L’Iran sta vivendo la peggiore siccità degli ultimi 50-60 anni, con una riduzione delle precipitazioni autunnali pari all’89%. Negli ultimi anni, il Paese ha accusato la Turchia di “rubare nuvole dal Van”, mentre Stati Uniti e Israele sono stati accusati di manipolazione climatica, oltre all’Arabia Saudita. Un esperto iraniano di risorse idriche ha recentemente accusato Israel e gli United States di aver orchestrato uno sforzo durato decenni per deviare le nuvole di pioggia lontano dall’Iran, contribuendo così alla profonda crisi idrica nazionale, secondo quanto riportato dal Middle East Media Research Institute (MEMRI). Sebbene altri fattori incidano indubbiamente – come approfondito nell’articolo seguente – vista la posizione dell’Iran, circondato da Paesi impegnati nella manipolazione meteorologica, la questione merita un’analisi approfondita.  La seconda metà della pagina da indicazioni per maggiori dettagli.

Bancarotta Idrica”: l’Iran sull’orlo del disastro. Evacuazione di Teheran?

L’Iran è in “bancarotta idrica”: non è solo siccità, ma mala gestione. I bacini di Teheran sono a secco e il Presidente evoca l’evacuazione

L’Iran sta affrontando la peggiore siccità degli ultimi 60 anni. I bacini idrici sono quasi a secco e nella capitale, Teheran, una metropoli da 10 milioni di abitanti, è già iniziato il razionamento dell’acqua.

Ma la colpa non è (solo) della natura. Decenni di palese mala gestione e obiettivi irrealistici di autosufficienza agricola hanno spinto il paese in quella che gli esperti definiscono senza mezzi termini “bancarotta idrica”.

Una situazione così grave che lo stesso presidente Masud Pezeshkian ha iniziato a evocare scenari quasi apocalittici: l’evacuazione di parti di Teheran o, addirittura, l’ipotesi estrema di dover spostare l’intera capitale. I fedeli sciiti si sono perfino riuniti per pregare per la pioggia

La vera crisi: mala gestione e “bancarotta”

Si parla di bancarotta idrica quando il consumo supera strutturalmente l’offerta e l’esaurimento delle risorse (come le falde acquifere) diventa irreversibile. Non è una crisi passeggera, è un punto di non ritorno. È il risultato, spesso, di politiche governative miopi, magari nate con l’intenzione di promuovere lo sviluppo, ma disastrose nella pratica.

Secondo Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite, le autorità iraniane stanno persino minimizzando la gravità dei fatti. “Il livello dei loro allarmi è troppo basso rispetto alla realtà”, ha dichiarato a RFE/RL. Il governo è cauto: non vuole stressare ulteriormente una popolazione già provata e teme proteste. Una strategia che, storicamente, paga poco.

I numeri, d’altronde, sono impietosi.

  • Teheran (10 milioni di abitanti): I cinque bacini principali che riforniscono la capitale sono attualmente solo all’11% della loro capacità complessiva.

  • Mashhad (4 milioni di abitanti): Nella seconda città del paese, i bacini sono scesi sotto il 3% della capacità. Tre dighe su quattro sono già fuori servizio.

  • Dati nazionali: 19 grandi dighe (che rappresentano il 10% dei bacini iraniani) sono completamente asciutte. Oltre 20 sono al di sotto del 5% della loro capacità.

Il “piano” che non c’è e le scelte del passato

Di fronte a questa emergenza, qual è il piano del governo? Semplicemente, non sembra essercene uno concreto.

Le autorità, che solitamente tendono a minimizzare per evitare il panico (o l’ammissione di colpa), ora evocano l’evacuazione della capitale, un segnale che mostra l’urgenza della situazione. Il presidente Pezeshkian, parlando al parlamento, ha lanciato la palla ai suoi critici con una certa ironia: “Darò a coloro che affermano di poter risolvere il problema… piena autorità”. Un modo elegante per ammettere l’impasse.

A complicare tutto c’è la totale mancanza di fiducia del pubblico verso le autorità. Il governo ha paura di chiedere sacrifici (come una drastica riduzione dei consumi), perché i ricordi delle proteste per l’acqua in Khuzestan nel 2021, represse duramente, sono ancora freschi.

Gli esperti, come Azam Bahrami, indicano che l’unica via d’uscita richiede riforme fondamentali. Il nodo è la strategia di autosufficienza agricola. L’Iran produce l’85% del suo fabbisogno alimentare internamente. Una scelta politica comprensibile, data la pioggia di sanzioni internazionali, per ridurre la dipendenza dai mercati globali.

Ma, come gli esperti avvertono da anni, l’Iran, un paese in gran parte arido, semplicemente non ha l’acqua per sostenere questa politica. Una scelta ideologica che ora presenta un conto salatissimo. 

Domande e risposte

Cos’è esattamente la “bancarotta idrica”? È un termine che descrive una situazione irreversibile. Non si tratta solo di siccità temporanea, ma di un punto in cui il consumo di acqua (per agricoltura, industria e uso civile) ha superato strutturalmente l’offerta naturale (pioggia, falde). Le risorse sono talmente esaurite che non possono più rigenerarsi. È come avere un conto corrente prosciugato, dove non solo non ci sono più soldi, ma si è anche distrutta la capacità di guadagnarne di nuovi. In Iran, questo è stato causato da decenni di prelievi eccessivi.

Perché l’Iran ha perseguito l’autosufficienza agricola se è un paese arido? È stata una decisione politica strategica, presa in risposta a decenni di sanzioni internazionali. Per un regime isolato, dipendere dai mercati globali (spesso ostili) per il cibo è un rischio per la sicurezza nazionale. L’obiettivo era produrre internamente l’85% del fabbisogno alimentare per garantire l’indipendenza. Purtroppo, questa politica non ha tenuto conto della realtà ambientale. Hanno spinto la produzione agricola (che consuma l’80-90% dell’acqua) senza avere le risorse idriche per sostenerla, portando al collasso attuale.

È possibile che la capitale Teheran venga davvero evacuata? È uno scenario estremo, ma il fatto che sia stato menzionato dal presidente Pezeshkian indica la gravità della crisi. Un’evacuazione di parti di una metropoli di 10 milioni di persone o lo spostamento della capitale sarebbero operazioni logistiche ed economiche colossali. Attualmente, è più un avvertimento per sottolineare l’urgenza. Tuttavia, se i bacini (ora all’11%) dovessero esaurirsi completamente e le piogge non arrivare, il razionamento non basterebbe più e fornire acqua potabile a milioni di persone diventerebbe logisticamente impossibile.

FONTE https://scenarieconomici.it/bancarotta-idrica-liran-sullorlo-del-disastro-evacuazione-di-teheran/

Le accuse iraniane di “Furto di Nuvole”

l’Iran ha spesso puntato il dito contro Israele (e vicini) per la sua siccità, legandolo al cloud seeding. Ecco i casi principali:

2018: Il generale Gholam Reza Jalali (Guardie Rivoluzionarie) accusa Israele e UAE di “rendere sterili le nuvole” che entrano in Iran, causando “furto di nuvole e neve”.

2022: Nuove accuse contro Israele e UAE per “guerra climatica”, con Jalali che ripete: “Squadre congiunte israeliane rendono le nuvole iraniane aride”. Il New York Times lo definì “guerra delle nuvole” nel Medio Oriente.

2024-2025: Con la siccità peggiore in 50-60 anni (pioggia -89% in autunno), accuse contro Turchia (“ruba nuvole dal Van”), USA/Israele (“manipolano il clima”) e Arabia Saudita.

Un esperto iraniano di risorse idriche ha accusato Israel e gli United States di aver orchestrato uno sforzo durato decenni per deviare le nuvole di pioggia lontano dall’Iran, presumibilmente contribuendo alla crescente crisi idrica del paese, ha riferito il Middle East Media Research Institute (MEMRI). Le affermazioni sono state fatte da Mohsen Arbabian durante un’intervista del 30 luglio sul canale YouTube iraniano Khateh Energy. Arbabian ha sostenuto che Israel e gli U.S., che ha descritto come apertamente ostili all’Iran, stanno “gradualmente” lavorando per manipolare i modelli meteorologici regionali da oltre 40 anni. https://www.ynetnews.com/article/sygj5upwll

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