Quella di Carmen Tortora è una lucida e inquietante analisi capace di ricomporre i frammenti di un mondo che sta mutando sotto i nostri occhi, trasformando l’Europa in una proiezione industriale – militare.
I “conflitti” in Ucraina e Iran sono i testimoni di questo cambiamento epocale. In Ucraina, in particolare, assistiamo alla prima vera “guerra dei droni”: una guerra in cui gli attacchi contro nodi strategici vengono eseguiti via satellite, spesso coordinati attraverso strutture militari americane in Europa (come quelle tedesche e italiane). È una ricalibrazione profonda “dell’arte della guerra”, che vive un paradosso atroce: da un lato, il soldato che distrugge e uccide opera in un bunker come fosse all’interno di un videogioco; dall’altro, prosegue il massacro reale e sistematico di giovani mandati al macello in prima linea.
Tortora sintetizza con chiarezza questa nuova complessità che ridefinisce territori, basi industriali e strutture urbanistiche e sociali, smentendo l’immagine di una NATO in declino. Siamo immersi in un panorama in cui gli individui vengono ridotti a piccoli punti all’interno di un ingranaggio opprimente, dominato da una rete industriale-militare onnipresente.
Tuttavia, l’analisi offre anche uno spunto di resistenza (da elaborare). La guerra moderna penalizza la concentrazione (basi militari) e premia la diffusione di nodi autonomi e coordinati. Se questo modello a rete è il segreto dell’efficienza bellica, esso può ispirare anche le azioni della società civile: non per perfezionare una macchina letale, ma per tessere una trama di resistenza che miri alla rinascita della società in nome della vita.
Il fronte si allarga, l’Europa paga il territorio
La guerra contemporanea sta entrando in una fase in cui fronte, retrovia, base militare, infrastruttura civile, rete digitale e spazio orbitale non possono più essere trattati come compartimenti separati. Il cambiamento non si esaurisce nell’arrivo dei droni o nell’uso più intenso dei satelliti. La trasformazione è più profonda: ogni esercito combatte sapendo che può essere osservato dall’alto, localizzato attraverso le proprie emissioni, disturbato nelle comunicazioni, colpito a distanza e raccontato quasi in tempo reale. Il campo di battaglia non coincide più con la sola linea del fuoco. Comprende sensori e antenne, cavi e satelliti, software e depositi, porti e aeroporti, ferrovie, centrali elettriche, fabbriche, opinione pubblica e catene di fornitura. La NATO, nel rapporto annuale 2025, descrive la deterrenza come una postura “across all domains”, fondata sull’integrazione di capacità convenzionali, nucleari, missilistiche, spaziali e cyber. Nello stesso quadro, la resilienza civile e infrastrutturale entra nella difesa vera e propria [1].
Il confine tra guerra e società si sta consumando sotto il peso dei fatti. La trincea resta, il villaggio conteso resta, l’artiglieria resta, la fanteria resta. Attorno a questi elementi si è però formato un ambiente molto più vasto. Una base militare non è soltanto il luogo da cui partono soldati e aerei: è un nodo energetico e digitale, un centro logistico, un obiettivo politico, un simbolo da proteggere e insieme un bersaglio da colpire. Una ferrovia può trasportare pendolari al mattino e mezzi corazzati in caso di crisi. Una centrale elettrica alimenta case e imprese, ma anche radar, server, comunicazioni, officine, ospedali militari e sistemi di difesa. Una rete digitale può decidere se un drone vola, se un reparto riceve ordini, se una base resta operativa, se una difesa aerea intercetta o resta cieca [1][11].
Droni, satelliti e intelligenza artificiale non stanno alleggerendo la guerra. La rendono più fisica proprio mentre la immergono in una rete digitale permanente. Le truppe restano necessarie, ma pagano un prezzo altissimo quando vengono concentrate in luoghi prevedibili, mosse lentamente, esposte alla sorveglianza e legate a un solo comando. Le basi restano necessarie, ma diventano bersagli quando accumulano troppe funzioni nello stesso punto: pista, carburante, munizioni, officine, server, radar, alloggi, comando. La logistica resta il nervo della guerra, con una differenza sostanziale: le retrovie hanno perso l’antico privilegio dell’invisibilità. Sono osservate, disturbate, colpite, attraversate da campagne informative e attaccabili nei loro punti deboli. La tecnologia non elimina il territorio. Lo mette sotto osservazione continua e lo trasforma in parte attiva della macchina militare [1][11].
La parola decisiva è distribuzione. Distribuire non vuol dire sparpagliare uomini e mezzi in modo confuso. Vuol dire costruire una forza come una rete. Comando, munizioni, carburante, radar, mezzi, officine, server, truppe e comunicazioni vengono divisi in più nodi: depositi minori, postazioni temporanee, piste secondarie, generatori autonomi, micro-reti energetiche, bunker, bersagli finti, sistemi anti-drone, officine mobili, piccoli centri comando, squadre locali capaci di operare anche quando il collegamento principale cade. La distribuzione serve a evitare che un solo colpo paralizzi l’intero sistema. Una grande base resta comoda in tempo di pace; in guerra rischia di diventare una fotografia satellitare con coordinate già pronte. Una rete distribuita costa di più, complica la gestione quotidiana, richiede personale addestrato e procedure più elastiche, però consente di perdere un nodo senza perdere la missione [8][10].
La guerra in Ucraina ha tolto ogni alibi a chi continua a ragionare con mappe, caserme e procedure del secolo scorso. Secondo il Kyiv School of Economics Institute, nel 2025 i droni erano coinvolti nell’ingaggio dell’80–85% dei bersagli sulla linea del fronte ucraina, con almeno 215.000 strike nella sola estate e una capacità produttiva ucraina dichiarata fino a 10 milioni di droni l’anno [2]. Il dato va letto senza entusiasmo tecnologico e senza minimizzazioni di comodo. Non dice che i droni abbiano sostituito artiglieria, fanteria, genio, carri, difesa aerea, logistica e comando. Dice che la maggior parte dei bersagli passa ormai attraverso una catena in cui il drone osserva, segue, corregge il tiro, attacca o conferma l’effetto del colpo. Il drone è diventato sensore, arma, prova video e strumento psicologico. La guerra quotidiana viene filmata, conteggiata, condivisa, analizzata e trasformata in addestramento dentro cicli tattici sempre più rapidi.
Nel 2026 questa tendenza si è consolidata. Il governo ucraino ha rivendicato che oltre l’80% dei bersagli nemici viene distrutto da droni, in larga parte prodotti internamente [3]. Defense News ha riportato, sulla base di dati ucraini, 819.737 colpi da drone video-confermati nel 2025, con una quota rilevante contro personale nemico [4]. Sono numeri militari e vanno maneggiati con prudenza, ma indicano una direzione chiara: il fronte moderno vive dentro una guerra sensorizzata. Il bersaglio viene individuato, colpito, registrato e verificato. La distruzione produce anche dati, propaganda, addestramento, correzione tattica e pressione morale.
Il drone non rende superfluo il soldato. Rende indifendibile il soldato usato secondo schemi vecchi. Un reparto grande, fermo in una posizione riconoscibile e privo di protezione dal cielo basso diventa un bersaglio. Una colonna lenta può essere seguita. Un veicolo fermo troppo a lungo può essere colpito. Un’antenna accesa può essere localizzata. Un gruppo che usa telefoni o radio senza disciplina può tradire la propria posizione. Il soldato contemporaneo deve muoversi in piccoli gruppi, osservare, nascondersi, usare droni, difendersi dai droni, ridurre le emissioni, comunicare in modo sicuro e agire anche se il comando centrale viene disturbato. La sua importanza non diminuisce; aumenta il prezzo dell’impreparazione [6][7].
I “piccoli gruppi” non sono pattuglie lasciate sole. Sono unità più autonome, addestrate a ricevere una finalità operativa e ad adattarsi sul terreno. Un gruppo moderno può includere un operatore drone, un sistema anti-drone, comunicazioni di riserva, sensori, strumenti di mimetizzazione, guerra elettronica leggera, mappe digitali, autonomia energetica e capacità minima di riparazione. È una fanteria diversa da quella immaginata nel Novecento: meno massa compatta, più nodo operativo, meno rituale di presenza, più capacità di sopravvivenza. La massa non scompare, viene frammentata e ricomposta dalla rete [7][10].
RUSI ha riassunto il passaggio in una formula efficace: i droni vincono battaglie, i componenti vincono guerre [5]. Un drone appare leggero ed economico, a volte quasi artigianale. Dietro ogni velivolo ci sono motori, batterie, ottiche, sensori, chip, antenne, software, moduli radio, materiali compositi, esplosivi, firmware, operatori, manutentori e catene di fornitura. La guerra dei droni appare economica nel singolo pezzo, ma divora quantità industriali di componenti. Chi produce milioni di piattaforme economiche e sostituibili può saturare, logorare e adattare le tattiche mentre il fronte cambia. Chi possiede pochi sistemi perfetti rischia di consumarli troppo in fretta o di usarli con prudenza eccessiva.
CSIS, nelle lezioni tratte dalla guerra russo-ucraina, individua cinque domini trasformativi: sistemi autonomi, operazioni informative, guerra elettronica, logistica contestata e difesa aerea evolutiva [6]. Questi elementi non vivono separati. Il sistema autonomo osserva o colpisce. L’informazione trasforma il colpo in narrazione. La guerra elettronica decide se il sistema resta connesso o perde controllo. La logistica stabilisce se ci sono batterie, ricambi, munizioni e operatori. La difesa aerea determina se il cielo basso e medio resta utilizzabile. Se manca energia, la guerra elettronica si indebolisce. Se cadono le comunicazioni, i droni perdono efficacia. Se la logistica si spezza, l’intelligenza non basta. Se la narrazione collassa, il sostegno politico si consuma.
RAND nel 2026 mette a fuoco il nodo della trasformazione militare con quattro tensioni decisive: il rapporto tra quantità e qualità, la gara permanente tra chi cerca e chi prova a restare invisibile, la fragilità dei comandi troppo accentrati e il peso della difesa cyber in eserciti sempre più connessi [7]. La quantità conta perché pochi sistemi perfetti non reggono da soli una guerra di logoramento tecnologico. Il caccia avanzato, il missile ipersonico, il sistema antiaereo di fascia alta e il satellite sofisticato restano fondamentali, ma non bastano a reggere una guerra che consuma anche strumenti economici a ritmo industriale. Accanto a questi servono droni sacrificabili, esche, sensori, disturbatori elettronici, batterie, ricambi e software aggiornabili mentre il fronte cambia. Se un drone da poche migliaia di euro obbliga il difensore a usare un missile da centinaia di migliaia o milioni, il problema diventa economico prima ancora che tattico [5][7].
La battaglia, in questo ambiente, comincia spesso prima del colpo. Una firma termica, una trasmissione radio, un movimento logistico, una concentrazione di veicoli, un deposito o una pista possono entrare nel campo d’osservazione del nemico e diventare bersagli prima ancora che l’unità abbia aperto il fuoco. Il vantaggio non sta soltanto nel colpire più forte. Conta vedere prima e restare invisibili più a lungo. La mimetizzazione non è più solo telo, fango e vegetazione: comprende disciplina nelle emissioni, uso misurato delle radio, bersagli finti, riduzione della firma termica, controllo delle tracce digitali, movimenti frequenti e infrastrutture distribuite [7][11].
Il comando centralizzato conserva valore finché riesce a comunicare e finché non diventa il punto più conveniente da colpire. Un centro disturbato, hackerato o isolato può fermare una forza troppo dipendente dall’alto. La guerra distribuita richiede autonomia guidata: l’unità conosce la missione, comprende il quadro generale e decide sul posto quando la rete principale non risponde. Il comando centrale non sparisce, ma smette di essere l’unico cervello del sistema [7][10].
La dimensione cyber entra nello stesso meccanismo. Ogni esercito digitale guadagna potenza dalla connessione e, nello stesso momento, espone nuove superfici d’attacco. Colpire le reti del nemico serve; proteggere energia, acqua, controllo industriale, aeroporti, logistica, ferrovie, comunicazioni satellitari, server, basi e sistemi di comando diventa vitale. La guerra cyber diventa fisica quando spegne ciò che permette alla forza di muoversi, vedere, comunicare e colpire [9][11].
I documenti del Dipartimento della Difesa statunitense sulle installazioni militari del futuro insistono sulla continuità operativa per questa ragione. La base non viene più pensata come semplice caserma, aeroporto o deposito. Viene trattata come sistema di missione. Deve alimentare radar e server, mantenere comunicazioni, proteggere personale, far partire velivoli, rifornire unità, riparare mezzi, curare feriti, custodire munizioni, coordinare operazioni e difendersi anche quando una parte dell’infrastruttura viene colpita o degradata [8].
Il GAO, nel 2026, ha richiamato il Dipartimento della Difesa sulla resilienza delle installazioni, ricordando che disastri naturali hanno prodotto miliardi di dollari di danni alle basi statunitensi nell’ultimo decennio e che la pianificazione deve migliorare [8]. Il tema non resta confinato al clima o all’amministrazione. Una base fragile davanti a uragani, blackout, alluvioni o crisi energetiche lo è anche davanti a sabotaggi, cyberattacchi, droni, missili e disturbo delle reti. Resilienza ambientale e resilienza militare ormai si toccano: entrambe riguardano energia, acqua, accessi, infrastrutture e continuità della missione.
Nel 2026, il programma ESTCP del Dipartimento della Difesa ha pubblicato una sollecitazione sulla cyber-resilienza dei sistemi energetici delle installazioni militari [9]. Il messaggio è diretto e scomodo: una base può essere neutralizzata senza essere rasa al suolo. Energia, acqua, sistemi di controllo, reti industriali, sensori, comunicazioni e capacità di gestione sono bersagli militari. Una base senza energia non alimenta radar, server, pompe, sistemi di sicurezza, officine, difesa anti-drone e comunicazioni. Una base con controllo digitale vulnerabile può essere colpita dall’interno. La guerra ibrida non sempre sfonda il cancello; a volte spegne il quadro elettrico.
La risposta non passa da fortezze ancora più grandi. Passa da reti resilienti, meno appariscenti e molto più difficili da paralizzare. Una base del futuro deve poter contare su fonti energetiche alternative, micro-reti, generatori, batterie, collegamenti di riserva, depositi secondari, bunker, bersagli finti, piste utilizzabili in emergenza, officine mobili, difesa anti-drone permanente e procedure per spostare il comando. Il principio è semplice: una pista colpita non deve bloccare l’aviazione, un deposito distrutto non deve svuotare l’intera scorta, una rete degradata non deve spegnere il comando, un nodo perso non deve compromettere la missione. La ridondanza sembra inefficienza in tempo di pace; in guerra diventa sopravvivenza [8][9][10].
Il Marine Corps statunitense ha portato questa logica dentro la pianificazione operativa. Il Marine Corps Aviation Plan 2026 riconosce le Distributed Aviation Operations come concetto centrale e definisce l’Aviation Ground Support la spina dorsale delle operazioni distribuite [10]. L’aviazione non viene più pensata soltanto come piloti, velivoli e grandi piste. Viene pensata come capacità di operare da posizioni più piccole, mobili, austere e temporanee. “Austere” significa con meno infrastrutture fisse, meno hangar, meno comodità e meno dipendenza da grandi basi note. Una forza austera arriva, opera, si rifornisce, ripara il minimo indispensabile e si sposta prima che il nemico la localizzi.
Questa dottrina guarda soprattutto al Pacifico. In uno scenario di confronto con la Cina, le grandi basi americane a Guam, in Giappone, nelle Filippine o in Australia sarebbero bersagli prioritari. Missili, droni, cyberattacchi, sabotaggi e guerra elettronica possono degradare installazioni note e concentrate. Le operazioni distribuite riducono la dipendenza da pochi punti: presenza sufficiente per colpire, mobilità sufficiente per sopravvivere. La base smette di assomigliare a un castello e diventa una rete di punti d’appoggio [10].
Il discorso riguarda direttamente l’Europa. Difendere il fianco orientale della NATO richiede molto più di qualche caserma aggiuntiva o dello spostamento di alcune brigate. Il territorio europeo deve diventare utilizzabile in una crisi: ferrovie in grado di muovere mezzi pesanti, porti protetti, ponti rinforzati, depositi distribuiti, difesa aerea stratificata, sistemi anti-drone, reti elettriche più resistenti, comunicazioni alternative, scorte industriali, riserve addestrate e capacità di riparazione rapida. La NATO lega ormai deterrenza, industria, prontezza, multi-dominio e resilienza in un unico schema operativo [1]. L’Europa viene così spinta a trasformare il proprio spazio civile in retrovia potenziale della guerra moderna. Senza questa infrastruttura, la spesa militare resta un catalogo di sistemi costosi, non una capacità difensiva reale.
La guerra ibrida rafforza questo passaggio. Una base non viene degradata soltanto con missili o droni. Può essere indebolita attraverso blackout, sabotaggi, attacchi ai sistemi idrici, disturbo GPS, cyberattacchi alle reti industriali, blocco ferroviario, infiltrazioni negli appalti, campagne contro la presenza militare straniera e pressione diplomatica. Il rapporto NATO Science & Technology Trends 2025–2045 colloca spazio, cyber, AI, autonomia e tecnologie emergenti dentro un ambiente strategico in cui le minacce ibride si intrecciano con la guerra convenzionale [11]. La base smette di essere una semplice installazione militare e diventa nodo politico, energetico, informativo e logistico. Questo passaggio è decisivo perché consente di trattare infrastrutture civili, reti digitali e filiere industriali come parti della postura militare.
La linea di Trump sulle rotazioni americane in Europa entra in questa riorganizzazione. La riduzione o cancellazione di alcuni dispiegamenti non chiude il capitolo delle truppe; sposta il conto. Reuters ha riportato nel maggio 2026 la cancellazione del dispiegamento di 4.000 soldati USA verso la Polonia e il precedente annuncio del ritiro di 5.000 soldati dalla Germania [12]. Associated Press ha precisato che il Pentagono ha fermato rotazioni verso Polonia e Germania dentro l’obiettivo di ridurre la presenza americana in Europa di circa 5.000 militari [13]. La scelta non cancella la centralità americana. La rende più selettiva: meno esposizione territoriale diretta, più pressione sugli europei perché finanzino la parte fisica della difesa.
Gli Stati Uniti conservano il cuore delle reti strategiche occidentali: satelliti e intelligence, comandi e trasporto strategico, piattaforme digitali, basi chiave, deterrenza nucleare, logistica globale, capacità cyber e industria militare. Questa architettura vede, collega, orienta le decisioni e sostiene il comando. Il controllo del territorio, però, richiede altro: ponti sorvegliati, ferrovie funzionanti, piste riparabili, porti protetti, linee elettriche resilienti, depositi difesi, tecnici, genieri, munizioni, manutenzione e continuità operativa. La rete americana può guidare e coordinare; il territorio europeo deve essere reso disponibile, protetto e pagato dagli europei.
Il ridimensionamento americano diventa redistribuzione del peso solo se l’Europa riempie il vuoto con forze credibili, basi resilienti, difesa aerea, droni, anti-drone, logistica, preposizionamento, produzione industriale, mobilità militare e cyberdifesa. Quando questa sostituzione manca, la modernizzazione diventa una copertura elegante per un arretramento. La guerra distribuita non coincide con l’uscita dal teatro europeo. Richiede presenza diversa: meno massa ferma, più nodi operativi; meno caserme simboliche, più infrastrutture pronte; meno garanzia politica affidata alla bandiera americana, più capacità reale di durare sotto attacco.
Da questa tensione nasce il nuovo spazio narrativo della militarizzazione europea. Washington può mantenere reti strategiche, nucleare, intelligence, comando, trasporto globale e priorità sul Pacifico, chiedendo agli europei territorio, brigate, munizioni, porti, ferrovie, basi, difesa aerea e industria. L’Europa può sostenere che la presenza americana fisica resta un moltiplicatore politico della deterrenza. Le due posizioni convivono, ma producono una pressione chiara: la rete americana resta potentissima e politicamente reversibile; la presenza europea può crescere solo se viene accompagnata da industria, scorte, difesa aerea e infrastrutture utilizzabili in guerra.
I documenti americani, NATO ed europei stanno costruendo una sequenza molto utile al nuovo corso. Descrivono un ambiente strategico deteriorato, presentano l’Ucraina come laboratorio del futuro, indicano lacune industriali e logistiche, poi propongono spesa militare, produzione, interoperabilità, resilienza civile e capacità dual-use. Il Comando europeo degli Stati Uniti, nella postura congressuale 2026, afferma che gli alleati NATO devono assumere la responsabilità primaria della difesa convenzionale dell’Europa, mentre Washington mantiene capacità critiche, deterrenza nucleare estesa e funzioni di comando essenziali [15]. Il punto politico è evidente: gli Stati Uniti non rinunciano alla propria architettura di potere; spingono l’Europa a finanziare e sostenere il peso territoriale della difesa.
Il White Paper europeo sulla difesa, Readiness 2030, adotta la stessa impostazione. Parla di un contesto strategico in rapido deterioramento, della necessità di imparare dalla guerra in Ucraina, di una postura europea sufficiente entro il 2030 e di un “once-in-a-generation surge” negli investimenti per la difesa [16]. La militarizzazione viene presentata come risposta tecnica a vulnerabilità già dichiarate. Se il continente viene descritto come infrastruttura esposta, se l’Ucraina diventa la “frontline of European defence”, se droni, missili, cyber, spazio, munizioni e mobilità militare vengono definiti capacità essenziali, l’aumento della spesa militare smette di apparire come scelta politica e viene raccontato come manutenzione ordinaria della sopravvivenza europea.
La NATO rafforza lo schema con l’Updated Defence Production Action Plan del 2025. Il documento chiede più capacità industriale, domanda aggregata, produzione, standardizzazione, interoperabilità, scorte, visibilità sulle catene di fornitura e capacità di surge in crisi e conflitto [17]. Il linguaggio resta tecnico, ma la conseguenza è politica: l’industria entra nella postura di guerra permanente. Produzione, finanza, materie prime, componenti, appalti, standard e tempi di consegna diventano elementi della deterrenza. L’Europa viene spinta a riorganizzare parti della propria economia attorno alla disponibilità militare.
L’Agenzia europea per la difesa, nel rapporto annuale 2025 pubblicato nel 2026, completa il quadro: il burden sharing transatlantico diventa più esigente, l’UE deve “step up” in coerenza con la NATO, l’autonomia strategica viene presentata come necessità di lungo periodo e gli Stati membri sono chiamati ad aumentare la prontezza entro il 2030, chiudere lacune critiche e rafforzare la resilienza [18]. Droni, satelliti, cyber, basi resilienti e guerra ibrida diventano il vocabolario con cui Bruxelles può giustificare più spesa, più industria e più controllo infrastrutturale. Paura del vuoto americano, esperienza ucraina e vulnerabilità delle reti lavorano insieme come supporto narrativo alla trasformazione dell’UE in attore militare-industriale.
La saturazione dei droni conferma la direzione. Nel 2026 le ondate russe contro l’Ucraina hanno mostrato che il drone funziona anche come arma di consumo, pressione, logoramento e psicologia [14]. Costa meno di molti sistemi difensivi, arriva in massa, obbliga il difensore a scegliere che cosa intercettare, consuma munizioni, stressa la popolazione e mette sotto pressione centrali, aeroporti, depositi e reti. La difesa deve proteggere un territorio fatto di nodi, non pochi obiettivi simbolici [1][10][14].
La guerra moderna resta più fisica di quanto il lessico digitale lasci intendere. Usa droni, satelliti, AI, cyber e software, ma continua a consumare energia, componenti elettronici, acciaio, batterie, cavi, microchip, carburante, binari, porti, officine, uomini e tempo industriale. Ogni drone rimanda a una filiera, ogni algoritmo a dati da proteggere, ogni rete a energia disponibile, ogni base a una logistica che deve reggere sotto pressione. Dietro ogni postura NATO c’è territorio europeo da rendere utilizzabile in guerra. Il linguaggio della guerra si digitalizza; la sostanza resta materiale, industriale, territoriale [1][5][11].
La guerra moderna punisce la concentrazione e premia la distribuzione. Chi ammassa tutto offre al nemico un bersaglio. Chi distribuisce obbliga il nemico a cercare, verificare, consumare munizioni, tempo, intelligence e decisioni. Chi dipende da un solo comando rischia la paralisi. Chi costruisce comandi ridondanti resiste. Chi ha una sola base perde tutto se quella base cade. Chi costruisce una rete può perdere un nodo e continuare a combattere [7][8][10].
La riduzione selettiva della presenza americana in Europa mostra il vero scambio in corso: gli Stati Uniti conservano gran parte delle reti strategiche e della leva di comando, mentre l’Europa viene spinta a pagare il costo del territorio. Le reti sono in larga misura americane, ma il territorio europeo richiede porti, ponti, ferrovie, depositi, basi, centrali e corridoi logistici protetti da capacità reali, non solo da architetture digitali [1][12][13].
Nel 2026 la guerra va verso territori incorporati nella macchina militare, basi distribuite, soldati con competenze tecniche, reti esposte agli attacchi e una logistica da cui dipende la tenuta dell’intero sistema. Il vecchio modello della grande base-fortezza e della massa statica viene demolito dal cielo basso dei droni, dallo spazio dei satelliti, dalla guerra elettronica, dal cyber e dalla saturazione. Il nuovo modello assomiglia a una rete di piccoli gruppi autonomi, micro-basi, depositi diffusi, difesa anti-drone, energia autonoma, comunicazioni di riserva, comandi mobili e industria capace di produrre quantità. Chi resta fermo viene visto. Chi viene visto viene colpito. Chi dipende da un solo nodo si espone alla paralisi. Chi distribuisce uomini, mezzi, energia, dati e comando può perdere un pezzo senza perdere la guerra [2][7][8][10].
FONTI
[1] NATO, Secretary General’s Annual Report 2025, 2026. Rapporto su deterrenza multi-dominio, resilienza, industria e difesa dell’Alleanza.
https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/secretary-generals-annual-report/secretary-generals-annual-report-2025
[2] Kyiv School of Economics Institute, Harnessing Ukraine’s Drone Innovations to Advance, 2025. Rapporto su droni, produzione, strike e trasformazione tattica ucraina.
https://kse.ua/wp-content/uploads/2025/11/KSE_Institute_Report_Harnessing_Ukraines_Drone_Innovations_to_Advance.pdf
[3] Presidency of Ukraine, comunicato del 26 gennaio 2026. Dichiarazioni di Volodymyr Zelenskyy sull’uso dei droni contro bersagli nemici.
https://www.president.gov.ua/en/news/prezident-na-sogodni-ponad-80-vorozhih-cilej-znishuyutsya-sa-102585
[4] Defense News, gennaio 2026. Dati su 819.737 colpi da drone video-confermati nel 2025 secondo fonti ucraine.
https://www.defensenews.com/global/europe/2026/01/28/ukraine-says-more-than-80-of-enemy-targets-now-destroyed-by-drones/
[5] RUSI – Royal United Services Institute, Drones Win Battles, Components Win Wars, 2025. Analisi su componenti, filiere e sovranità tecnologica nella guerra dei droni.
https://www.rusi.org/explore-our-research/publications/commentary/drones-win-battles-components-win-wars
[6] CSIS – Center for Strategic and International Studies, Lessons from the Ukraine Conflict: Modern Warfare in the Age of Autonomy, Information, and Resilience, 2025. Analisi su autonomia, informazione, guerra elettronica, logistica e difesa aerea.
https://www.csis.org/analysis/lessons-ukraine-conflict-modern-warfare-age-autonomy-information-and-resilience
[7] RAND Corporation, How Artificial Intelligence Could Reshape Four Essential Competitions in Future Warfare, 2026. Rapporto su quantità/qualità, trovare/nascondersi, comando centralizzato/decentralizzato, cyber-offesa/cyber-difesa.
https://www.rand.org/pubs/research_reports/RRA4316-1.html
[8] GAO – Government Accountability Office, Military Installations: DOD Should Improve Natural Disaster Cost Tracking and Resilience Planning, 2026. Rapporto su danni, resilienza e pianificazione delle installazioni militari.
https://www.gao.gov/products/gao-26-107786
[9] SERDP-ESTCP / U.S. Department of Defense, Cyber Resilience for Installation Energy Systems, 2026. Sollecitazione sulla cyber-resilienza dei sistemi energetici delle installazioni militari.
https://serdp-estcp.mil/workwithus/callforproposal?id=f1ae85a4-4d0c-4b01-82ed-f02b8dd53c9f
[10] U.S. Marine Corps, 2026 Marine Corps Aviation Plan, 2026. Piano su Distributed Aviation Operations, Aviation Ground Support, unmanned systems e manned-unmanned teaming.
https://www.marines.mil/News/Press-Releases/Press-Release-Display/Article/4402473/2026-marine-corps-aviation-plan/
[11] NATO Science & Technology Organization, Science & Technology Trends 2025–2045, 2025. Rapporto su AI, spazio, cyber, autonomia, tecnologie emergenti e minacce ibride.
https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/sto/sto_science_and_technology_trends_2025_2045.pdf
[12] Reuters, Phil Stewart, maggio 2026. Notizia sulla cancellazione del dispiegamento di 4.000 soldati USA verso la Polonia e sul ritiro di 5.000 soldati dalla Germania.
https://www.internazionale.it/ultime-notizie-reuters/2026/05/15/us-scraps-deployment-of-4-000-troops-to-poland-2
[13] Associated Press, maggio 2026. Notizia sulle rotazioni USA fermate verso Polonia e Germania e sulla riduzione della presenza americana in Europa.
https://apnews.com/article/34138e62c7afc0b83ab7c7cc8fa60071
[14] Business Insider, maggio 2026. Analisi sull’intensificazione degli attacchi russi con droni Shahed e logica di saturazione.
https://www.businessinsider.com/russia-daytime-drone-strikes-night-shahed-ukraine-war-2026-5
[15] U.S. European Command, 2026 Congressional Posture Statement, 2026. Documento sulla postura USA in Europa, burden sharing, responsabilità primaria degli alleati nella difesa convenzionale europea e ruolo delle capacità critiche statunitensi.
https://armedservices.house.gov/uploadedfiles/useucom_congressional_posture_statement_2026_hasc.pdf
[16] European Commission / High Representative, White Paper for European Defence – Readiness 2030, 2025. Documento quadro del piano ReArm Europe/Readiness 2030 su investimenti, capacità critiche, industria della difesa e Ucraina come fronte della difesa europea.
https://commission.europa.eu/document/download/e6d5db69-e0ab-4bec-9dc0-3867b4373019_en?filename=White+paper+for+European+defence+%E2%80%93+Readiness+2030.pdf
[17] NATO, Updated Defence Production Action Plan, 2025. Piano su capacità industriale, produzione, standardizzazione, interoperabilità, scorte, supply chain e capacità di surge dell’Alleanza.
https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2025/02/13/updated-defence-production-action-plan
[18] European Defence Agency, Annual Report 2025, pubblicato nel 2026. Rapporto su burden sharing, autonomia strategica, prontezza europea entro il 2030, chiusura delle lacune critiche e cooperazione con NATO.
https://eda.europa.eu/docs/default-source/applicants/eda-2026-annual-report-2025_web.pdf
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