L’articolo che segue dell’Huffington Post sta riportando l’evoluzione finale di un dibattito iniziato nel 2023. L’Europa ha ora definito una strategia ufficiale che blocca l’uso ma finanzia la ricerca scientifica cautelativa. Mentre prima c’era un’opposizione quasi totale, ora l’Europa riconosce che è necessario studiare il fenomeno.
Geoingegneria solare, l’Europa dice sì alla ricerca (controllata)
Il Consiglio Ue invoca il principio di precauzione sulle tecnologie SRM. Giulia Neri (Cfg): “Non si può governare ciò che non si conosce”. Sul tavolo i rischi climatici, la corsa geopolitica e il timore di frenare la transizione verde
Per anni in Europa è stato quasi un tabù. Oggi, invece, la geoingegneria solare entra apertamente nel dibattito politico comunitario. Nelle recenti conclusioni del Consiglio Ue, gli Stati membri hanno espresso preoccupazione per i rischi legati agli interventi climatici su larga scala e, in particolare, alla Solar Radiation Modification (SRM): tecnologie pensate per riflettere una parte della luce solare nello spazio e ridurre temporaneamente il riscaldamento globale.
Il messaggio di Bruxelles è netto: applicare il principio di precauzione, monitorare le iniziative in corso e sostenere una moratoria sull’impiego operativo di queste tecnologie. Allo stesso tempo, però, l’Unione continuerà a partecipare alle discussioni internazionali sulla governance del settore, inclusi gli aspetti legati alla ricerca. Tradotto: no all’uso della SRM, almeno per ora. Ma il dossier non può più essere ignorato.
Vale la pena chiarire di cosa si tratta: la sigla SRM, infatti, comprende diverse tecniche. La più discussa è la stratospheric aerosol injection: l’ipotesi di disperdere particelle nella stratosfera per aumentare la riflettività del pianeta, prendendo spunto dagli effetti osservati dopo grandi eruzioni vulcaniche.
“Si tratta di tecnologie teoricamente provate, ma non testate nella pratica”, osserva Giulia Neri, direttore ad interim per gli interventi sul clima del Centre for Future Generations (Cfg), think tank indipendente attivo sui temi della governance tecnologica. I rischi possibili riguardano ecosistemi, precipitazioni, equilibri geopolitici e la distribuzione degli effetti tra Paesi diversi, con possibili “vincitori e vinti”.
Per Neri, la novità politica sta soprattutto nel fatto che per la prima volta si è espresso il Consiglio, cioè gli Stati membri. “Fino adesso era stata una tematica tabù a livello europeo”. La presa di posizione segue altri passaggi avvenuti negli ultimi anni, dalla comunicazione della Commissione del 2023 alle raccomandazioni dei consulenti scientifici europei del dicembre 2024.
Secondo Neri, però, serve distinguere con chiarezza tra moratoria sul deployment e moratoria sulla ricerca. “Le due cose non coincidono. Non si può governare qualcosa che non si conosce”. Il rischio, sostiene, è che bloccare anche la ricerca pubblica lasci l’Europa dipendente da dati e competenze sviluppati da altri: “Se noi decidiamo di non fare ricerca, l’avanzamento continuerà altrove. L’Unione ha bisogno di sviluppare competenze proprie per avere capacità di azione.”
Per questo, aggiunge, la ricerca dovrebbe essere “mission driven”, cioè pensata per rispondere alle domande dei decisori pubblici, oltre che pubblicamente finanziata, responsabile e trasparente.
Il tema però non riguarda solo il clima, ma anche potere e competizione tecnologica. Nel materiale diffuso da Cfg si cita il crescente interesse del settore privato e i finanziamenti raccolti da startup attive nel comparto. Secondo Neri, la SRM non dovrebbe essere trattata come una corsa tra blocchi contrapposti, ma come una materia di cooperazione internazionale. Tuttavia avverte: “L’Unione Europea non può essere naïve”.
C’è poi un altro problema: oggi l’Europa non avrebbe ancora strumenti sufficienti per rilevare rapidamente eventuali test condotti da altri Paesi o soggetti privati. “Se qualcuno inizia a testare queste tecnologie da qualche parte del mondo, noi non lo sappiamo”. Per questo Cfg sta esplorando come un progetto di monitoraggio e detection system potrebbe essere sviluppato, con l’idea di collegare ricerca scientifica, diplomazia e capacità di verifica. “Senza una capacità di monitoraggio e di detection, la moratoria rischia di rimanere inefficace”.
Su un punto, però, il messaggio resta fermo: la SRM non è una soluzione alla crisi climatica. Anche chi chiede più ricerca insiste sul fatto che non può sostituire la riduzione delle emissioni, l’uscita dai combustibili fossili e le politiche di adattamento. “Queste tecnologie non devono essere una scusa per non fare la transizione”, sottolinea Neri.
C’è inoltre il timore del cosiddetto moral hazard: l’idea che la sola prospettiva di una futura tecnologia capace di raffreddare il pianeta possa rallentare gli sforzi per tagliare le emissioni.
Per l’Europa la priorità resta quindi la decarbonizzazione. La geoingegneria solare, se mai entrerà davvero nel futuro delle politiche climatiche, resta per ora una tecnologia controversa da studiare con cautela.
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