Di Tom Joad *
Ogni ordine imperiale ha un proprio motore storico. Quello dell’unipolarismo a guida americana è la guerra. Non la guerra come eccezione, come rottura traumatica della normalità, bensì la guerra come condizione ordinaria del ciclo economico, come strumento strutturale attraverso cui il capitale finanziario, periodicamente soffocato dal proprio stesso eccesso, ricrea le condizioni della propria espansione demolendo il valore reale che non riesce più a valorizzare.
L’aggressione israelo-americana all’Iran non fa eccezione: ne è, anzi, il caso esemplare, quello in cui la funzione economica della distruzione si rivela con una trasparenza che in altre circostanze sarebbe stata meno evidente. Ragion per cui l’analisi geopolitica tradizionale – quella che si affanna a misurare il degradamento degli arsenali, a contare i missili intercettati, a colorare mappe con le zone d’influenza come in un gioco di società – rivela tutta la propria insufficienza quando non venga ricondotta alla struttura economica che la sorregge e che della vittoria o della sconfitta militare, in ultima istanza, può tranquillamente fare a meno.
Per comprendere il meccanismo, occorre partire da un dato che il Fondo Monetario Internazionale registra ormai da anni con crescente allarme: i mercati azionari occidentali hanno raggiunto livelli di sopravvalutazione che non trovano giustificazione in alcun fondamentale produttivo, con titoli il cui prezzo supera enormemente i vantaggi realmente corrisposti agli azionisti.
È la patologia caratteristica delle fasi terminali di ogni ciclo speculativo: il capitale, non trovando più impieghi sufficientemente remunerativi nell’economia reale, si ripiega su sé stesso, gonfiando i prezzi degli attivi finanziari in una spirale autoreferenziale che si autoalimenta finché dura la fiducia e collassa quando questa viene meno.
La metafora medica è appropriata: come un organismo febbricitante che può temporaneamente mascherare i propri sintomi ma non guarire senza una crisi risolutiva, così il capitalismo finanziario in fase di sovraesposizione necessita di un trauma esterno sufficientemente violento da provocare la distruzione del valore fittizio accumulato – e con essa, la possibilità per chi dispone di liquidità di riacquistare a prezzi irrisori gli attivi reali che i molti, nel panico, svenderanno.
La guerra assolve questa funzione con un’efficacia che nessun altro evento può eguagliare, poiché agisce simultaneamente su tutti i piani: interrompe le catene di approvvigionamento, provocando inflazione da offerta; distrugge infrastrutture fisiche, creando domanda futura di ricostruzione; genera panico sui mercati, consentendo le grandi operazioni speculative al ribasso.
Soprattutto, produce quel combinato di inflazione e stagnazione produttiva che opera come un meccanismo di selezione brutale, nel quale sopravvivono e si rafforzano soltanto coloro che dispongono di riserve patrimoniali sufficienti ad attendere, mentre il tessuto delle imprese medio-piccole e dei redditi da lavoro viene polverizzato.
Si pensi a ciò che accadde durante e dopo la crisi pandemica, quando la concentrazione della ricchezza aumentò in misura inversa alla contrazione del prodotto: la distruzione non è l’opposto dell’accumulazione, ne è il presupposto. Con Hormuz impraticabile, il Brent ormai sopra i 100 dollari al barile, le rotte tra Mediterraneo e Oceano Indiano sempre più insicure e un rischio geopolitico che punta verso i massimi storici, le condizioni per questa “crisi risolutiva” sono riunite. Che il conflitto finisca con una vittoria o con una disfatta militare è, dal punto di vista di chi governa questi flussi, del tutto indifferente: il capitale non ha bandiere, ha solo obiettivi di rendimento.
Alcune vittime designate di questa architettura sono già visibili. Le monarchie del Golfo Persico, che per decenni hanno scambiato la presenza di basi militari americane sul proprio territorio per una garanzia di sicurezza, scoprono nel momento della prova che quelle basi non le proteggono ma le espongono, trasformandole in obiettivi legittimi di una rappresaglia che colpisce con logica implacabile ogni infrastruttura funzionale alla proiezione di potenza statunitense nella regione.
I capitali in fuga dai mercati del Golfo rifluiscono, per gravità strutturale, verso New York e Londra. L’Europa, che dopo aver “eroicamente” amputato le proprie forniture energetiche dalla Russia vede ora contrarsi ulteriormente i propri approvvigionamenti, accelera una deindustrializzazione che ne fa il secondo grande sconfitto: le sue imprese manifatturiere migrano verso altri mercati.
Il Board of Peace inaugurato a Davos nel gennaio 2026 con presidenza a vita e un seggio permanente al prezzo di un miliardo di dollari – un club di investitori, nella cui composizione siedono insieme Israele, artefice del genocidio a Gaza, e le monarchie del Golfo, unite solo in apparenza e attraversate da rivalità sempre più profonde – è il sintomo più eloquente di questa logica: la finanziarizzazione della ricostruzione come prosecuzione della distruzione con altri mezzi, la conversione di ogni maceria in veicolo di investimento per quel capitale in eccesso che la bolla speculativa ha generato e che la guerra provvede a remunerare.
Se questa è la struttura economica del conflitto, i suoi esiti politici ne confermano la funzionalità indipendente dal risultato.
L’obiettivo dichiarato di provocare un cambio di regime a Teheran – quella fantasia ricorrente delle classi dirigenti occidentali, già fallita in Iraq, in Libia, in Afghanistan e nondimeno periodicamente riesumata con la sicumera di chi non ha mai dovuto rispondere dei propri disastri – si è trasformato nel suo esatto contrario.
Come ormai ammettono perfino analisti e testate non sospettabili di simpatie per la Repubblica Islamica, a due settimane dall’inizio dell’operazione “Epic Fury” non vi sono segni di collasso del regime né di rivoluzioni colorate all’orizzonte: l’aggressione ha consolidato il consenso interno, la successione alla Guida Suprema si è svolta con regolarità istituzionale e le manifestazioni popolari a sostegno della resistenza nazionale proseguono quotidianamente, anche sotto le bombe, con un’intensità che nessuna coercizione potrebbe produrre.
La popolazione iraniana, incluse le sue componenti critiche verso il governo nella politica ordinaria, si è ricompattata intorno alla difesa della propria sovranità con una coesione che costituisce, per chi l’ha provocata bombardando abitazioni civili e scuole elementari femminili, la più bruciante delle sconfitte strategiche.
Ma questa sconfitta, si badi, non turba minimamente il meccanismo di accumulazione che la guerra alimenta: un conflitto che si prolunga senza risoluzione è, per le oligarchie finanziarie, più redditizio di una vittoria rapida, poiché approfondisce e prolunga quel ciclo distruttivo da cui il capitale si nutre.
È altrove, tuttavia, che la catastrofe morale dell’Occidente si manifesta nella sua forma più compiuta: nel silenzio assordante di quelle voci che per anni avevano preteso di incarnarne la coscienza civile. Dove sono, oggi, i movimenti femministi che ancora pochi mesi fa esultavano per il presunto rovesciamento dell’oscurantismo iraniano e accompagnavano con entusiastiche danze i seguaci dell’erede Pahlavi, agitando lo slogan “Donna, Vita, Libertà” come un brand da esportazione?
Centosessantotto bambine sono state uccise nel bombardamento di una scuola elementare femminile a Minab, secondo il protocollo di doppio attacco già rodato a Gaza: prima l’impatto, poi, quaranta minuti dopo, quando i soccorsi sono nel vivo, il secondo colpo che ne moltiplica le vittime.
Si attende invano una dichiarazione, un corteo, un comunicato da parte di chi per le donne iraniane aveva speso fiumi di retorica finché si trattava di puntare il dito contro il velo: dinanzi ai loro cadaveri, quella stessa galassia di attivismo si scopre muta, rivelando la propria natura di strumento geopolitico piuttosto che di movimento etico.
E dove sono gli ambientalisti che lordavano i quadri nei musei per protestare contro le emissioni del traffico urbano? Una nube tossica prodotta dal bombardamento delle raffinerie di Teheran ha avvolto dieci milioni di persone e migra verso l’Asia Centrale trasformandosi in piogge acide; impianti di desalinizzazione vengono distrutti in una regione dove rappresentano la quasi totalità dell’approvvigionamento idrico: una catastrofe ambientale e umanitaria di portata continentale, eppure dai paladini del clima, dalle Ong accreditate, dall’intera costellazione dell’attivismo istituzionale non giunge che un imbarazzato silenzio.
La ragione è semplice e terribile: quei movimenti, quelle voci esistono e operano esclusivamente entro il perimetro tracciato dagli interessi che le finanziano e, al di fuori di quel perimetro cessano di funzionare, come giocattoli a cui si siano esaurite le batterie.
Ma sarebbe insufficiente, oltre che intellettualmente disonesto, limitarsi a denunciare la corruzione dei movimenti organizzati senza interrogare la condizione più vasta di chi, pur non appartenendo ad alcuna sigla, assiste a questa carneficina con una passività che confina con la complicità.
Mark Fisher, nel diagnosticare il “realismo capitalista” come patologia della nostra epoca, aveva individuato con precisione il meccanismo: l’interiorizzazione, da parte dei soggetti, dell’idea che il sistema vigente sia l’unico possibile, sicché ogni impulso alla rivolta si estingue prima ancora di tradursi in azione, non per mancanza di coraggio ma per mancanza di immaginazione – per l’incapacità, coltivata con cura dall’apparato culturale dominante, di concepire un’alternativa.
In questo senso, il cittadino occidentale medio è la vittima masochista di una rinuncia alla lotta che egli stesso perpetua, nutrendosi ogni sera della manipolazione informativa recitata dal telegiornale dopo essere rientrato a casa ammazzato dall’oppressione di un lavoro (quando c’è) competitivo, sfruttato e sottopagato, troppo esausto per interrogarsi e troppo intossicato dalla propaganda per farlo con profitto anche qualora lo volesse.
E così, disarmato, rinunciatario, impermeabile alla notizia della morte di migliaia di donne, bambini e anziani – che attraversa il suo campo visivo come un’interferenza fra una pubblicità e un quiz televisivo – egli accetta senza fiatare la militarizzazione progressiva delle proprie città e delle proprie vite a difesa di un sistema che dovrebbe antagonizzare: più pronto a immaginare il prossimo attentato terroristico al proprio falso comfort che non il rovesciamento della barbarie commessa quotidianamente dai propri governi in suo nome.
È una regressione antropologica in piena regola, il prodotto finito di decenni di erosione deliberata della coscienza critica, che ha reso l’individuo occidentale incapace non già di agire, ma di percepire l’urgenza dell’azione.
E qui il cerchio si chiude, poiché la manipolazione culturale che produce questa inerzia e la manipolazione finanziaria che produce la bolla speculativa, e con essa la guerra che ne consente la “crisi risolutiva”, non sono due fenomeni distinti ma due facce della stessa macchina.
La stessa oligarchia che gonfia i mercati azionari ben oltre ogni rapporto con la produzione reale è quella che possiede i mezzi di informazione che anestetizzano la coscienza pubblica; la stessa che finanzia i movimenti di facciata – femministi, ambientalisti, diritti civili – calibrandone l’indignazione affinché si attivi esclusivamente contro i bersagli geopolitici designati e si spenga puntualmente quando i responsabili della devastazione sono i committenti; la stessa che siede nei Board of Peace dove la ricostruzione di un territorio teatro di genocidio diventa un’occasione di investimento, e che nei file Epstein rivela la propria fisionomia morale di casta corrotta, pedofila, immune da ogni giurisdizione.
Non vi sono due sistemi – uno economico e uno culturale – che per coincidenza producono i medesimi effetti: ve n’è uno solo, il cui fine è la concentrazione perpetua del potere nelle mani di pochissimi attraverso la distruzione periodica delle condizioni di vita dei molti e la cui arma più efficace non è il missile ma la persuasione preventiva che nulla possa essere cambiato.
Eppure, qualcosa può essere cambiato e lo dimostrano proprio coloro che questo sistema intendeva annientare. L’insegnamento che giunge oggi dal Medio Oriente – da Gaza, dove un popolo ha resistito a due anni di macellazione sistematica senza cedere; dall’Iran, dove le folle manifestano sotto le bombe non contro il proprio governo ma in difesa della propria sovranità; dal Libano, dove Hezbollah ha trasformato un’invasione in una trappola strategica per l’invasore – è che il “realismo capitalista”, l’idea che il sistema sia immodificabile, è a sua volta un prodotto di quel sistema, e si dissolve nel momento in cui qualcuno decide di agire come se non fosse vero.
Prima del fallimento, prima della resa definitiva all’inerzia antropologica che il sistema ci ha inoculato, ci resta la possibilità di riconoscerne le spinte manipolatorie per quello che sono – strumenti di un capitalismo imperiale, concentrazionario, che ha bisogno della nostra passività – e di opporre ad esse la diserzione attiva: il boicottaggio dei prodotti e dei circuiti finanziari che alimentano la macchina bellica, il rifiuto di nutrire con il proprio lavoro e il proprio consumo un meccanismo la cui unica funzione è convertire vite umane in voci di bilancio, la costruzione dal basso di reti di solidarietà e di controinformazione che inceppino quel dispositivo là dove le istituzioni internazionali hanno dimostrato di non volerlo e di non poterlo fare.
La bolla speculativa che si nutre della guerra è la medesima bolla che si nutre della nostra acquiescenza: romperla è lo stesso gesto. E il destino di centosessantotto bambine in una scuola di Minab, che per i gestori del casinò finanziario globale non è che una fluttuazione nei premi assicurativi sulle rotte del Golfo, deve diventare per noi ciò che per l’oligarchia non potrà mai essere: una ragione sufficiente per smettere di collaborare con i loro assassini e per esigere un riequilibrio mondiale, multilaterale, in cui la sovranità dei popoli non sia una concessione revocabile dell’impero, ma un diritto la cui violazione resti, come dovrebbe essere ovvio e come per troppo tempo abbiamo finto di dimenticare, il più grave dei crimini.
* da Revolve
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