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INTRODUZIONE

Il rapporto seguente riassume i risultati di uno studio, durato due anni e mezzo, sui vasti problemi che la società americana dovrebbe prevedibilmente affrontare se, trasformandosi, venisse a trovarsi in una situazione contraddistinta dal venir meno delle sue piú importanti caratteristiche attuali: la capacità di e la disponibilità a scendere in guerra nel momento in cui la sua leadership politica lo giudicasse necessario o desiderabile.

Il nostro lavoro è stato impostato sulla convinzione che una qualche sorta di pace generale sarà forse presto negoziabile. L’ammissione de facto della Cina comunista all’ONU avverrà sicuramente nel giro, al massimo, di qualche anno. Diventa di giorno in giorno piú chiaro che i conflitti fra gli interessi nazionali americani e gli interessi nazionali cinesi o russi sono suscettibili di soluzioni politiche, nonostante le superficiali indicazioni in contrario dell’attuale guerra nel Vietnam, delle minacce di un attacco alla Cina e del tenore necessariamente ostile delle dichiarazioni di politica estera “alla giornata”. È evidente anche che i dissensi fra altre nazioni potranno essere facilmente risolti dalle tre grandi potenze quando arriveranno a una pace stabile fra loro. Non è necessario, ai fini del nostro strudio, supporre che questa détente generale ci sarà, e difatti non sosteniamo nulla del genere; basta tener conto dellapossibilità che si instauri.

Non è certo esagerato dire che una situazione di pace mondiale determinerebbe nelle strutture sociali di tutte le nazioni mutamenti d’una portata senza precedenti. Gli effetti economici del disarmo generale, per citare solo la piú evidente fra le conseguenze della pace, modificherebbero gli schemi di produzione e distribuzione del globo in misura tale da far apparire insignificanti i cambiamenti avvenuti negli ultimi cinquant’anni. I cambiamenti politici, sociali, culturali, ecologici sarebbero altrettanto imponenti. Lo studio da noi condotto su questi problemi è stato motivato dalla consapevolezza sempre piú chiara, in uomini dentro e fuori il governo, che il mondo è totalmente impreparato a affrontare una situazione del genere.

All’inizio del lavoro pensavamo di dedicarci esclusivamente a due problemi generali, con i loro derivati: Che cosa dobbiamo aspettarci se si instaura la pace? Che cosa dobbiamo essere preparati a fare in proposito? Ma via via che le nostre ricerche proseguivano divenne evidente che bisognava affrontare anche altri problemi. Per esempio, quali sono nella società moderna le vere funzioni della guerra, di là da quelle ufficiali di difendere e promuovere gli “interessi nazionali” dei vari paesi? In assenza della guerra, quali altre istituzioni esistono o si possono creare, in grado di assolvere alle stesse funzioni? Supponendo che gli attuali rapporti internazionali consentano una composizione “pacifica” dei dissensi fra nazioni, l’abolizione della guerra in senso lato è veramente possibile? E se è possibile, è desiderabile, in termini di stabilità sociale? E se non è desiderabile, che cosa si può fare per migliorare il funzionamento del nostro sistema sociale dal punto di vista della preparazione alla guerra?

La parola pace, così come l’abbiamo usata nelle pagine seguenti, definisce una condizione permanente, o quasi permanente, in cui non hanno alcun posto né l’esercizio né la possibilità di nessuna forma di quella violenza, o minaccia di violenza sociale organizzata, che va generalmente sotto il nome di guerra. Una pace cosí intesa implica il disarmo totale e generale. La parola non è usata, qui, per definire la condizione a noi piú familiare di “guerra fredda”, “pace armata”, né alcun’altra condizione che rappresenti soltanto una tregua, breve o lunga, dal conflitto armato. Né è usata semplicemente come sinonimo di composizione attraverso strumenti politici di dissensi internazionali. La potenza dei moderni mezzi di distruzione di massa e la rapidità delle comunicazioni moderne richiedono la definizione assoluta che abbiamo dato piú sopra. Solo una generazione fa, una tale definizione sarebbe apparsa utopistica; oggi, qualsiasi modifica o limitazione la renderebbero inutilizzabile ai nostri fini. In base a un criterio analogo, abbiamo usato la parola guerra per definire, a seconda dei casi, la guerra convenzionale (“calda”), la condizione generale di preparazione alla guerra o disponibilità alla guerra, il generale “sistema di guerra”: in quale senso sia usata di volta in volta la parola, sarà evidente dal contesto.

Nel primo capitolo del Rapporto sono illustrati l’ampiezza dell’area presa in esame e gli assunti su cui abbiamo impostato il lavoro. Nel secondo si esaminano gli effetti del disarmo sull’economia, tema di quasi tutte le ricerche compiute finora sul problema della pace. Il terzo riguarda i cosiddetti “scenari di pace” che sono stati proposti. Il quarto, il quinto e il sesto trattano delle funzioni non militari della guerra e dei problemi che esse pongono per una valida transizione alla pace; qui si troveranno alcune indicazioni, non coordinate in alcuno studio precedente, atte a far intendere le vere dimensioni del problema. Nel settimo capitolo riassumiamo i risultati raggiunti, e nell’ottavo esponiamo le raccomandazioni per quella che crediamo una linea d’azione pratica e necessaria.

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CAPITOLO QUARTO

GUERRA E PACE COME SISTEMI SOCIALI 



Abbiamo esaminato soltanto sommariamente gli “scenari di disarmo “finora proposti e le analisi economiche esistenti; ma la ragione dell’apparente noncuranza con cui trattiamo tanti lavori seri, compiuti da persone altamente qualificate, non va cercata in un nostro scarso rispetto per la loro competenza. La ragione è un’altra. Per dirla in parole semplici, tutti questi programmi, per quanto particolareggiati, per quanto ben studiati, sono astrazioni. Il piano di disarmo piú attentamente ragionato somiglia, inevitabilmente, piú alle regole di un gioco o a un esercizio scolastico di logica che a una prognosi di eventi reali nel mondo reale. Questo è tanto vero dei complessi programmi di oggi quanto lo era del “Piano per la Pace Perpetua in Europa” dell’Abbé de St.-Pierre duecentocinquant’anni fa.

In tutti questi programmi manca qualche elemento essenziale. Uno dei primi compiti che ci siamo proposti è stato quello di mettere a fuoco tale deficienza, e crediamo di esserci riusciti. Ci sembra che alla base degli studi da noi esaminati — dalla modesta proposta tecnologica (per esempio, convertire una fabbrica di gas velenosi alla produzione di equivalenti “socialmente utili”) al piú complesso “scenario” del nostro tempo per la pace universale — stia, comune a tutti, un errore fondamentale. Di qui proviene quell’atmosfera di irrealtà che vizia tutti questi piani. È l’assunto sbagliato che la guerra, in quanto istituzione, sia subordinata ai sistemi sociali dei quali è creduta uno strumento.

Questo errore, per quanto profonde e vaste siano le sue conseguenze, è perfettamente comprensibile. Pochi clichés sociali sono accettati piú supinamente dell’idea che la guerra è solo un altro strumento per conseguire i fini della diplomazia (o della politica, o del perseguimento di obiettivi economici). Se questo fosse vero, sarebbe giustissimo che economisti e teorici della politica considerassero i problemi della transizione alla pace essenzialmente meccanici o procedurali: come in effetti li considerano, trattandoli come corollari della composizione di conflitti d’interessi su piano internazionale. Se questo fosse vero, le difficoltà di una transizione alla pace non sarebbero difficoltà sostanziali. È evidente infatti che anche nel nostro mondo non esiste conflitto di interessi, reale o immaginario, fra nazioni oppure tra forze sociali all’interno delle nazioni, che non si possa risolvere senza ricorso alla guerra: se a tale soluzione si attribuisse un valore sociale prioritario. E se questo fosse vero, le analisi economiche e le proposte di disarmo di cui abbiamo parlato non ispirerebbero — per quanto plausibili e ben ragionate possano essere — una cosí netta impressione di mancanza di realismo.

Il fatto è che il cliché non corrisponde alla realtà dei fatti e che i problemi della transizione sono sostanziali, non semplicemente procedurali. Benché la guerra sia “usata” come uno strumento della politica nazionale e sociale, il fatto che una società sia organizzata in vista della capacità di entrare in guerra ha implicazioni tali da ridurre a una posizione di secondo piano le strutture politiche e sociali. La guerra diventa di per sé il sistema sociale di base, nell’ambito del quale altri modi secondari di organizzazione sociale possono combattersi o armonizzare. È il sistema che ha governato la maggior parte delle società umane di cui si conosce la storia, e governa la società esistente oggi.

Una volta che si sia capito questo, diventa evidente la portata dei problemi insiti in una transizione alla pace: che è, anch’essa, un sistema sociale, ma senza precedenti tranne in alcune semplici società preindustriali. Nello stesso tempo, diventa possibile una spiegazione razionale di alcune fra le sconcertanti contraddizioni — o quelle che appaiono tali a uno sguardo superficiale — delle società moderne. L’importanza e il potere “eccessivi” dell’industria bellica; la preminenza, scoperta o celata, delle istituzioni militari in qualunque società; il fatto che le istituzioni militari e paramilitari non sono soggette alle norme sociali e legali di comportamento accettate e imposte in tutti gli altri settori della società: queste e altre apparenti contraddizioni, strettamente associate con i rapporti fra guerra e società, si spiegano facilmente quando si riconosce nella priorità della potenzialità bellica la principale forza strutturante della società. I sistemi economici, le filosofie politiche, i corpora juris rafforzano il sistema di guerra e gli sono subordinati, non viceversa.

Si deve sottolineare che la precedenza della capacità di far guerra sulle altre caratteristiche di una società non è il risultato di una “minaccia” vera o presunta da parte di altre società. Questo è l’inverso della reale situazione di base: le “minacce” contro gli “interessi nazionali” sono di solito create o aggravate per far fronte alle esigenze del sistema di guerra. Solo in tempi relativamente recenti si è giudicato opportuno dal punto di vista politico cambiare il nome agli investimenti bellici per chiamarli eufemisticamente investimenti per la “difesa”. La necessità per i governi di distinguere fra l'”aggressione” (che è male) e la “difesa” (che è bene) è un sottoprodotto della diffusione della cultura e della rapidità di comunicazione. La distinzione è soltanto tattica: una concessione alla sempre più sentita insufficienza delle vecchie razionalizzazioni politiche della preparazione alla guerra.

Le guerre non sono “causate” da conflitti internazionali di interessi. Volendo ordinare i fatti secondo la giusta sequenza logica, sarebbe piú spesso esatto dire che alle società guerriere sono necessari tali conflitti, che perciò esse provocano. La capacità d’una nazione a fare la guerra esprime il massimo potere sociale che essa è in grado di esercitare; fare la guerra — farla veramente o contemplarne la possibilità — è una questione di vita o di morte sulla piú grande scala soggetta al controllo sociale. Non ci si dovrebbe dunque sorprendere se in qualsiasi società le istituzioni militari rivendicano il primo posto nell’ordine delle priorità.

Riteniamo inoltre che la confusione nata intorno al mito che la guerra sia uno strumento della politica nazionale derivi dalla generale incomprensione delle funzioni della guerra. In generale, si ritiene che tali funzioni siano: difendere una nazione dall’attacco militare di un’altra, o tener lontano, ispirando timore, un tale attacco; difendere o promuovere un “interesse nazionale”, economico, politico, ideologico; mantenere o accrescere il potere militare di una nazione come fine a se stesso. Queste sono le funzioni visibili o ostensibili della guerra. Se non ce ne fossero altre, la importanza delle istituzioni e attività connesse con la guerra potrebbe, in tutte le società, scendere al livello subordinato che si crede esse occupino; e l’eliminazione della guerra sarebbe veramente quella questione di procedure che gli “scenari di disarmo” lascerebbero pensare.

Ma nelle società moderne la guerra svolge altre funzioni, piú vaste, con ripercussioni piú profonde. Queste funzioni, invisibili o implicite, fanno sí che la preparazione alla guerra continui a essere la forza dominante nelle nostre società. Ed è proprio perché i loro autori non vogliono o non sanno stimare al giusto valore l’importanza di tali funzioni che “scenari di disarmo” e piani di riconversione sono cosi poco utili e danno l’impressione di non avere nessun rapporto con il mondo che conosciamo.

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CAPITOLO QUINTO

LE FUNZIONI DELLA GUERRA 



Come abbiamo detto, la preminenza dell’idea di guerra come principale forza strutturante nella maggior parte delle società umane non è stata fin qui stimata al suo giusto valore. Questo è vero anche dei suoi effetti, sensibili in tutte le attività non militari. In società industriali complesse come la nostra tali effetti sono meno evidenti di quanto non siano in culture primitive, i moventi e la natura delle cui attività sono piú facili a cogliersi.

In questa parte del nostro rapporto ci proponiamo di esaminare le funzioni non militari, implicite e solitamente invisibili della guerra, nella misura in cui riguardano i problemi di una transizione alla pace nel quadro della nostra società. Sulla funzione militare, o ostensibile, della guerra, non occorre dilungarsi in spiegazioni: sotto questo rispetto la guerra serve semplicemente a difendere o promuovere gli “interessi nazionali” mediante la violenza organizzata. Per le istituzioni militari di un paese è spesso necessario creare un bisogno che giustifichi i poteri eccezionali di cui godono. E un apparato militare sano va tenuto in “esercizio” — grazie a qualsiasi razionalizzazione paia opportuna al momento —, se non si vuole che si atrofizzi.

Le funzioni non militari del sistema di guerra hanno motivazioni ed effetti ben piú profondi. La loro ragion di essere non è semplicemente giustificare se stesse, bensí soddisfare piú vaste necessità sociali. Se e quando la guerra sarà eliminata, verranno meno contemporaneamente le funzioni militari cui ha assolto; ma non verranno meno le sue funzioni non militari. È essenziale quindi che ne comprendiamo l’importanza prima di poterci considerare in grado di suggerire quali istituzioni ne potrebbero prendere il posto.

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Funzioni economiche

La produzione di armi per la distruzione in massa è sempre stata associata con un’idea di “spreco” economico. Il termine è peggiorativo, in quanto implica l’idea d’una funzione puramente negativa. Ma nessuna attività umana si può considerare puro spreco se raggiunge il suo obiettivo “contestuale”. La frase “è uno spreco, ma necessario”, applicata non solo agli investimenti bellici ma a tutte le attività commerciali “non produttive” della nostra società è una contraddizione in termini. “… Gli attacchi mossi, fin dal tempo delle critiche di Samuele a Re Saul, contro le spese militari considerate come spreco, hanno impedito che ci si rendesse conto di una verità, o si sono basate sulla mancata comprensione di essa: la verità che alcuni tipi di spreco possono avere una piú vasta utilità sociale.”

Nel caso degli investimenti militari, questa piú vasta utilità sociale sicuramente esiste. Deriva dal fatto che lo “spreco” della produzione bellica si esercita interamente al di fuori dell’ambito dell’attività economica regolata dalle leggi della domanda e dell’offerta; come tale, costituisce l’unico settore abbastanza vasto dell’economia totale che sia interamente soggetto a un controllo arbitrario. Se le moderne società industriali si possono definire società che hanno sviluppato la capacità di produrre piú di quanto è necessario per la loro sopravvivenza economica (indipendentemente dalla giusta o ingiusta distribuzione dei beni fra i loro membri) si può dire che gli investimenti militari rappresentano l’unico “volano” dotato d’un’inerzia sufficiente a stabilizzare i progressi delle varie economie. Il fatto che la guerra sia uno “spreco” è esattamente ciò che le permette di assolvere questa funzione; e quanto piú rapidamente progredisce un’economia, tanto piú pesante il volano deve essere.

Tale funzione è spesso vista, con estremo semplicismo, come uno strumento per il controllo delle eccedenze. Un autore scrive in proposito: “Perché la guerra è cosí meravigliosa? Perché crea una domanda artificiale… l’unico tipo di domanda artificiale, inoltre, che non sollevi problemi politici; la guerra, e solo la guerra, risolve il problema delle scorte.” Si parla, qui, di conflitto armato; ma le stesse osservazioni valgono egualmente bene per una generale economia di guerra. Il rapporto di un gruppo di esperti operante alle dipendenze dello U. S. Arms Control and Disarmament Agency conclude piú cautamente: “Si ritiene in generale che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, la forte espansione del settore pubblico dell’economia, espansione dovuta ai forti investimenti per la difesa, ha contribuito a sventare il pericolo di recessioni, in quanto questo settore non è sensibile alle contrazioni cui va soggetto il settore privato e ha svolto le funzioni d’una specie di volano nell’economia.”

La principale funzione economica della guerra, a nostro modo di vedere, sta appunto nel fatto che essa rappresenta, nella macchina dell’economia, una specie di volano il quale con la sua inerzia controbilancia i progressi della produzione. Non va confusa con le varie forme di controllo fiscale, nessuna delle quali impegna direttamente un gran numero di uomini e di impianti produttivi. Né va confusa con i massicci investimenti del governo in programmi assistenziali: una volta varati, questi programmi diventano generalmente parte integrante dell’economia generale, e si sottraggono al controllo arbitrario.

Ma anche e persino nel contesto della generale economia civile la guerra non si può considerare interamente uno “spreco”. Senza una tradizionale economia di guerra, e senza la sua frequente eruzione in conflitti armati su vasta scala, non ci sarebbero stati quasi tutti i piú importanti progressi industriali nella storia, a cominciare dalla scoperta e dall’impiego del ferro. La tecnologia della produzione bellica struttura l’economia. Secondo l’autore già citato, “Nulla è piú ironico, piú rivelatore della natura della nostra società, del fatto che, in questa società, la guerra devastatrice è anche una forza progressiva… La produzione bellica è progressiva in quanto è produzione che in altre circostanze non avrebbe avuto luogo. Non si è prestata la debita attenzione al fatto che, per esempio, il tenor di vita civile migliorò durante la seconda guerra mondiale”. Questo non è “ironico” o “rivelatore”, è semplicemente la realtà dei fatti.

Bisogna notare che la produzione bellica ha un effetto stimolante anche al di fuori del proprio ambito. Lungi dal costituire uno “spreco” delle risorse di un’economia, gli investimenti bellici, considerati da un punto di vista pragmatico, sono sempre stati un fattore positivo per l’aumento del prodotto nazionale lordo e della produttività individuale. Un ex Segretario dell’Esercito si è così espresso, in termini attentamente studiati per riuscire accetti all’opinione pubblica: “Se c’è, come credo che ci sia, un diretto rapporto fra lo stimolo di forti investimenti per la difesa e un forte aumento del prodotto nazionale lordo, ne segue logicamente che gli investimenti per la difesa vanno incoraggiati per ragioni esclusivamente economiche [il corsivo è nostro], come uno stimolante del metabolismo della nazione.” In pratica, la fondamentale utilità non militare della guerra nell’economia è molto piú largamente riconosciuta di quanto lascerebbe pensare la scarsità di dichiarazioni sul tipo di quella appena citata.

Ma abbondano i pubblici riconoscimenti dell’importanza della guerra per l’economia generale espressi in forma negativa, cioè sotto forma di riconoscimento degli effetti negativi che avrebbe la cessazione della guerra. L’esempio piú noto è l’effetto delle “minacce di pace” sul mercato azionario: “Wall Street è rimasta sconvolta, ieri, dalla notizia di quello che pareva un tentativo nord-vietnamita di saggiare la possibilità di trattative di pace; ma ha ritrovato la calma dopo un’ora circa di vendite talvolta indiscriminate.” Certe banche incoraggiano al risparmio con slogans che esprimono lo stesso concetto, per esempio: “Se scoppia la pace, siete pronti ad affrontarla?” Un caso piú complesso è il recente rifiuto del Dipartimento di Stato, di permettere al governo della Germania Ovest di sostituire, nei suoi acquisti dagli Stati Uniti, generi non militari agli armamenti, di cui la Germania non ha bisogno; la considerazione decisiva è stata che gli acquisti della Germania non devono influenzare l’economia generale (non militare). Altri esempi sono le pressioni esercitate sul Dipartimento quando questo annuncia il progetto di chiudere qualche fabbrica che produce armamenti anacronistici (come forma “inutile” di “spreco”) e la consueta coordinazione di un’intensificazione delle attività militari (come nel Vietnam nel 1965) con aumenti preoccupanti del numero dei disoccupati.

Non sosteniamo l’impossibilità di trovare un sostituto della guerra nella sua funzione economica; ma certo finora non è stata collaudata nessuna combinazione di tecniche per il controllo dell’occupazione, della produzione e del consumo che possa neppur lontanamente competere con la sua efficacia. La guerra è tuttora, come è sempre stata, l’essenziale stabilizzatore economico delle società moderne.

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Funzione politica

Le funzioni politiche della guerra sono state finora, e sono, ancor piú importanti ai fini della stabilità sociale. Tuttavia, non v’è nulla di sorprendente nel fatto che i piani di conversione economica alla pace ne trascurino le ripercussioni politiche, e che gli “scenari di disarmo”, in cui spesso si valuta con tanto acume il peso dei fattori politici internazionali, tendano a trascurare le funzioni politiche del sistema di guerra all’interno delle singole società.

Queste funzioni sono essenzialmente d’ordine organizzativo. Innanzi tutto, l’esistenza di una società come “nazione” richiede, come parte della sua fisionomia politica, un certo atteggiamento nei rapporti con altre “nazioni”. È quella che chiamiamo solitamente politica estera. Ma la politica estera di una nazione non può avere nessun peso se a quella nazione mancano i mezzi per imporre il suo atteggiamento ad altre nazioni. Per imporlo, deve poter far leva sulla minaccia di un’organizzazione politica massima a questo fine; in altre parole, deve essere organizzata, almeno in qualche misura, in vista della guerra. La guerra quindi, come è intesa qui — cioè come sistema che include tutte le attività nazionali nelle quali è implicitamente riconosciuta la possibilità di un conflitto armato — è in sé l’elemento che definisce l’esistenza di una nazione di fronte a un’altra. Poiché è storicamente assiomatico che l’esistenza di qualsiasi forma di armamenti ne comporta necessariamente l’uso, qui usiamo la parola “pace” praticamente come sinonimo di disarmo. In forza dello stesso ragionamento, “guerra” è praticamente sinonimo di nazione. L’eliminazione implica la inevitabile scomparsa delle sovranità nazionali e della tradizionale nazione-stato.

Il sistema di guerra non solo è stato ed è essenziale all’esistenza delle nazioni come entità politiche indipendenti, ma è stato ed è egualmente essenziale alla stabilità della loro struttura politica interna. Senza di essa, nessun governo è mai riuscito a ottenere il riconoscimento della sua “legittimità” o del suo diritto a dirigere un paese. La possibilità della guerra dà quel senso di una necessità esterna senza il quale nessun governo può mantenersi per lungo tempo al potere. La storia rivela una successione di casi in cui l’incapacità di un regime a conservare credibilità a una minaccia di guerra ne provocò la dissoluzione sotto la spinta di forze diverse: l’interesse privato, le reazioni all’ingiustizia sociale, altri fattori di disgregazione. L’organizzazione di una società in vista della possibilità della guerra è il piú importante stabilizzatore politico. È ironico che questa funzione fondamentale della guerra sia stata riconosciuta dagli storici solo per quelle società che a loro volta la riconobbero espressamente: le società piratesche dei grandi conquistatori.

L’autorità di base di uno stato moderno sui suoi cittadini risiede nel suo potere militare. (V’è anzi motivo di credere che la legge codificata abbia avuto origine nelle norme di condotta stabilite da vincitori militari per regolare i rapporti con il nemico sconfitto, piú tardi adattate in modo da poter valere per tutte le popolazioni soggette.) A livello dei rapporti quotidiani fra stato e cittadino, il primo è rappresentato dall’istituzione della polizia, organizzazione armata esplicitamente investita del compito di combattere i “nemici interni” con sistemi militari. Come le forze armate convenzionali, anche la polizia è sostanzialmente esente da molte delle restrizioni legali cui è soggetto il comportamento sociale dei civili. In alcuni paesi, l’artificiosa distinzione tra la polizia e le altre forze militari non esiste. A livello dei rapporti a lungo termine, i poteri militari d’emergenza di un governo — insiti persino nella struttura delle nazioni piú libertarie — definiscono l’aspetto piú significativo del rapporto fra stato e cittadino.

Nelle piú progredite società democratiche moderne, la guerra ha fornito e fornisce ai leaders politici un altro strumento economico-politico di crescente importanza: svolge la funzione di ultima difesa contro l’eliminazione di classi sociali necessarie. Via via che la produttività economica aumenta raggiungendo livelli sempre piú alti al di sopra di quello minimo di sussistenza, per la società diventa sempre piú difficile mantenere schemi di distribuzione tali da assicurare l’esistenza di “spaccapietre e portatori d’acqua”. È prevedibile che i futuri progressi dell’automazione portino a una differenziazione ancora piú netta fra i lavoratori di grado “superiore” e quelli che Ricardo definiva gli “addetti ai lavori servili”, simultaneamente aggravando, peraltro, il problema di assicurare la necessaria manodopera non specializzata.

La natura arbitraria di investimenti e altre attività militari ne fa gli strumenti ideali per controllare questi essenziali rapporti di classe. Evidentemente, se il sistema di guerra fosse eliminato sarebbe necessario ricorrere immediatamente a nuovi strumenti politici per assolvere a questa sotto-funzione di vitale importanza. Finché questi strumenti non esistono, è necessario mantenere in vita il sistema di guerra, non foss’altro che per conservare quella qualità e quel grado di povertà che sono necessari come incentivo, e per garantire la stabilità dell’organizzazione del potere all’interno.

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Funzione sociologica

Esamineremo qui un complesso di funzioni assolte dal sistema di guerra che influenzano il comportamento umano nella società. In generale, hanno implicazioni piú vaste e sono meno suscettibili di osservazione diretta dei fattori economici e politici fin qui esaminati.

La piú chiara di queste funzioni è quella svolta da secoli dalle istituzioni militari: dare agli elementi antisociali un posto accettabile nella struttura sociale. Quei movimenti socialmente instabili e tendenti alla disgregazione della società che generalmente si definiscono “fascisti” hanno sempre messo radici in società in cui mancavano istituzioni militari o paramilitari capaci di incanalare le energie di questi elementi. Questa funzione ha assunto un’importanza cruciale in momenti di rapido mutamento. I segnali di pericolo sono facili a riconoscersi, anche se i fenomeni sociali in questione portano nomi diversi in tempi diversi; i clichés attuali — “delinquenza giovanile”, “alienazione” — hanno i loro paralleli in ogni epoca. Un tempo queste situazioni erano risolte direttamente dagli organismi militari, senza complicazioni di processi o altro, di solito attraverso arruolamenti forzati o addirittura la riduzione in schiavitú. Ma non è difficile immaginare, a esempio, quali sconvolgimenti sociali sarebbero avvenuti negli Stati Uniti se il problema dei disadattati del secondo dopoguerra non fosse stato previsto e affrontato con mezzi efficaci. I piú giovani e più pericolosi fra questi gruppi ostili sono stati e sono tenuti sotto controllo dal Selective Service System.

Questo sistema, e sistemi analoghi altrove, offrono un esempio notevolmente chiaro di utilità mascherata delle istituzioni militari. Le persone piú informate nel nostro paese non hanno mai accettato come degna di seria considerazione la spiegazione ufficiale del servizio militare in tempo di pace (necessità militari, preparazione, ecc.). Trova invece credito fra gli uomini piú attenti l’idea raramente espressa, meno facile a confutarsi, che l’istituzione del servizio militare gode nella nostra società di una priorità “patriottica” che va mantenuta come fine a se stessa. Ironicamente, la semplicistica giustificazione ufficiale del servizio militare selettivo appare piú vicina alla verità, una volta che si siano comprese le funzioni non militari delle istituzioni militari. In quanto mezzo di controllo sugli elementi ostili, nichilisti, potenziali provocatori di disordini, d’una società in fase di transizione, il servizio militare si può difendere, e in modo del tutto convincente, come una necessità “militare”.

Né può essere considerato una coincidenza il fatto che l’intensificarsi delle attività propriamente militari, e quindi gli aumenti nel numero degli arruolamenti, coincidono in genere con gli aumenti del numero di disoccupati fra i giovani. A sua volta, un alto numero di disoccupati è un segno sicuro di scontento sociale. Va ricordato inoltre che in tutte le civiltà le forze armate sono state sempre il principale rifugio legale dei giovani disadattati a qualunque lavoro. Il tipico esercito permanente europeo (di cinquant’anni fa) era formato di “… soldati disadattati a impieghi nel commercio, nell’industria o nell’agricoltura, comandati da ufficiali privi di tutte le qualità necessarie per esercitare una professione legittima o per dirigere una qualsiasi impresa commerciale”. Questo è ancora in gran parte vero, benché meno evidente. In un certo senso le forze armate, in questa loro funzione di tutrici degli elementi economicamente o culturalmente diseredati, precorsero la maggior parte dei moderni programmi civili di assistenza sociale, dalla W.P.A. a varie forme di assistenza medica e previdenza sociale. È interessante notare che i sociologi liberali i quali oggi propongono di usare il sistema di servizio militare selettivo come un mezzo per il miglioramento culturale dei poveri considerano questa un’applicazione nuova della pratica militare.

Benché non si possa sostenere in assoluto che misure di controllo sociale come il servizio militare obbligatorio richiedono necessariamente una spiegazione militare, nessuna società moderna ha finora voluto arrischiare esperimenti di diverso genere. Persino in periodi di crisi sociali relativamente semplici, come la cosiddetta “grande depressione” degli anni trenta, il governo considerò prudente investire di un carattere militare progetti minori concepiti per dar lavoro ai disoccupati — come il Civilian Conservation Corps — e affidare inizialmente la piú ambiziosa National Recovery Administration alla direzione di un ufficiale di carriera. Oggi, almeno un piccolo paese dell’Europa settentrionale, alle prese con l’incontrollabile turbolenza della sua “gioventù alienata”, sta studiando la possibilità di un’espansione delle forze armate, nonostante che questo provvedimento crei il problema di far apparire credibile l’aggravarsi di una inesistente minaccia esterna.

Sporadicamente si è tentato di far accettare all’opinione pubblica programmi di interesse nazionale privi di ogni implicazione militare, ma questi sforzi sono sempre falliti. Ad esempio, per guadagnare l’appoggio del pubblico persino a modesti programmi di aggiustamento sociale come “combattere l’inflazione” o “mantenersi fisicamente in forma” il governo ha dovuto ricorrere a incentivi “patriottici” (e dunque militari). Vende titoli “per la difesa” e identifica la buona salute con la “forma” necessaria per poter prendere le armi da un momento all’altro. In tutto questo, non c’è nulla di sorprendente: il concetto di nazione implica la disponibilità alla guerra, e lo stesso vale per un programma “nazionale”. 



In generale, il sistema di guerra fornisce la motivazione di base per un’organizzazione sociale primaria, e cosí riflette a livello sociale gli incentivi del comportamento umano individuale. Il piú importante fra questi incentivi è, a fini sociali, la razionalizzazione individuale della solidarietà con una società e dell’adesione ai suoi valori. Per la solidarietà è necessaria una causa; a una causa è necessario un nemico. Inoltre, il nemico che definisce la causa deve sembrare effettivamente temibile. Detto un po’ all’ingrosso, il presunto potere del “nemico” sufficiente a garantire alla società la solidarietà dell’individuo deve essere proporzionato alla grandezza e alla complessità della società stessa. Oggi, naturalmente, occorre un nemico dotato d’un potere temibile come non mai.

Secondo la logica degli schemi di comportamento umano, una volta che è diventata credibile l’esistenza di un nemico “sociale”, la società si prepara a una risposta proporzionata alla minaccia. In un ampio contesto sociale, il principio dell’occhio per occhio è ancora quello che informa l’unico atteggiamento accettabile nei confronti di una presunta minaccia di aggressione; e non importa se la condotta personale è governata da precetti religiosi e morali in contrasto con quel principio. In una società moderna le conseguenze a livello sociale sono cosí remote dalle decisioni personali che è facile, per i membri di quella società, mantenere un tale atteggiamento senza neppure esserne consapevoli. Un esempio recente è la guerra nel Vietnam; uno meno recente, le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki. Nell’un caso come nell’altro, una volta stabilito che le vittime erano “nemici”, la maggior parte degli americani perse di vista le spaventose proporzioni e la gratuità del massacro, traducendo la realtà dei fatti nell’astrattezza di formule politiche. Il sistema militare rende possibili risposte “astratte” anche in contesti non militari. Un esempio convenzionale del funzionamento di questo meccanismo è l’incapacità, comune alla maggior parte delle persone, di vedere il rapporto fra, poniamo, la fame di cui soffrono milioni di indiani e le decisioni politiche coscienti prese in passato. Tuttavia, la connessione logica fra la decisione di limitare la produzione di grano in America e una carestia in Asia è evidente e incontrovertibile.

Ciò che conferisce al sistema di guerra la sua preminenza nell’organizzazione sociale, come in altre aree, è il suo potere di vita e di morte. Va sottolineato ancora una volta che il sistema di guerra non è semplicemente l’estensione al livello sociale d’una presunta necessità di violenza individuale, ma serve a razionalizzare anche la maggior parte degli assassinii di cui non esiste una giustificazione militare. Inoltre fornisce un precedente per la collettiva disposizione dei membri di una società a pagare un prezzo di sangue per istituzioni molto meno importanti, per l’organizzazione sociale, di quanto sia la guerra. Per servirci di un esempio a portata di mano, “… piuttosto che accettare limiti di velocità di trenta chilometri l’ora preferiamo lasciare che le automobili uccidano quarantamila persone all’anno”. Un analista della Rand Corporation parla dello stesso fenomeno in termini piú generali e meno retorici: “Sono sicuro che esiste un livello desiderabile di incidenti automobilistici: desiderabile, intendiamo, in una prospettiva ampia, nel senso di una sua necessaria concomitanza con cose a cui la società attribuisce un piú grande valore. “La cosa può sembrare troppo ovvia perché sia necessario soffermarcisi, ma è essenziale per capire l’importante funzione motivazionale della guerra come modello di sacrificio collettivo.

Può essere istruttivo un rapido sguardo ad alcune società pre-moderne oggi scomparse. Una delle caratteristiche piú notevoli comuni alle piú splendide e complesse civiltà antiche fu l’uso diffusissimo del sacrificio di sangue. Limitando l’esame a quelle culture la cui egemonia territoriale era cosí completa da rendere praticamente inconcepibile la possibilità di una guerra — come nel caso di parecchie fra le grandi società precolombiane dell’emisfero occidentale — si constaterebbe che in tutte una qualche forma di assassinio rituale occupò una posizione di fondamentale importanza sociale. Invariabilmente, il rituale era investito d’un significato mitico e religioso; ma, come in tutte le pratiche religiose e totemiche, il rito mascherava una piú ampia e più importante funzione sociale.

In queste società, il sacrificio cruento assolveva la funzione di mantenere una residua “garanzia” della capacità e volontà sociale di far guerra (cioè uccidere ed essere uccisi) nel caso che qualche evento mistico (cioè imprevedibile) determinasse l’insorgere di tale possibilità. Il fatto che la “garanzia” si rivelò un sostituto troppo inefficace d’una vera e propria organizzazione militare quando apparve sulla scena l’imprevedibile nemico (nella fattispecie, i conquistadores spagnoli) non nega la funzione del rituale. Questo era principalmente, se non esclusivamente, un memento simbolico del fatto che la guerra era stata un tempo la principale forza di organizzazione sociale, e che una situazione di guerra avrebbe potuto ripresentarsi.

Nessuno intende dire che una transizione alla pace totale nelle società moderne renderebbe necessario il ricorso allo stesso modello, anche sotto forme meno “barbariche”. Ma l’analogia storica serve a dimostrarci che una sciarada simbolica non può essere un valido sostituto della guerra in quanto sistema sociale. Un valido sostituto deve implicare un vero rischio di autentica distruzione personale, e su scala rispondente alle proporzioni e alla complessità dei moderni organismi sociali. Credibilità: questa la chiave. Quale che sia la natura del sostituto, non assolverà alla funzione di forza organizzatrice della società svolta finora dalla guerra se non implicherà una credibile minaccia di distruzione.

L’esistenza di una minaccia esterna in cui praticamente tutti credano è dunque tanto importante alla coesione sociale quanto la sottomissione a un’autorità politica. La minaccia deve essere credibile, dev’essere di una gravità rispondente alla complessità della società minacciata e deve almeno sembrare rivolta contro tutta una società.

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Funzione ecologica

L’uomo, come tutti gli animali, è soggetto a un continuo processo di adattamento alle limitazioni dell’ambiente; ma il meccanismo di cui principalmente si è servito a questo scopo non ha altri esempi fra le creature viventi. Per prevenire gli inevitabili cicli storici di insufficienza di cibo, lo uomo d’età post-neolitica distrugge i membri in numero eccedente della sua stessa specie mediante la guerra organizzata.

Molti etologi osservano che il massacro organizzato di membri della specie è praticamente ignoto presso gli altri animali. La speciale propensione dell’uomo (condivisa in misura limitata dai topi) a uccidere i suoi simili si può spiegare con l’incapacità di adattare anacronistici schemi di sopravvivenza (per esempio uno schema primitivo come la caccia) allo sviluppo di “civiltà” in cui questi schemi non possono trovare un’efficace sublimazione. Si può anche attribuire ad altre cause, anche queste suggerite dagli studiosi, come un “istinto territoriale” male adattato ecc. In ogni caso, questa propensione esiste, e la sua espressione sociale — la guerra — costituisce uno strumento di controllo biologico dei rapporti con l’ambiente naturale che è peculiare all’uomo e proprio dell’uomo soltanto.

La guerra ha contribuito a permettere la sopravvivenza della specie umana. Ma come strumento di un’evoluzione intesa a migliorarla, la guerra è quasi incredibilmente inefficace. Con poche eccezioni, i processi selettivi delle altre creature viventi promuovono insieme la sopravvivenza della specie e il suo miglioramento genetico. Quando una specie animale si trova ad affrontare una delle sue periodiche crisi di insufficienza, sono normalmente i membri “inferiori” della specie quelli che scompaiono. La risposta “sociale” d’una specie animale a una crisi del genere può prendere la forma d’una migrazione in massa, nel corso della quale i deboli cadono lungo la strada. O può adottare il drammatico e piú efficace schema delle società di lemming, in cui i membri piú deboli si disperdono volontariamente, lasciando ai piú forti le riserve di cibo disponibili. In entrambi i casi, i deboli scompaiono e i forti sopravvivono. Nelle società umane, quelli che combattono e muoiono nelle guerre per la sopravvivenza sono in genere i membri biologicamente piú forti; il che rappresenta esattamente l’inverso della selezione naturale.

L’effetto geneticamente regressivo della guerra è stato sottolineato più volte e altrettanto spesso deplorato, anche quando ci confondono fattori biologici e culturali. Il sacrificio in misura sproporzionata degli uomini biologicamente piú forti rimane la caratteristica ineliminabile dei sistemi di guerra tradizionali. Ne è confermato il fatto che la sopravvivenza della specie, piú del suo miglioramento, è lo scopo fondamentale della selezione naturale (ammesso che abbia uno scopo): fatto che costituisce la premessa basilare di questo studio.

Ma, come ha osservato il polemologo Gaston Bouthoul, altre istituzioni create per svolgere questa funzione ecologica si sono dimostrate ancor meno efficaci (sono compresi nel numero: l’infanticidio, praticato soprattutto in società antiche e primitive; la mutilazione sessuale; il monachesimo; l’emigrazione forzata; l’uso estensivo della pena di morte, come nell’antica Cina e nell’Inghilterra del diciottesimo secolo, e altre pratiche analoghe, solitamente localizzate).

La capacità dell’uomo di aumentare la sua produttività di generi essenziali alla vita fisica fa sembrare quasi anacronistico il bisogno di difendersi contro le carestie cicliche. Ne risulta sminuita, quindi, l’importanza della fondamentale funzione ecologica della guerra, in cui generalmente i teorici della pace non credono. Tuttavia, due suoi aspetti conservano uno speciale rilievo. Il primo è facilmente immaginabile: il ritmo attuale di incremento demografico, sommato alla minaccia di contaminazioni chimiche e d’altro genere dell’ambiente, potrebbe benissimo provocare una nuova crisi di insufficienza delle risorse. Se una tale crisi dovesse verificarsi, sarebbe su scala mondiale e di una gravità senza precedenti, non semplicemente regionale o temporanea. E quasi sicuramente i metodi di guerra convenzionali sarebbero insufficienti a ridurre la popolazione a un livello tale da consentire la sopravvivenza della specie.

Il secondo fattore da prendere in considerazione è l’efficienza dei metodi moderni di distruzione in massa. Anche se non sarà necessario ricorrervi per risolvere una crisi demografica mondiale, per la prima volta nella storia dell’uomo offrono, forse paradossalmente, la possibilità di mettere fine agli effetti genetici regressivi della selezione naturale mediante la guerra. Le armi nucleari hanno effetti indiscriminati. Il loro uso porrebbe fine alla sproporzionata distruzione dei membri fisicamente piú forti della specie (i “guerrieri”) in periodi di conflitto armato. Non abbiamo ancora stabilito se questa prospettiva di miglioramenti genetici compenserebbe le mutazioni sfavorevoli dovute alla radioattività post-nucleare. Ciò che conferisce al problema una certa importanza per il nostro studio è la possibilità che un giorno diventi necessario rispondere a questa domanda.

Un’altra tendenza ecologica secondaria di cui si deve tener conto nel valutare il futuro incremento della popolazione è l’effetto regressivo di certi progressi in campo medico. Le pestilenze, per esempio, non sono piú un importante fattore di controllo demografico. Il problema rappresentato dall’aumento della durata media della vita umana si è aggravato. Questi progressi creano anche un problema potenzialmente piú grave, in quanto caratteri genetici indesiderabili che un tempo si eliminavano da sé provocando la morte dell’individuo oggi sono mantenuti grazie a mezzi medici che assicurano la sopravvivenza. Molte malattie un tempo fatali in età pre-procreativa oggi infatti si curano; l’effetto è di perpetuare suscettibilità e mutazioni indesiderabili. Ci sembra chiaro che la guerra sta ora assumendo una nuova funzione quasi eugenica, della quale bisognerà tener conto in qualsiasi programma di transizione alla pace. Per il momento, sembra che il Dipartimento della Difesa abbia riconosciuto l’importanza di questi fattori, come dimostra fra l’altro il piano ora allo studio presso la Rand Corporation per far fronte alla rottura dell’equilibrio ecologico che si prevede avrebbe luogo dopo una guerra termonucleare. Il Dipartimento ha anche cominciato a preparare, per esempio, riserve di uccelli, contro la prevista proliferazione di insetti resistenti alle radiazioni, ecc.

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Funzione culturale e scientifica

Il professato ordine di valori delle società moderne assegna uno dei primi posti alle cosiddette attività “creative”, e uno ancor piú alto nella scala alle attività associate con i progressi della conoscenza scientifica. I valori sociali in cui molti credono si possono tradurre in equivalenti politici, che a loro volta possono avere un peso nel determinare la natura di una transizione alla pace. Nel pianificare la transizione, bisogna tener conto degli atteggiamenti di coloro che credono in quei valori. Ne segue che la dipendenza dei progressi scientifici e culturali dal sistema di guerra è un fattore a cui si dovrebbe attribuire molta importanza in un piano di transizione alla pace, anche se quei progressi non assolvessero a nessuna funzione sociale in sé necessaria.

Fra tutte le innumerevoli dicotomie escogitate dagli studiosi per spiegare le più importanti differenze tra stili e cicli d’arte, solo una ha e ha sempre avuto un significato univoco nella sua applicazione a una varietà di forme e di culture. Quali che siano le parole in cui si esprime, la distinzione fondamentale è questa: l’opera in esame è orientata verso la guerra, o no? Presso i popoli primitivi, la danza di guerra è la forma d’arte piú importante. Altrove, le opere di letteratura, musica, pittura, scultura, architettura che hanno acquistato fama durevole hanno invariabilmente trattato, esplicitamente o implicitamente, un tema di guerra ed espresso l’importanza vitale della guerra per la società. Può trattarsi di conflitto nazionale, come nei drammi di Shakespeare o nella musica di Beethoven o nei dipinti di Goya, o la guerra può riflettersi nelle forme di una lotta religiosa, sociale o morale, come nell’opera di Dante, Rembrandt e Bach. L’arte che non è orientata verso la guerra è solitamente definita “sterile”, “decadente” e cosí via. L’applicazione d’un tal metro di giudizio a questa o quella opera d’arte può lasciare un margine aperto alla discussione, ma è fuori di dubbio la sua funzione di principale determinante dei valori culturali. Le norme estetiche e morali hanno una comune origine antropologica, nell’esaltazione del coraggio, della volontà di uccidere e rischiare la morte nelle guerre tribali.

È anche istruttivo notare che il carattere della cultura di una società è in stretto rapporto con il suo potenziale bellico, nel contesto del suo tempo; non è un caso che l’attuale “esplosione culturale” si stia verificando in un periodo caratterizzato da un progresso insolitamente rapido nel campo degli armamenti. L’esistenza di questo rapporto è riconosciuta piú largamente di quanto farebbe pensare la letteratura sull’argomento. Per esempio, molti artisti e scrittori esprimono preoccupazione per la limitata scelta creativa che, a quanto prevedono, sarà loro aperta nel mondo senza guerra che pensano, o sperano, sarà presto il nostro, e si stanno preparando a tale possibilità sperimentando, in misura finora mai vista, l’impiego di forme prive di significato. Da alcuni anni il loro interesse è sempre piú intensamente assorbito dalla composizione astratta, dall’emozione gratuita, dallo happening casuale, dalla sequenza di elementi privi d’ogni reciproco rapporto.

I rapporti fra la guerra da una parte e dall’altra la ricerca e la scoperta scientifica sono piú evidenti. La guerra costituisce la principale forza motivazionale per lo sviluppo della scienza a qualsiasi livello, da quello del concetto astratto a quello strettamente tecnologico. La società moderna attribuisce un altissimo valore alla scienza “pura”, ma è un fatto storico incontrovertibile che tutte le scoperte piú significative sul mondo naturale sono state ispirate dalle reali o immaginarie necessità militari della loro epoca. Le conseguenze delle scoperte hanno proceduto ben oltre, ponendo enormi distanze fra sé e le loro origini, ma la guerra ha sempre rappresentato l’incentivo fondamentale.

Cominciando dalla scoperta e dall’impiego del ferro e dell’acciaio, e procedendo attraverso le scoperte delle leggi del moto e della termodinamica fino all’era della particella atomica, dei polimeri sintetici, delle capsule spaziali, non esiste progresso scientifico che non sia stato per lo meno avviato da un’implicita necessità di armi. Esempi piú prosaici sono per esempio la radio a transistor (nata dalle necessità di mezzi di comunicazione militari), la catena di montaggio (nata dalla necessità di armi da fuoco nella guerra di secessione), la costruzione con impalcature d’acciaio (nata dalle navi da guerra corazzate), ecc. Un tipico adattamento si può riconoscere in un cosí modesto strumento come la falciatrice meccanica, nata dalla falce rotante che Leonardo da Vinci inventò perché precedesse un veicolo a cavalli tra le file nemiche.

Il piú immediato è il rapporto fra la guerra e la tecnologia medica. Per esempio, una gigantesca “macchina per camminare”, un amplificatore dei movimenti del corpo inventato per l’uso militare su terreni difficili, rende ora possibile camminare a molte persone un tempo confinate alla poltrona a rotelle. Già solo la guerra nel Vietnam ha portato a perfezionamenti spettacolari nelle tecniche di amputazione, nelle tecniche di conservazione del sangue e nell’organizzazione chirurgica, e ha stimolato nuove ricerche di grande respiro sulla malaria e su altre malattie tropicali; difficile dire quanto ancora avrebbero dovuto attendere questi studi, nonostante la loro enorme importanza per quasi metà della popolazione mondiale.

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Altre funzioni

Abbiamo omesso dal nostro esame delle funzioni non militari della guerra quelle che non ci sembrano essenziali per un programma di transizione. Con questo però non diciamo che non sono importanti, ma solo che non presentano speciali problemi per l’organizzazione di un sistema sociale orientato verso la pace. Fra queste funzioni possiamo mettere:

La guerra come liberazione psicologica a livello sociale. È questa una funzione psicosociale, che ha per una società gli stessi effetti che la vacanza, la festa, l’orgia per l’individuo: la liberazione e ridistribuzione di tensioni indifferenziate. La guerra serve al necessario riadattamento periodico delle norme di comportamento sociale (il “clima morale”) e serve a dissipare la noia generale, uno tra i fenomeni sociali solitamente piú sottovalutati o addirittura ignorati.

La guerra come stabilizzatrice dei rapporti fra le generazioni. In questa funzione — che presso altre specie animali è svolta da altri schemi di comportamento — la guerra permette alle vecchie generazioni, in processo di deterioramento fisiologico — di mantenere il proprio controllo sulle generazioni piú giovani, se necessario distruggendole.

La guerra come modello di chiarificazione ideologica. Il dualismo che caratterizza la dialettica tradizionale in tutte le branche della filosofia e in tutte le forme di rapporti politici stabili deriva dalla guerra come prototipo di conflitto. Tranne che per considerazioni secondarie, una questione non può avere piú di due facce, perché in una guerra non possono esserci piú di due parti in lotta.

La guerra come fattore di comprensione internazionale. Prima del moderno sviluppo delle comunicazioni, le necessità strategiche della guerra rappresentavano l’unico importante incentivo per l’arricchimento di una cultura nazionale con le conquiste di un’altra. Benché ciò sia ancora vero di molti rapporti internazionali, questa funzione va decadendo.

Altre funzioni su cui non ci siamo soffermati sono quelle che ci sembrano generalmente ed esplicitamente riconosciute. Un chiaro esempio è l’importanza della guerra come strumento per il controllo della qualità e del livello della disoccupazione. Questa è piú che una sotto-funzione economica e politica: i suoi aspetti sociologici, culturali, ecologici sono anch’essi importanti, benché spesso non cosí immediati. Ma nessuno riguarda il problema generale della sostituzione. Lo stesso si dica per alcune altre funzioni; quelle incluse nel nostro esame sono sufficienti a definire la portata del problema.

FONTE http://www.reteccp.org/biblioteca/disponibili/guerraepace/pace/ironmount/ironmountit.html

 

 

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