L’articolo “Come la paura fa politica” di Uwe Froschauer offre una riflessione critica sulla rappresentazione dominante del cambiamento climatico. Secondo l’autore, la politica sfrutta la paura e una comunicazione allarmistica – basata su scenari estremi e immagini drammatiche – oggi enormemente enfatizzata e messa in scena dall’intelligenza artificiale. Froschauer denuncia l’uso strumentale della paura come mezzo per manipolare la percezione della realtà in una direzione specifica: chi esagera la rappresentazione di una minaccia può presentarsi come “salvatore”, imporre soluzioni impopolari e limitare la libertà in nome dello stato di emergenza. Viene criticata la “comunicazione da panico” climatica, che tratta ipotesi estreme e improbabili come l’RCP8.5 come scenari inevitabili, giustificando così misure drastiche; allo stesso modo, si contesta l’uso manipolatorio di immagini di eventi meteorologici estremi per creare un nesso emotivo automatico con il cambiamento climatico.

Il testo sottolinea un marcato doppio standard nel comportamento delle élite, contraddizione che si acuisce ulteriormente se si considera la contemporanea spinta al riarmo e alla guerra: un’attività umana tra le più devastanti non solo per il clima, ma in assoluto, in ogni ambito.

L’articolo intgrale di Uwe Froschauer

Bugie sul clima e dittatura climatica? Come la paura fa politica

La paura è un meccanismo di difesa naturale. Avverte l’uomo dai pericoli, acuisce temporaneamente la sua attenzione e può salvargli la vita nel momento decisivo. Ma la paura può anche sortire l’effetto contrario. Se viene alimentata ccontinueremente, restringe la visuale, indebolisce la capacità di giudizio e rende le persone più ricettive a messaggi semplici e a soluzioni apparentemente prive di alternative.

Una persona spaventata non si chiede più per prima cosa: “È davvero così?”. Si chiede: “Cosa devo fare affinché non mi accada nulla?”.

In questo risiede il potere della paura sfruttato politicamente. Chi descrive una minaccia in modo convincente può successivamente presentarsi come un salvatore. Definisce il problema, proclama la soluzione e dichiara irresponsabile e pericoloso chiunque non voglia sostenere tale soluzione.

Il business della paura è antico quanto l’umanità. Le assicurazioni vendono protezione contro possibili danni. Gli estorsori offrono sicurezza contro un pericolo che spesso creano essi stessi. I politici promettono di proteggere la popolazione da minacce che hanno precedentemente posto al centro della percezione pubblica o che hanno inscenato loro stessi.

Naturalmente non tutti gli avvertimenti sono infondati. I pericoli esistono. Una politica responsabile deve nominarli. C’è tuttavia una differenza enorme tra una comunicazione del rischio basata sui fatti e una comunicazione mirata al panico.

La comunicazione del rischio informa su un potenziale pericolo. Indica probabilità, incertezze e diverse opzioni d’azione. Mette le persone in grado di farsi un proprio giudizio.

La comunicazione del panico opera in modo diverso. Mostra il caso peggiore possibile, lo presenta come una normalità incombente e genera pressione temporale. Non dice: “Dovremmo esaminare la situazione”. Dice: “Siamo fuori tempo massimo. Dobbiamo agire immediatamente. Non c’è tempo per le discussioni”.

Il dibattito sul clima fornisce a questo proposito un esempio illuminante. Per anni, lo scenario ad altissime emissioni RCP8.5 – chiamato in seguito SSP5-8.5 – è stato spesso trattato nei media e nei dibattiti politici come se descrivesse il percorso probabile dell’umanità. In realtà si trattava di uno scenario estremo o ad alto rischio. Partiva dal presupposto che il consumo globale di energie fossili – in particolare il carbone – continuasse ad aumentare massicciamente per decenni, che le emissioni di CO₂ crescessero quasi senza freni e che i progressi tecnologici e le misure efficaci di politica climatica rimanessero ampiamente assenti.

In base a queste premesse, i modelli climatici hanno calcolato un aumento della temperatura particolarmente marcato entro la fine del secolo. Tra le possibili conseguenze discusse vi sono state ondate di calore più frequenti e intense, siccità più lunghe, eventi di precipitazioni intense più forti, un’accelerazione dell’innalzamento del livello del mare e impatti considerevoli sugli ecosistemi, sull’agricoltura e su parti dell’economia mondiale. Tuttavia, non si trattava di una previsione, bensì del calcolo di un modello per un percorso di emissioni ipotetico e molto estremo.

Nel frattempo, lo stesso Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) ammette che un percorso di emissioni così estremo è diventato decisamente meno probabile. Lo scenario non è stato semplicemente “cancellato”, come viene occasionalmente sostenuto. Oggi però non è più considerato lo sviluppo più probabile, bensì un caso estremo tra diversi scenari futuri possibili.

Questo non è un dettaglio trascurabile. Poiché, se uno scenario estremo viene rappresentato per anni nel dibattito pubblico quasi come il futuro più probabile, nel pubblico si radica facilmente l’impressione che questo sviluppo sia quasi inevitabile. Da una possibilità scientifica si passa così rapidamente a un’apparente certezza nella percezione pubblica.

È qui che corre il confine tra la comunicazione del rischio e quella del panico. Un trattamento responsabile degli scenari dovrebbe spiegare su quali presupposti si basano, quanto siano probabili tali presupposti e quali altri sviluppi sarebbero ugualmente possibili. Chi invece mostra quasi esclusivamente lo scenario peggiore tacendone i presupposti non informa in modo neutrale. Usa i modelli scientifici come sfondo scenografico per creare urgenza politica. Si genera così paura creata deliberatamente.

Si può esasperare un avvertimento fino a fargli perdere efficacia. Chi annuncia continuamente la fine del mondo non deve meravigliarsi se un numero sempre maggiore di persone a un certo punto – come del resto il sottoscritto – smette di ascoltare. La fiducia non si perde solo a causa di dichiarazioni false. Si perde anche quando le possibilità vengono vendute come certezze, gli scenari estremi come casi normali e i calcoli dei modelli come un futuro ineluttabile.

È così che ha inizio la politica basata sulla paura.

Dall’emozione alla direzione

Le persone non vengono influenzate esclusivamente dagli argomenti. I sentimenti agiscono di solito più rapidamente e con più forza di cifre, statistiche o spiegazioni scientifiche. L’immagine di una foresta in fiamme, di un villaggio inondato o di un letto di fiume in secca raggiunge l’individuo in modo immediato. Non richiede lunghe spiegazioni. Il messaggio emotivo è: la catastrofe è qui.

Ciò non significa che tali immagini debbano essere false. Ciò che è decisivo è il contesto in cui vengono inserite. L’immagine mostra un modello climatico a lungo termine o un singolo evento meteorologico? Si tratta di uno sviluppo straordinario o di un evento già verificatosi in passato in quella regione? Quale ruolo giocano l’urbanizzazione, la cementificazione del suolo, una cattiva gestione forestale, la mancanza di protezione contro le inondazioni o il dolo?

Queste domande svaniscono per lo più dietro la forza delle immagini.

Una foresta in fiamme diventa il simbolo della “catastrofe climatica”. Una strada allagata è considerata la prova dell’”emergenza climatica”. Una calda giornata estiva diventa il presagio di una terra inabitabile. Il singolo evento assume una portata globale e onnicomprensiva che spesso non gli spetta.

Immagini non contraffatte mostrano comunque un ritaglio della realtà. Chi seleziona quel ritaglio e lo correda di un messaggio contribuisce in modo determinante a ciò che l’osservatore prova e pensa, o meglio, dovrebbe provare e pensare.

Questa tecnica non è stata inventata solo per il dibattito sul clima. Durante il periodo del Coronavirus, bare, reparti di terapia intensiva, tute protettive e ambulanze hanno plasmato la coscienza pubblica. Nella guerra in Ucraina sono case distrutte, bambini feriti e famiglie in fuga. Nel dibattito sull’immigrazione, a seconda dell’orientamento politico, vengono mostrate donne e bambini stranieri bisognosi di aiuto oppure uomini violenti.

Ogni fazione seleziona le immagini che supportano il proprio messaggio.

A sostegno della tesi del cambiamento climatico antropogenico vengono mostrate foreste in fiamme, ghiacciai in fase di scioglimento, orsi polari emaciati e terreni crepati. Esse costituiscono il programma visivo di accompagnamento di una politica che vuole intervenire sempre più a fondo nella vita delle persone. Il messaggio è semplice: se non fate ciò che chiediamo, la terra diventerà inabitabile – un’affermazione smentita da tempo. La tendenza dei politici formati dalle élite verso una forma di società autocratica è inequivocabile.

La paura ha bisogno di colpevoli

La sola paura spesso non è sufficiente per la mobilitazione politica. Ha bisogno di un responsabile.

Nel dibattito sul clima questo responsabile si trova facilmente: l’essere umano. Tuttavia, non l’uomo inteso come entità astratta, bensì soprattutto il cittadino comune con la sua auto, il suo impianto di riscaldamento, il suo consumo di carne e il suo viaggio di vacanza.

Egli deve sentirsi in colpa.

Va al lavoro e presumibilmente danneggia il clima. Riscalda la sua casa e presumibilmente danneggia il clima. Va a trovare la sua famiglia in auto e presumibilmente danneggia il clima. Vola in vacanza una volta all’anno e presumibilmente danneggia il clima. Passo dopo passo si crea così l’impressione che quasi ogni azione quotidiana dell’uomo lasci un’impronta dannosa per il clima. Il cittadino si trasforma in un peccatore climatico.

Perfino l’anidride carbonica che l’uomo emette a ogni respiro viene occasionalmente tematizzata in modo tale da far apparire la CO₂ fondamentalmente come una sostanza inquinante. Nel far ciò, si dimentica facilmente che l’anidride carbonica è al contempo un componente naturale dell’atmosfera e una base indispensabile per la fotosintesi, senza la quale le piante – e di conseguenza in ultima analisi anche uomini e animali – non potrebbero esistere. Più CO₂ significa più crescita vegetale, meno CO₂ significa meno crescita vegetale e quindi più fame sulla Terra.

Far sentire le persone in colpa è psicologicamente abile. Chi prova senso di colpa è più disposto a fare ammenda. La penitenza moderna consiste in tasse sulla CO₂, prezzi dell’energia più alti, costose ristrutturazioni edilizie, limitazioni della mobilità e nella rinuncia a un tenore di vita abituale.

Il messaggio politico recita: hai contribuito a causare il problema, quindi devi pagare per la sua soluzione.

A questo punto sorge spontaneo chiedersi chi causi effettivamente emissioni in quale misura e chi debba sostenere le conseguenze finanziarie della politica climatica. Una persona benestante può permettersi un’auto elettrica, una pompa di calore, una ristrutturazione energetica e prezzi dei voli più alti. Una famiglia a basso reddito non può farlo.

I costi della politica climatica non colpiscono tutti allo stesso modo. Chi guadagna poco avverte l’aumento dei prezzi dell’energia e delle tasse aggiuntive direttamente nella vita di tutti i giorni. Coloro che hanno il minor margine finanziario sono particolarmente gravati dall’aumento dei prezzi dell’energia, da tasse più alte e da costosi obblighi di ristrutturazione. Il loro reddito di solito non cresce nella stessa misura delle loro spese. A fine mese, semplicemente, rimane loro meno per vivere. Per le famiglie più benestanti, gli stessi costi aggiuntivi rappresentano spesso un onere nettamente inferiore. Le famiglie più forti finanziariamente possono affrontare più facilmente gli aumenti dei prezzi e al contempo trarre profitto da programmi di sussidi, investimenti o nuovi settori di business.

Allo stesso tempo, la transizione energetica e la riconfigurazione della politica climatica fanno emergere nuovi mercati. I produttori di impianti solari, tecnologia eolica, sistemi di accumulo a batteria, pompe di calore o i fornitori di servizi legati alla CO₂ traggono profitto tanto quanto gli investitori che detengono partecipazioni in tali aziende. In un’economia di mercato questo non è fondamentalmente insolito. Solleva tuttavia la questione di quanto equamente siano distribuiti gli oneri finanziari e i vantaggi economici della politica climatica. E solleva l’interrogativo su chi tragga effettivamente vantaggio dall’affermazione del cambiamento climatico antropogenico. Cui bono?

Doppi standard

La credibilità di un movimento politico non dipende solo dalle sue richieste, ma anche dal fatto che i suoi portavoce vivano secondo gli stessi standard che pretendono dagli altri.

Nel dibattito sul clima viene quindi giustamente sollevata l’accusa di doppia morale. Mentre milioni di cittadini sono invitati a guidare meno, a volare più raramente, a sostituire i propri impianti di riscaldamento o a limitare i propri consumi, numerosi decisori politici ed economici continuano ovviamente a viaggiare su jet privati per raggiungere conferenze internazionali. Ad esempio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è finita al centro delle critiche per aver utilizzato un jet privato nel 2021 per coprire la distanza di circa 50 chilometri tra Vienna e Bratislava. La Commissione europea ha adotto a motivazione ragioni di agenda e di sicurezza. Ridicolo! Il caso evidenzia un problema fondamentale: chi pretende dalla popolazione restrizioni di vasta portata in nome della protezione del clima viene misurato in base al proprio comportamento. La credibilità non nasce solo dai programmi politici, ma soprattutto dal fatto che coloro che invocano la rinuncia ne diano per primi l’esempio concreto. Predicare bene e razzolare male mina la fiducia in qualsiasi messaggio politico.

Il Forum Economico Mondiale di Davos fornisce regolarmente materiale per critiche analoghe. Sebbene il cambiamento climatico sia uno dei temi centrali in quella sede, anno dopo anno si registra un numero eccezionalmente elevato di voli con jet privati diretti agli aeroporti circostanti. Organizzazioni ambientaliste come Greenpeace e il sottoscritto vedono in ciò un’evidente contraddizione tra le pretese sbandierate e il proprio comportamento.

Re Carlo ha recentemente compiuto due voli in elicottero nel giro di 24 ore per inaugurare il nuovo Africa Centre a Londra, dove ha discusso degli effetti del cambiamento climatico. Quando l’attore e “attivista ambientale” Leonardo DiCaprio compie una gita di un giorno con il suo yacht, emette più CO₂ di quanta un’auto media ne emetta in tutta la sua vita.

Non si tratta di invidia verso i ricchi. Si tratta di credibilità. Chi esige da milioni di persone cambiamenti radicali nel proprio stile di vita deve essere disposto a verificare se lui stesso sia pronto ad applicare standard comparabili al proprio comportamento.

L’autorità morale non nasce dagli appelli, ma dall’esempio.

La ripetizione crea la realtà

Uno dei metodi più efficaci di condizionamento emotivo è la ripetizione costante. Ciò che viene ascoltato, letto e visto ogni giorno comincia a sembrare familiare. E ciò che sembra familiare viene più facilmente ritenuto vero.

  • «La crisi climatica si sta aggravando.»

  • «Il tempo sta scadendo.»

  • «La scienza è d’accordo.»

  • «Dobbiamo agire adesso.»

  • «Non ci sono alternative.»

Frasi di questo tipo vengono ripetute così frequentemente che a un certo punto non vengono più percepite come semplici affermazioni, bensì come fatti scontati. La vera argomentazione passa in secondo piano. La ripetizione diventa un sostituto dell’argomento. La scienza, ad esempio, non è affatto “d’accordo”.

Anche singoli termini assolvono a questa funzione. “Crisi climatica”, “emergenza climatica” e “catastrofe climatica” non sono descrizioni neutrali. Contengono già una valutazione di merito. Chi adotta questi termini ha già accettato una parte della conclusione prima ancora che la discussione abbia avuto inizio.

A ciò si aggiunge la proclamazione permanente di nuovi record. Il giorno più caldo. L’estate più secca. Il mese più caldo. La temperatura più alta dall’inizio di determinate misurazioni. I record generano attenzione. Trasmettono l’impressione di un’escalation inarrestabile.

Vi è poi un ulteriore effetto. Appena si verifica un’ondata di calore eccezionale in un qualsiasi luogo, nei media nazionali si diffonde spesso l’impressione che il proprio paese sia particolarmente colpito da tale sviluppo. La Germania riferisce di temperature record, la Francia di ondate di calore storiche, la Spagna di una siccità mai vista prima, i paesi scandinavi di un caldo straordinario spintosi finemente nel nord. Per il rispettivo lettore si crea così l’impressione che in particolare il suo proprio paese si trovi al centro della crisi climatica. Da un dibattito globale si crea una minaccia immediatamente personale: psicologicamente molto abile!

La situazione diventa problematica e distaccata dalla realtà quando eventi meteorologici eccezionali vengono rappresentati quasi esclusivamente attraverso la lente dell’estremizzazione, mentre inquadramenti storici, confronti con il passato, particolarità regionali e incertezze scientifiche passano in secondo piano. In questo modo si genera nel pubblico la sensazione di una permanente escalation.

Ogni notizia di record deve essere contestualizzata se si vuole che il dibattito sul clima sia condotto in modo serio. Da quando si effettuano misurazioni? Dove si misurano? Le stazioni di rilevamento sono state spostate? Il loro intorno è cambiato a causa dell’urbanizzazione? Si tratta di valori locali, regionali o globali? Quali periodi di confronto sono stati scelti?

Chi si limita a proclamare il record, senza spiegarne la genesi e il significato, non informa in modo completo. Guida la massa della popolazione nella direzione desiderata.

Prima la catastrofe, poi la salvezza

Le immagini generate dalla IA mostrano quali saranno le conseguenze dei cambiamenti climatici sulle nostre città entro il 2100 |

La comunicazione politica basata sulla paura segue spesso una struttura semplice: prima viene descritta una minaccia esistenziale. Poi si spiega che rimane solo una piccola finestra temporale per agire. Successivamente, misure di vasta portata vengono presentate come inevitabili. Chi dissente mette presumibilmente in pericolo la collettività.

Questo schema è stato chiaramente visibile durante il Coronavirus. Lo incontriamo nella politica di sicurezza e in quella bellica. E connota allo stesso modo la politica climatica.

La Terra sarebbe presumibilmente vicina al collasso. Potrebbero essere superati dei punti di non ritorno (tipping points). Intere regioni diventerebbero inabitabili. Milioni di persone dovrebbero fuggire. I raccolti andrebbero perduti. Le città potrebbero essere inondate.

Dopo aver dipinto questo quadro, quasi tutte le misure appaiono giustificate: tasse più elevate, divieti di determinate tecnologie, limitazioni del traffico, costose ristrutturazioni edilizie, interventi nell’agricoltura e nell’alimentazione, nonché la guida graduale dei consumi personali.

Chi vuole prevenire la catastrofe, presumibilmente, deve solo seguire le direttive politiche.

Coloro che annunciano la crisi si presentano al contempo come i suoi salvatori. Presentano programmi, leggi, tasse e divieti come una soluzione miracolosa. Se le misure falliscono o i costi aumentano, il presupposto di base non viene messo in discussione. In tal caso, si dice semplicemente che non si è agito con sufficiente risolutezza.

Il salvatore diventa un “salvatore permanente”, poiché una crisi risolta definitivamente sarebbe politicamente molto meno utile di una crisi che richiede costantemente nuove misure.

Dividi et impera

La paura non unisce soltanto. Divide anche.

Divide et impera – dividi e comanda – è un principio antichissimo dell’esercizio del potere. È spesso associato all’Impero Romano ed è stato anche un mezzo essenziale del dominio coloniale. Chi divide la popolazione in fazioni concorrenti non impedisce solo che essa riconosca i propri interessi comuni. Mentre le persone lottano l’una contro l’altra, difficilmente rivolgono lo sguardo verso coloro che prendono le decisioni politiche.

In questo risiede l’effettivo vantaggio politico di una tale strategia: una società divisa è più facile da dirigere rispetto a una unita. Quando i dibattiti pubblici ruotano quasi esclusivamente attorno al conflitto tra diversi gruppi sociali, altre decisioni politiche finiscono più facilmente fuori dal mirino. Le misure che, in una società unita, attenta e che discute criticamente, incontrerebbero una resistenza considerevolmente maggiore, possono essere attuate più facilmente in tali condizioni. Più l’attenzione dei cittadini viene diretta verso il conflitto reciproco, meno si rivolge alla questione di quali decisioni vengano prese sullo sfondo e a chi alla fine esse giovino.

Ai tempi del Coronavirus, i vaccinati si sono contrapposti ai non vaccinati. Nella guerra in Ucraina, i sostenitori della pace si contrappongono ai difensori della libertà, dove ogni richiesta di negoziato può essere rapidamente interpretata come un sostegno al nemico. Nel dibattito sull’immigrazione, la disponibilità ad aiutare viene contrapposta al bisogno di sicurezza.

Nel dibattito sul clima, la linea di demarcazione corre tra i presunti “responsabili” e i cosiddetti “inconsapevoli”. Da una parte ci sono i “salvatori del clima”: ciclisti, vegani, attivisti, acquirenti di auto elettriche e sostenitori di sempre nuove leggi sul clima. Dall’altra parte ci sono i “peccatori climatici”: automobilisti, viaggiatori aerei, carnivori, proprietari di case con riscaldamento a olio o a gas e persone che esprimono dubbi su determinate misure di politica climatica.

Un confronto oggettivo ne risulta ostacolato. Non si tratta più di capire quale misura sia sensata, efficace, socialmente accettabile e proporzionata. Si tratta di bene e male. Chi professa il credo giusto appartiene ai buoni. Chi pone domande finisce sotto sospetto.

Una tale scissione morale è politicamente straordinariamente efficace e assolutamente voluta. I cittadini discutono su chi lasci un’impronta ecologica maggiore, mentre quasi nessuno si chiede più chi tragga profitto dal commercio di CO₂, dai sussidi, dai programmi di investimento e dalle nuove regolamentazioni. Le persone controllano reciprocamente il proprio comportamento, mentre il potere politico ed economico rimane ampiamente indisturbato.

La spirale del silenzio

Più un’opinione viene caricata moralmente, più diventa difficile discostarsene pubblicamente. Qui agisce la “spirale del silenzio” descritta da Elisabeth Noelle-Neumann.

Le persone osservano costantemente quali concezioni siano socialmente accettate. Chi crede di essere in minoranza con la propria opinione spesso tace per paura dell’isolamento, di svantaggi professionali o dell’esclusione sociale.

Il dibattito sul clima ne è un esempio lampante. Scienziati, giornalisti, insegnanti o imprenditori non devono nemmeno essere messi a tacere esplicitamente. Spesso basta che osservino cosa accade ad altri che si discostano pubblicamente dalla narrazione predominante.

Vengono attaccati pubblicamente, definiti “negazionisti climatici”, esclusi dalle discussioni o accostati a posizioni antiscientifiche o estremiste. Che tale critica sia giustificata o meno nel singolo caso spesso passa in secondo piano. Ciò che è decisivo è l’effetto segnale.

Il vecchio principio “punirne uno per educarne cento” descrive appropriatamente questo meccanismo. Spesso basta un solo caso sanzionato pubblicamente affinché molti altri non esprimano più affatto i propri dubbi o obiezioni. Non per convinzione, ma per preoccupazione di conseguenze professionali, sociali o personali. La conseguenza è l’autocensura. Da qui si alimenta la spirale del silenzio descritta da Noelle-Neumann.

Il caso del politologo statunitense Roger Pielke Jr. mostra come posizioni controverse nel dibattito climatico possano portare a una notevole pressione pubblica. Pielke non metteva in discussione il cambiamento climatico in sé. Tuttavia, argomentava, basandosi sui dati pubblicati sui danni, che non fosse possibile dimostrare un aumento univoco dei danni catastrofici meteorologici attribuibile esclusivamente al cambiamento climatico. Per questa posizione, discostandosi dalla rappresentazione pubblica allora prevalente, finì sotto notevole pressione politica e mediatica e si ritirò temporaneamente dal dibattito sul clima. Indipendentemente da come si valutino le sue conclusioni scientifiche, casi del genere hanno un effetto segnale: altri scienziati ci pensano due volte prima di discostarsi pubblicamente dall’opinione della maggioranza.

Qui entra in gioco la spirale del silenzio. Non è solo la censura a cambiare il clima dell’opinione pubblica, ma già l’aspettativa di possibili conseguenze professionali o sociali. Chi osserva cosa accade ai critici di spicco comincia spesso ad autocensurarsi. Chi vuole stare tranquillo fa meglio a tenere la bocca chiusa. Chi dubita della presunta verità ha bisogno di un cavallo veloce.

Attraverso l’effetto della spirale del silenzio si crea l’impressione di un consenso quasi totale. Ma questa impressione inganna. Silenzio non significa consenso. Può essere altrettanto bene espressione di prudenza, rassegnazione o paura.

Una società aperta non deve limitarsi a permettere la critica in teoria. Deve sopportarla in pratica e praticarla essa stessa.

Media tra informazione e agitazione

I media non sono i soli responsabili della paura politica. Ma ne sono i più importanti amplificatori.

Molti media si finanziano tramite la portata (il numero di contatti). Più attenzione ottiene un articolo, più è economicamente attraente. La paura genera attenzione. Le notizie di catastrofi vengono cliccate più spesso di quelle che descrivono uno sviluppo meno drammatico del previsto. Bad news sells (le cattive notizie vendono).

I ricercatori vedono nessi complessi e notevoli incertezze” non è un titolo particolarmente eccitante. “I ricercatori del clima mettono in guardia contro una Terra inabitabile”, invece, lo è.

Così nasce una tendenza all’esasperazione. Le possibilità diventano aspettative. Gli scenari ipotetici diventano immagini del futuro apparentemente certe. I rischi diventano certezze. Le formulazioni restrittive delle pubblicazioni scientifiche scompaiono, mentre l’affermazione più spettacolare finisce nel titolo.

Il lettore non riceve necessariamente un’informazione falsa. Ma riceve forse un’immagine distorta del suo significato.

A ciò si aggiunge una forma particolare di selezione. Se da qualche parte si verifica un’ondata di calore eccezionale, essa viene spesso messa in relazione con il cambiamento climatico. Se altrove si verifica un freddo insolito o forti nevicate, si fa spesso riferimento al fatto che i singoli eventi meteorologici non permettono di trarre conclusioni sul clima. Entrambe le cose sono scientificamente corrette in prima istanza: né un’ondata di calore né un periodo di freddo provano di per sé un’evoluzione climatica a lungo termine. È tuttavia notevole che eventi meteorologici estremi comparabili vengano spesso inquadrati in modo diverso nei resoconti pubblici.

Le forti piogge vengono presentate come prova della crisi climatica. Se invece un evento estremo annunciato non si verifica o gli sviluppi risultano meno drammatici del previsto, di solito ciò non vale quasi una notizia.

Ciò crea nel pubblico l’impressione che la catastrofe sia onnipresente. Non necessariamente perché ogni singola immagine sia falsa, ma perché vengono selezionate quasi esclusivamente immagini che puntano nella stessa direzione.

La manipolazione non consiste solo nel diffondere il falso. Può consistere anche nel selezionare e disporre il vero in modo tale che si crei un’impressione unilaterale.

La paura è una cattiva consigliera

Chi ha paura pensa in modo meno lungimirante. Cerca protezione, approvazione e soluzioni semplici. È più disposto a cedere libertà se gli viene promessa sicurezza in cambio.

Una società democratica deve essere particolarmente vigile non appena le misure politiche vengono giustificate con l’imminente rovina. Più grande è il pericolo annunciato e più breve è la presunta finestra temporale, più importanti sarebbero in realtà la calma, la verifica e la discussione aperta. Tuttavia, il contrario è solitamente la norma. I dubbi sono considerati una perdita di tempo. Le obiezioni sono considerate irresponsabili. Le analisi costi-benefici sono considerate immorali. Chi si interroga sull’effettiva efficacia di una misura deve giustificarsi come se si fosse pronunciato contro la protezione della Terra.

Ma la paura non sostituisce l’analisi. Una foresta in fiamme non dimostra automaticamente una causa determinata. Una catastrofe di inondazione non risponde alla domanda sulla quota di responsabilità della canalizzazione dei fiumi, della cementificazione e della mancanza di protezione. Un’estate calda non prova di per sé una determinata teoria climatica. E una misura politica non diventa sensata solo perché i suoi sostenitori mettono in guardia contro conseguenze terribili nel caso in cui non venga attuata.

Chi agisce in modo responsabile verifica prima:

  • Quanto è grande effettivamente il pericolo?

  • Quanto è certa l’affermazione scientifica?

  • Quali fattori interagiscono?

  • Quale misura può ottenere quale effetto?

  • Quali effetti collaterali sociali, economici ed ecologici ne derivano?

  • E chi trae profitto dalla soluzione scelta?

Queste domande non sono un rifiuto della responsabilità. Esse sono la responsabilità.

Conclusione: Non è la paura a dover decidere

Questo articolo non invita a negare ogni rischio ambientale o a ignorare ogni avvertimento. Invita a non lasciarsi governare dalla paura.

Guardate le immagini, ma chiedetevi da dove provengano e cosa mostrino effettivamente. Leggete i titoli, ma verificate se il contenuto ne giustifichi la drammaticità. Ascoltate i politici, ma chiedetevi quali interessi, costi e spostamenti di potere siano legati alle loro soluzioni. Confidate negli scienziati seri, ma non scambiate la scienza per infallibilità e seguite la traccia del denaro.

Soprattutto: non lasciatevi convincere che pensare sia pericoloso. Non credete a nessuno che sostenga che qualcosa sia “senza alternative”: ci sono sempre alternative!

Diventa pericoloso piuttosto quando una società, per paura, accetta ogni richiesta, tollera ogni limitazione ed emargina ogni voce critica.

Non è la paura a dover decidere alla fine come vivete. A farlo dovrebbero essere ancora la vostra ragione e la vostra voce interiore.

Traduzione assistita da GEMINI IA

FONTE https://wassersaege.com/blogbeitraege/klimaluege-und-klimadiktatur-teil-2-wie-angst-politik-macht/

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“STATO DI PAURA” COMPIE 20 ANNI

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