La vicenda della nave metaniera russa Arctic Metagaz – che, colpita da un drone ucraino, è alla deriva senza controllo presso le nostre coste con un carico di gas naturale liquefatto il cui potenziale termico equivale a quello di 50 bombe di Hiroshima * – è emblematica della situazione in cui si trova l’Italia tra due guerre -una in Europa e l’altra in Medio Oriente – provocate entrambe dalle stesse politiche di potenza attuate dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Il WWF comunica che sta monitorando con la massima attenzione la nave metaniera russa Arctic Metagaz, alla deriva a nello Stretto di Sicilia, a seguito di una serie di esplosioni avvenute tra il 3 e il 4 marzo. La nave, senza equipaggio a bordo e fuori controllo, trasporta un carico estremamente pericoloso di circa 900 tonnellate di gasolio e oltre 60.000 tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL). Una potenziale fuoriuscita – avverte il WWF – potrebbe causare incendi, nuvole criogeniche letali e un inquinamento esteso e di lunga durata dell’acqua e dell’atmosfera. Il rischio ambientale è molto elevato e potenzialmente irreversibile, con gravi ripercussioni sulle economie delle Isole Pelagie, che si basano sulla pesca e sul turismo. La gravità della situazione è confermata dal fatto che Italia, Francia e altri sette paesi hanno chiesto un intervento tempestivo della Commissione Europea.
Che cosa ha provocato questo disastro? Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, in una intervista, ha dichiarato che si è trattato di un “incidente della nave russa”. Il governo cerca così di nascondere la vera causa: come abbiamo riportato su Grandangolo del 6 marzo e come mostrano le foto del relitto, la nave russa Arctic Metagaz è stata colpita da un drone navale ucraino partito dalla Libia. Un vero e proprio atto di terrorismo internazionale che espone a rischi gravissimi l’Italia e altri paesi europei – gli stessi che armano e finanziano l’Ucraina per la guerra contro la Russia: il contenuto termico della nave, che potrebbe finire sulle nostre coste, è pari a quello di quasi 50 bombe di Hiroshima, radioattività esclusa. (v. i documentati articoli del prof. Francesco Cappello su www.pangeanotizie.it).
La vicenda di questa vera e propria bomba a orologeria, alla deriva senza controllo nel Mediterraneo presso le nostre coste, è emblematica della situazione in cui si trova l’Italia tra due guerre – una in Europa e l’altra in Medio Oriente – provocate entrambe dalle stesse politiche di potenza attuate dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Esse non solo ci espongono a rischi crescenti anche di guerra nucleare, ma hanno un impatto crescente sulle nostre condizioni di vita. La guerra alla Russia e ora quella all’Iran stanno provocando un fortissimo aumento dei prezzi dell’energia con gravi conseguenze economiche e sociali. L’attacco israeliano al giacimento iraniano di gas South Pars, il più grande del mondo, e la conseguente rappresaglia da parte dell’Iran, hanno fatto salire alle stelle i prezzi del petrolio e del gas.
L’Italia, che già partecipa di fatto alla guerra contro la Russia nonostante ufficialmente lo neghi, partecipa ora anche a quella contro l’Iran sempre sotto comando USA. Aerei da pattugliamento marittimo Boeing P-8A Poseidon e droni Northrop Grumman MQ-4C Triton della Marina degli Stati Uniti decollano regolarmente dalla base aero-navale di Sigonella (Sicilia) per operazioni nel Golfo Persico contro l’Iran. Forze italiane sono dislocate in Kuwait a fianco di quelle statunitensi con droni MQ-9 Reaper (uno dei quali è stato distrutto da un attacco iraniano) e con aerei da combattimento Eurofighter Typhoon. Allo stesso tempo una fregata lanciamissili della Marina Militare Italiana, la Federico Martinengo, fa parte del gruppo navale da battaglia che accompagna la portaerei francese Charles de Gaulle, schierata nel Mediterraneo Orientale sempre in funzione della guerra all’Iran.
*Manlio Dinucci ha voluto sottolineare la scala del rischio: se il carico prendesse fuoco o esplodesse in modo incontrollato vicino alle coste (incendio immenso, possibile nube di vapore esplosiva, rilascio di gasolio di bordo), la quantità di calore sprigionata sarebbe paragonabile a quella di 50 esplosioni nucleari da 15 kt in termini energetici totali.
FONTE
*Manlio Dinucci L’autore lo ha ripreso per enfatizzare la scala del rischio: se il carico prendesse fuoco o esplodesse in modo incontrollato vicino alle coste (incendio immenso, possibile nube di vapore esplosiva, rilascio di gasolio di bordo), la quantità di calore sprigionata sarebbe paragonabile a quella di 50 esplosioni nucleari da 15 kt in termini energetici totali.
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