Alcuni personaggi molto citati nei documenti dell’affarista pedofilo, morto nel 2019, hanno contatti col mondo ambientale.
Gli ormai noti Epstein files, oltre alle conseguenze politiche e mediatiche che stiamo scoprendo di settimana in settimana, stanno avendo anche un effetto diretto sulle lotte ambientali e su quelle per il clima.
La prima conseguenza è diretta e coinvolge premi milionari, nobili, misteriosi personaggi emiratini e un pasticcio diplomatico. La seconda conseguenza invece è indiretta e ha a che fare con le strategie che usiamo ormai da anni per diffondere i temi ambientali. Partiamo dalla prima.
Un premio ambientale con un finanziatore opaco
L’Earthshot Prize è uno dei premi ambientali più in vista a livello globale, ha sede al Kensington Palace ed è diretta espressione della Casa Reale. Motivo per il quale sul sito ufficiale la prima immagine che si vede è quella del presidente e fondatore. Cioè il principe del Galles, William. Non un reale qualsiasi, ma l’erede di uno degli ambientalisti più famosi e influenti di questi ultimi decenni, Re Carlo III. L’Earthshot Prize, tra i finanziatori, ha però anche un volto noto degli Epstein files.
Uno dei principali sostenitori del premio è DP World, una grande società emiratina che si occupa di logistica portuale e gestione di terminal marittimi. Il suo amministratore delegato è il miliardario Sultan Ahmed bin Sulayem, recentemente finito sotto i riflettori per una serie di email scambiate anni fa proprio con Jeffrey Epstein. Non solo: lo scambio di messaggi diventato più celebre di tutti gli Epstein files, quello che menziona l’apprezzamento per un “video di tortura”, sarebbe da attribuire proprio a uno scambio tra Epstein e bin Sulayem. Dopo che la notizia della presenza di bin Sulayem nei files si è diffusa l’uomo d’affari emiratino si è dimesso dalla sua carica ufficiale. Ma rimane una delle figure apicali di DP World.
I finanziamenti delle iniziative ambientali sono un tema discusso da tempo. Attivisti e giornalisti fanno notare come spesso l’ambiente sia un tema “furbo” su cui organizzare campagne pubblicitarie e di branding. “Furbo” soprattutto per le grandi aziende per ripulire la propria immagine pubblica. Cioè il cosiddetto greenwashing. Così oggi, in Gran Bretagna e non solo, ci si chiede se sia moralmente accettabile che la Casa Reale riceva per il suo premio ambientale finanziamenti da personaggi come bin Sulayem.
Su questo tema il gruppo anti-monarchico Republic ha chiesto alla Charity Commission (l’autorità che vigila sulle organizzazioni benefiche nel Regno Unito) di verificare se il premio presieduto dal principe abbia svolto un’adeguata due diligence (cioè i controlli che si fanno nelle trattative e negli affari) sui suoi finanziatori.
Ma ci si pone anche un’altra questione più pratica e forse anche più spinosa: cosa ottengono le aziende come DP World dal finanziamento di premi e iniziative ambientaliste? Esiste un problema di conflitto di interessi? Gli Epstein files sembrano raccontare proprio di queste commistioni di interessi amorali e diversi, ma comunque strettamente intrecciati tra loro.
Dietro l’angolo, il greenwashing
Va premesso che al momento non ci sono prove che colleghino il principe William o la Casa Reale alle comunicazioni tra bin Sulayem ed Epstein. Nei documenti emersi finora non c’è nulla che suggerisca che William fosse a conoscenza di quelle email. Ma è evidente che la corona britannica oggi si trova comunque in una morsa reputazionale: l’Earthshot Prize ha ricevuto finanziamenti da uno dei nomi che emergono dagli Epstein files, e per di più ci sono le connessioni arcinote dell’ex principe Andrea (oggi destituito) con Epstein stesso.
Il tema dei finanziamenti poco trasparenti e del greenwashing è sentito e dibattuto. DP World, per esempio, è una società la cui attività principale è la logistica portuale e il trasporto marittimo internazionale. Un settore che è responsabile da solo del 3% delle emissioni globali di gas serra. È anche da qui che provengono le critiche alla partecipazione dell’azienda a iniziative climatiche di grande visibilità; come alcuni progetti sostenuti dall’Earthshot Prize sulla coltivazione di coralli in laboratorio per contrastare la distruzione delle barriere coralline. Il dubbio che siano modi di tamponare mediaticamente il problema della distruzione delle barriere coralline con ipotesi improbabili è legittimo.
Insomma, ci sono i rapporti con personaggi poco decorosi che possono minare la credibilità di premi e istituzioni ambientali. Ma c’è anche un tema di mancanza di trasparenza e di rinnovati timori che potremmo ricondurre al greenwashing. Infine c’è un terzo tema che emerge sempre più spesso nelle opinioni e nelle analisi sulle lotte ambientali: affidarsi agli “ambassador” e alla filantropia potrebbe non essere una strategia vincente sul lungo termine.
Molte grandi iniziative climatiche degli ultimi anni si sono affidate a una combinazione di donazioni, grandi aziende e volti celebri: attori, influencer, star della musica e imprenditori miliardari. Una strategia che potrebbe essere troppo fragile, anche per via di casi mediatici come quello degli Epstein files.
Affidare la “voce” delle lotte ambientali a volti noti ha indubbi vantaggi. Attira attenzione mediatica, mobilita grandi risorse finanziarie e rende il tema del clima visibile a un pubblico molto più ampio rispetto a quello dei soli tecnici o degli ambientalisti. L’Earthshot Prize, da questo punto di vista, è uno degli esempi più evidenti di questo approccio. Ma in termini mediatici esiste un rovescio della medaglia molto rischioso. Basta uno scandalo e un intero sistema basato su sponsor e figure simboliche può perdere una grande fetta di credibilità e di fiducia da parte del pubblico.
FONTE https://www.wired.it/article/epstein-files-clima/
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