Con oltre 400 impianti di desalinizzazione che forniscono fino al 90% dell’acqua potabile in paesi come Kuwait, Oman e Bahrain, la guerra nel Golfo espone le città e le economie a gravi rischi idrici e umanitari. Già ora, alla luce della fuga da Dubai a causa degli attacchi, ci rendiamo conto che questa realtà riveste un’importanza a livello internazionale. Vedi anche: Dubai rischia di tornare desertica
Attacchi alle centrali di dissalazione in Medio Oriente evidenziano i rischi della dipendenza quasi totale dall’“acqua da combustibili fossili”
Distruggere queste strutture viola il diritto internazionale e potrebbe causare una crisi umanitaria nella regione più scarsa d’acqua sulla Terra. Alimentare le centrali con elettricità da fonti fossili pone ulteriori minacce a lungo termine.
Di Phil McKenna
Una centrale di dissalazione dell’acqua si vede a Ras al-Khair lungo la costa del Golfo nell’est dell’Arabia Saudita il 30 marzo 2023. Credito: Fayez Nureldine/AFP via Getty Images
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Gli attacchi recenti in Medio Oriente alle centrali di dissalazione, strutture che rimuovono il sale dall’acqua di mare, aumentano il rischio di una crisi umanitaria se le installazioni regionali per la produzione di acqua dolce subiscono una distruzione più estesa. Gli attacchi sottolineano inoltre la forte dipendenza della regione da un metodo energivoro per produrre acqua potabile, alimentato quasi interamente da combustibili fossili.
Sabato, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato gli Stati Uniti di aver colpito una centrale di dissalazione nel sud dell’Iran. Gli USA hanno in seguito negato qualsiasi coinvolgimento nell’attacco. Il giorno dopo, il Bahrein ha accusato l’Iran di aver danneggiato una centrale di dissalazione con un attacco di droni. Il bersaglio delle strutture per la produzione di acqua dolce fa seguito ad attacchi contro scuole, aeroporti, hotel e raffinerie da quando è iniziata l’Operazione Epic Fury degli USA a febbraio. Attaccare le centrali di dissalazione viola le Convenzioni di Ginevra, che stabiliscono le leggi umanitarie per il trattamento dei non combattenti in guerra.
«Ha cancellato le precedenti linee rosse sull’attacco alle infrastrutture energetiche, alle infrastrutture civili, e poi l’ultima linea rossa dell’attacco alle infrastrutture di dissalazione», ha detto Michael Christopher Low, direttore del Middle East Center dell’Università dello Utah, riguardo alla guerra con l’Iran. «È il tipo più grave di crimine di guerra che si possa immaginare.» FONTE
Perché l’acqua è un’arma nella guerra tra Iran e paesi del Golfo
Con oltre 400 impianti di desalinizzazione che forniscono fino al 90% dell’acqua potabile in paesi come Kuwait, Oman e Bahrain, la guerra nel Golfo espone le città e le economie locali a gravi rischi idrici e umanitari. Fatti, numeri e commenti
Mentre il mondo osserva le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran concentrate su missili, bombardamenti e sullo Stretto di Hormuz, un fronte meno visibile ma altrettanto cruciale si sta aprendo: quello degli impianti di desalinizzazione.
Attacchi in Iran, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno colpito infrastrutture idriche fondamentali, lasciando milioni di persone a rischio e mostrando come, in una delle regioni più aride del pianeta, l’acqua possa diventare un obiettivo strategico tanto quanto il petrolio.
La CIA la definisce infatti la “risorsa strategica” del Medio Oriente perché il petrolio è essenziale, ma l’acqua è insostituibile. Come scrive Ap, il petrolio ha costruito il Golfo Persico, l’acqua desalinizzata lo mantiene in vita.
I PAESI DIPENDENTI DAGLI IMPIANTI DI DESALINIZZAZIONE
Le coste del Golfo Persico ospitano oltre 400 impianti di desalinizzazione, che trasformano l’acqua marina in acqua potabile e rappresentano la principale fonte di approvvigionamento idrico per decine di milioni di persone.
In Kuwait, scrive su La Stampa Alessia Melcangi, politologa e docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma, circa il 90% dell’acqua potabile proviene dalla desalinizzazione, in Oman oltre l’85%, in Arabia Saudita circa il 70%, mentre Bahrain e Qatar dipendono quasi esclusivamente da queste strutture. Israele ricava circa l’80% dell’acqua potabile dal processo di desalinizzazione, mentre gli Emirati Arabi Uniti mostrano una dipendenza leggermente inferiore, attorno al 40-45%, grazie a riserve sotterranee diversificate.
L’interruzione di questi impianti può compromettere la vita quotidiana delle popolazioni e la stabilità delle grandi città costiere come Dubai e Abu Dhabi.
GLI IMPIANTI DANNEGGIATI FINORA
Negli ultimi giorni, stando a quanto riportato da Al Jazeera, un impianto sull’isola iraniana di Qeshm è stato colpito, lasciando senza acqua oltre 30 villaggi. Parallelamente, il Bahrain ha denunciato danni a un proprio impianto causati da un drone iraniano, la prima volta dall’inizio degli scontri che queste infrastrutture vengono individuate come bersaglio militare.
Attacchi iraniani, aggiungono The Conversation e Ap, hanno interessato anche Dubai, dove un raid sul porto di Jebel Ali è arrivato a circa 20 chilometri da un complesso con 43 unità di desalinizzazione, e l’impianto Fujairah F1 negli Emirati Arabi Uniti. In Kuwait, precisa Bloomberg, detriti di un’intercettazione di un drone hanno provocato un incendio in uno degli impianti.
Le strutture, spiega Ap, sono spesso integrate con centrali elettriche, rendendo vulnerabili anche forniture di energia essenziali per il loro funzionamento.
DA SEMPRE UN TALLONE D’ACHILLE
La vulnerabilità degli impianti di desalinizzazione è nota da decenni. Già negli anni ’80 la CIA evidenziava che “i funzionari governativi di alto livello in alcuni Paesi percepiscono l’acqua come più importante del petrolio per il benessere nazionale”. Un cablogramma del 2008 dalla sede diplomatica statunitense a Riyadh avvertiva che “la città dovrà essere evacuata entro una settimana se l’impianto, le sue condutture o le infrastrutture elettriche collegate venissero gravemente danneggiati o distrutti”.
Inoltre, secondo un rapporto della CIA del 2010, più del 90% dell’acqua desalinizzata nel Golfo proviene da appena 56 impianti, ognuno “estremamente vulnerabile a sabotaggi o azioni militari”. Questo rischio infatti non è solo teorico. Come ricorda The Conversation, durante l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990-1991, le truppe di Saddam Hussein sabotavano le centrali elettriche e gli impianti di desalinizzazione in ritirata, rilasciando milioni di barili di petrolio nel Golfo Persico per minacciare le forniture idriche e ostacolare l’operazione militare della coalizione. Il Kuwait rimase così largamente privo di acqua potabile, costretto a importazioni di emergenza, e il pieno ripristino delle strutture richiese anni.
UN TUTT’UNO CON PETROLIO E GAS
La desalinizzazione è un processo ad alta intensità energetica che richiede un grande consumo di idrocarburi. Nella regione del Golfo, petrolio e gas locali infatti alimentano non solo gli impianti fondamentali per la fornitura di acqua alle città, ma anche alcune attività industriali e agricole. La regione continua a produrre circa un terzo del petrolio mondiale, e la guerra ha già provocato interruzioni nei trasporti marittimi e negli impianti energetici, con effetti sulle esportazioni e sui prezzi globali. Tuttavia, anche la produzione di acqua desalinizzata può subire gravi ripercussioni se le centrali elettriche collegate o la rete nazionale vengono danneggiate, generando interruzioni a cascata nell’approvvigionamento idrico.
CLIMA, RISORSE E TENSIONI REGIONALI
Il Golfo Persico, come scrive Melcangi, è una delle aree più colpite dallo stress idrico: oltre due terzi della popolazione vive in condizioni di scarsità d’acqua, aggravata da desertificazione, crescita demografica e cambiamenti climatici. L’Iran, paese tra i più aridi della regione, ha visto diminuire la disponibilità di acqua per abitante del 58% tra il 1970 e il 2017, con oltre il 90% delle risorse dolci utilizzate dall’agricoltura. Eventi climatici estremi e innalzamento del livello del mare possono compromettere ulteriormente gli impianti costieri. (ndr: e qui c’è da aggiungere la manipolazione climatica)
In passato, le risorse idriche hanno già generato tensioni regionali, come tra Etiopia ed Egitto per la Diga del Rinascimento, Israele e Giordania sul Giordano, Turchia, Siria e Iraq sui bacini del Tigri e dell’Eufrate, o Iran e Iraq per fiumi e dighe transfrontaliere.
L’ACQUA COME LINEA DEL FRONTE
L’uso dell’acqua come arma rappresenta una nuova fase del conflitto: colpire infrastrutture energetiche incide sull’economia, ma colpire quelle idriche ha un impatto sulla sopravvivenza delle comunità.
Come ha detto Michael Christopher Low, direttore del Middle East Center dell’Università dello Utah, i cosiddetti “regni dell’acqua salata” creati dai paesi del Golfo grazie alla desalinizzazione sono “sia un risultato monumentale del XX secolo sia un certo tipo di vulnerabilità”. In linea con questa valutazione, Hussein Ibish, studioso del Arab Gulf States Institute, ha aggiunto che “questi impianti di desalinizzazione, anche più delle infrastrutture energetiche delle monarchie del Golfo, sono il loro tallone d’Achille”. FONTE https://www.startmag.it/energia/perche-lacqua-e-unarma-nella-guerra-tra-iran-e-paesi-del-golfo/
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