Di Andrea Caldart
L’acqua è vita. Una verità antica, semplice, eppure oggi appare come un concetto fragile, manipolabile, quasi negoziabile. In Sardegna, terra di pietre e di vento, questa risorsa non è mai stata un bene scontato: è sempre stata preziosa, vitale, indispensabile. Proprio per questo, sottrarla significa togliere respiro, togliere futuro, togliere dignità.
Negli ultimi anni, il mondo agricolo e pastorale sardo ha iniziato a percepire qualcosa di più inquietante di una semplice “mala gestione” o di una “crisi idrica”: un disegno, una precisa scelta, una volontà politica ed economica che somiglia terribilmente a un’arma di guerra. Perché privare gli agricoltori e gli allevatori dell’acqua significa privarli della possibilità stessa di esistere. E senza di loro, senza la fatica dei campi e la custodia degli animali, senza i frutti della terra e la cultura agro-pastorale che ha reso viva e fertile la Sardegna per millenni, cosa resta? Una terra arida, abbandonata, pronta a essere consegnata a interessi altri, lontani, che nulla hanno a che vedere con chi la abita.
Il paradosso dell’abbondanza negata
Tra la fine dell’inverno 2024 e i primi mesi del 2025 le precipitazioni sono state abbondanti. I dati parlano di bacini colmi, di fiumi rigogliosi. Eppure, oggi, i campi del Campidano e del Sarrabus si seccano, i raccolti muoiono, gli allevatori guardano le loro greggi soffrire. Perché? Perché mentre i cieli donavano acqua in abbondanza, qualcuno decideva di lasciarla correre al mare, sprecarla, disperderla, come se fosse un peso e non la più grande delle ricchezze.
Dati situazione invasi Sardegna anni 2020-2025
Consultando i dati sugli invasi dell’Autorità di bacino della Regione Sardegna emerge un paradosso: proprio nei bacini che interessano il Sarrabus l’acqua c’è, ma viene completamente negata, nonostante le ripetute richieste dei Sindaci dei tre Comuni. Quelle risorse idriche vengono invece dirottate verso le aree del Campidano, del Cixerri e del Sulcis.
I dati ufficiali riportano soltanto le quantità disponibili a fine mese, senza mai evidenziare i milioni di litri lasciati scorrere inutilmente verso il mare. Di questo spreco sono testimoni diretti gli abitanti del Sarrabus: da mesi, a causa del ponte interrotto per lavori, sono costretti a transitare con le proprie auto sul letto del fiume. E quando i rilasci diventano abbondanti, il guado rialzato si sommerge, obbligando i residenti a percorrere decine di chilometri in più.
La risposta la troviamo nelle narrazioni già sentite: i bacini erano troppo pieni, il clima è diventato estremo, le priorità idriche erano altre. Ma la realtà è che, nonostante l’acqua ci fosse, oggi i contadini si trovano comunque con i pozzi vuoti.
Situazione deviazione Flumendosa
Nella cartina sopra, si vede perfettamente che, ad esempio, il N. 16 che indica il percorso del fiume alla zona del Sarrabus, non è nemmeno nominato perché, l’acqua del Flumendosa viene sottratta al suo corso naturale per approvvigionare il Campidano, il Sulcis e il Cixerri e, solitamente tra marzo e aprile di ogni anno, lasciata scorrere in quantità spropositate verso il mare, a detta dei tecnici per diminuire gli invasi per evitare tracimazioni.
Non serve girarci attorno: questo non è un semplice errore di programmazione. È un atto di guerra. Una guerra silenziosa, combattuta non con armi ma con serrature chiuse ai canali e dighe che non rilasciano. Un conflitto in cui a cadere non sono soldati, ma raccolti, pecore, agrumeti, uliveti, vigne. A morire non è soltanto l’economia rurale, ma la cultura stessa della Sardegna, il suo respiro profondo, il legame millenario con la terra.
E viene spontanea la domanda: chi trae beneficio da questa desertificazione indotta? A chi conviene un’agricoltura sarda in ginocchio, un allevamento che non regge più, un territorio che da fertile diventa improduttivo?
Non basta indignarsi: servono soluzioni e responsabilità
Il tempo delle giustificazioni è finito. Non si può più accettare la retorica del “clima impazzito” o delle “priorità strategiche” come scudo dietro cui nascondere la cattiva gestione. Perché l’acqua c’era, ma è stata sprecata. Questo ha un nome: responsabilità politica.
Occorre una svolta radicale:
Gestione trasparente dei bacini: i dati su quantità d’acqua immagazzinata, usata e dispersa devono essere pubblici e accessibili, così da poter smascherare sprechi e arbitrarietà.
Priorità all’agricoltura e all’allevamento: senza la tutela del comparto agro-pastorale, la Sardegna perde la sua identità e la sua economia reale. L’acqua non può essere gestita solo in base a interessi industriali o speculativi.
Stop agli sprechi e piani di accumulo: l’acqua piovana che oggi finisce in mare deve essere raccolta, custodita e redistribuita. Non è accettabile che in un’isola che soffre di siccità cicliche si continui a buttare via l’oro blu.
Programmazione equa e lungimirante: basta con scelte emergenziali. Servono piani pluriennali, che rispettino le esigenze dei territori e non li mettano in concorrenza l’uno con l’altro.
L’acqua non può diventare merce di scambio, né tantomeno un’arma politica. È un diritto. E il popolo sardo deve rivendicarlo con forza. Perché senza acqua non c’è vita, e senza vita la Sardegna non è altro che una terra svuotata, pronta a essere colonizzata da chi sogna di piegarla ai propri interessi.
La vera domanda, allora, non è più “perché l’acqua non arriva ai campi?”, ma: fino a quando i sardi accetteranno di essere assetati, lasciati a secco, in silenzio?
In fondo, l’acqua è il più potente strumento di controllo che esista. Con essa si fa crescere la vita o la si estirpa. Oggi, per troppi pastori, contadini e agricoltori sardi sembra che sia stata scelta la seconda via, ma nessuno si ribella veramente.
Andrea Caldart
Fonte https://quotidianoweb.it/attualita/sardegna-la-guerra-invisibile-dellacqua-quando-la-sete-diventa-arma-di-distruzione/
Vedi anche https://autoritadibacino.regione.sardegna.it/invasi/
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PIOGGE ARTIFICIALI IN ITALIA DAL 1947
Estratto: In Italia il problema è stato affrontato su scala nazionale, ma ristretto a poche località e periodi di tempo relativamente brevi. Un primo breve ciclo di esperienze fu condotto in Sardegna, sulle colline ad est di Cagliari, nell’inverno del 1951 (31) ed un secondo ciclo, nell’autunno dell’anno seguente, sull’altipiano della Grande Sila in Calabria (32). Entrambi i cicli furono diretti dal Servizio Meteorologico dell’A.M. con risultati che, dato il modesto impiego di mezzi, si ritennero allora soddisfacenti ed incoraggianti. Un terzo ciclo di esperienze di nucleazione artificiale dell’atmosfera,il più lungo finora condotto in Italia, fu affidato alla società americana « Weather Researches Development Corporation » su finanziamento della « Cassa per il Mezzogiorno » e la « Regione Autonoma della Sardegna ». Le esperienze furono effettuate lungo la media vallata del Tirso in Sardegna e durarono tre anni, dal 1 Ottobre 1957 al 30 Settembre 1960. La tecnica usata fu quella della diffusione dei fumi di ioduro d’argento da una rete di generatori -posti al suolo, attorno alla zona « bersaglio ». Le esperienze, che avevano lo scopo di incrementare le precipitazioni naturali, furono condotte con i criteri delle cosidette « operazioni commerciali» degli U.S.A. Nessun risultato di queste operazioni risulta sia stato ancora pubblicato. Poiché ho avuto modo di seguire le suddette esperienze, avendo la suddetta Società potuto utilizzare le osservazioni e le analisi del Servizio Meteorologico dell’A.M., posso affermare che i risultati non hanno risposto alle aspettative. La causa del limitato successo ritengo debba principalmente attribuirsi alla tecnica usata dei generatori al suolo ed alla scelta delle loro postazioni, in una zona molto tormentata per la turbolenza atmosferica ed ove, difficilmente, è possibile sfruttare regolari correnti convettive da assicurare il trasporto dei fumi di Agi tino all’altezza utile perchè il fenomeno di nucleazione artificiale delle nubi abbia luogo.
Più recentemente, un altro ciclo di esperienze è stato realizzato, dal Novembre 1961 al Maggio 1962, nella Sardegna meridionale, in una zona particolarmente siccitosa e in pianura, dalla Società « Italrazzi » su commissione della Soo. « Meteor» di Milano su richiesta e finanziamento della « Regione Autonoma della Sardegna ». La direzione scientifica è stata affidata al Servizio Meteorologico dell’A.M.. Della tecnica usata si è fatto già qualche fugace cenno. I risultati sono ancora allo studio, ma fin d’ora si possono ritenere incoraggianti, nonostante si trovi grande difficoltà a trarre conclusioni definitive, in senso statistico, da un ciclo di così breve(*).
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