Letto sulla pagina del Council on Foreign Relations (CFR)

che è un think tank statunitense specializzato in politica estera e affari internazionali. Ha sede a New York e ha un altro ufficio a Washington, D.C. I suoi membri (circa 4.900) includono membri del Congresso, politici, segretari di stato, direttori della CIA, banchieri, avvocati, professori universitari e giornalisti. Il Consiglio pubblica la rivista bimestrale Foreign Affairs (dal 1922) e gestisce il David Rockefeller Studies Program, il quale formula raccomandazioni e rende testimonianze all’amministrazione presidenziale, al Congresso e alla comunità diplomatica statunitense.

Alla fine degli anni ’30, la Ford Foundation e la Fondazione Rockefeller iniziarono a contribuire con grandi somme di denaro elargite al Consiglio. Nel 1938, vennero creati vari Comitati per le relazioni estere in tutto il Paese, finanziati da una sovvenzione della Carnegie Corporation. Uomini influenti furono inoltre scelti in diverse città, e riuniti per discussioni nelle loro comunità, oltre a partecipare a una conferenza annuale a New York. I comitati locali servivano a influenzare i leader locali e a formare l’opinione pubblica per sostenere le politiche del Consiglio, agendo anche come “utili posti di ascolto” attraverso i quali il Consiglio e il Governo degli Stati Uniti potessero “sondare l’umore del Paese”.   ( vedi qui)

Quindi ‘gli umori dei paesi’ suggerisono al CFR la pubblicazione dell’ articolo che segue.

La geoingegneria solare può essere usata come arma?

Traduzione a cura di Nogeoingegneria

La premessa che la geoingegneria solare sia un’arma è falsa o assolutamente esagerata. (ndr: il CIA nel 1960 era piuttosto ottimista ). È tempo di lasciarsi alle spalle queste distrazioni e di concentrarsi di più sui veri dilemmi di questa tecnologia per altri aspetti promettente.

Blog Post di Guest Blogger per l’Internazionalist

Il seguente è un post di Joshua Horton, direttore di ricerca, geoingegneria, alla Harvard Kennedy School; e David Keith, professore di politica pubblica e professore di ingegneria all’Università di Harvard.

La geoingegneria solare – l’idea di usare la tecnologia per respingere lontano dalla Terra una piccola frazione della luce solare in arrivo per compensare parzialmente il cambiamento climatico – pone molti problemi, compreso il suo potenziale di scoraggiare i tagli delle emissioni, le sue incerte conseguenze a livello distributivo, e la possibilità che un improvviso arresto dell’attuazione possa provocare un pericolosissimo rapido riscaldamento.

E tuttavia le prove disponibili (ndr:come sono state ottenute?) mostrano che l’uso moderato della geoingegneria solare potrebbe offrire un’opportunità di attenuare i rischi climatici al di là di ciò che è possibile perfino se tutte le emissioni potessero essere eliminate domani. Dal nostro punto di vista, la prospettiva che la geoingegneria solare possa ridurre significativamente i rischi per i più poveri del mondo, riducendo la disuguaglianza di reddito, è una forte base per proseguire la ricerca e la governance internazionale.

Il dibattito sulla geoingegneria solare, tuttavia, è infestato dalla preoccupazione che tale tecnologia possa essere usata come arma. Questa preoccupazione deriva da un interesse militare di lunga data (ndr vedi qui) per le tecnologie di modifica del tempo, in particolare l’uso degli Stati Uniti di cloud-seeding durante la guerra del Vietnam, che ha portato in seguito all’adozione della Environmental Modification Convention 1976 (ENMOD) restringendo l’uso ostile delle tecniche di modifica ambientale. Questo risulta anche dal ragionamento secondo il quale la gestione delle armi nucleari può servire da utile analogia per la gestione della geoingegneria solare.

I timori circa il duplice uso i della geoingegneria solare sono a volte esplicitamente espressi (ad esempio, a 51:30 in questo recente dibattito di Rolling Stone), ma più spesso vengono presentati in forma di minacce alla sicurezza vagamente definite o speculazioni sulla “geoingegneria predatoria”.

In un recente articolo sul blog di Internationalist, per esempio, Elizabeth Chalecki sostiene che “Proprio come la fissione nucleare può produrre sia armi che energia, così anche la geoingegneria può fornire benefici se applicata con giudizio”; non è stato detto ma è insinuato che la geoingegneria solare potrebbe anche essere usata per fare la guerra, il che giustifica la sua messa sotto controllo internazionale nello stesso modo in cui il Piano Baruch del 1946 ha cercato di internazionalizzare l’energia atomica. 

La premessa che la geoingegneria solare sia un’arma, tuttavia, è falsa o grossolanamente esagerata e inapplicabile a quelle tecnologie che potrebbero anche essere impiegate in modo ragionevole. Un attributo caratteristico delle armi è la precisione; infatti, la cosiddetta rivoluzione negli affari militari l’ha resa l’attributo più prezioso per molti strateghi, come dimostra anche il ruolo dominante giocato dalle munizioni a precisione guidata. Una caratteristica della geoingegneria solare, tuttavia, consisterebbe nella sua imprecisione. 

Prendiamo ad esempio l’iniezione di aerosol stratosferico (stratospheric aerosol injection SAI), che disperderebbe aerosol nella stratosfera per riflettere la luce del sole e riducendo alcuni aspetti dannosi del cambiamento climatico. SAI è il tipo più significativo di geoingegneria solare e quello più associato alle paure di un’arma. Tuttavia i materiali iniettati non possono essere limitati lungo le linee di confine e circonderebbero rapidamente il globo. (ndr i test atomici sono stati eseguiti senza queste preoccupazioni)

Un certo controllo nord-sud è possibile, ma solo a un livello molto approssimativo, applicando solo alcune modifiche come la dispersione nelle regioni equatoriali rispetto a quelle polari o negli emisferi settentrionali rispetto a quelli meridionali. Si potrebbero probabilmente indurre solo effetti climatici – cambiamenti nella temperatura media e nelle precipitazioni -; non si potrebbe controllare il meteo a livello di singole tempeste o ondate di calore (ndr ci sono anche altri strumenti ).

Inoltre, ci sarebbero diversi passaggi tra il cambiamento climatico indotto e i tipi di ripercussioni del clima – come i cambiamenti nella disponibilità di acqua o nei raccolti – che potrebbero interessare gli stati e le società in modo abbastanza prevedibile. Non c’è semplicemente alcuna base fisica per credere che impatti significativi – rispetto alle variazioni naturali – possano essere indirizzati a livello di stato-nazione.

Quindi, il SAI sarebbe troppo impreciso per funzionare come un’arma utile. Prendiamo solo uno scenario: supponiamo che gli Stati Uniti vogliano attaccare il Venezuela. Il danno più prevedibile che gli Stati Uniti potrebbero infliggere usando la SAI sarebbe una riduzione delle precipitazioni causata dalla dispersione di aerosol solo nell’emisfero meridionale; così facendo si sposterebbe la zona di convergenza intertropicale (ITCZ), una fascia equatoriale di precipitazioni tropicali verso nord, portando a una diminuzione delle precipitazioni sul Sud America caraibico.

Ma poiché l’ITCZ gira intorno al globo, questa azione interromperebbe le precipitazioni (sub)tropicali in tutto il mondo. Una modifica indiscriminata del clima di questa natura non sarebbe sicuramente accolta con favore dalla Cina (il principale rivale dell’America), dall’India (il perno della strategia indo-pacifica dell’America), o dal Messico (il vicino meridionale dell’America e terzo partner commerciale).

Inoltre, l’effetto all’interno del Venezuela sarebbe lento a materializzarsi, quindi potrebbero volerci anni per poter determinare se la diminuzione delle precipitazioni sia responsabile del verificarsi di effetti come la siccità o la scarsità di cibo. E sarebbe ancora più difficile collegare questo tipo di intervento al grado di preparazione al combattimento, alle condizioni del campo di battaglia e ad altre variabili operative con chiare implicazioni per la guerra. Qualunque sia il beneficio strategico o tattico per gli Stati Uniti, sarebbe vanificato dai costi, dai rischi e dalle incertezze poste dalle interruzioni delle precipitazioni globali che colpiscono sia gli amici che i nemici. Il SAI non dispone del livello minimo di precisione – spaziale, temporale e d’impatto – previsto dal concetto di arma.

Altre due tecnologie di geoingegneria solare regolarmente discusse – lo schiarimento delle nubi marine a basso livello (MCB) che utilizza acqua di mare spray per bloccare la luce solare in entrata, e l’assottigliamento dei cirri ad alta quota (CCT) tramite inseminazione dissipativa per permettere a più calore in uscita di uscire dall’atmosfera – potrebbero essere impiegate con molta più precisione nello spazio e nel tempo, ma sarebbe ancora straordinariamente difficile usarle per produrre forti effetti locali, e tali effetti causerebbero inevitabilmente conseguenze significative a distanza.

E’ concepibile che se MCB o CCT fossero dispiegati su scala globale, allora potrebbero essere ottimizzati usando i dati meteorologici per permettere un limitato controllo del tempo. Ma questo non è provato, e anche se possibile, le conseguenze sul piano fisico potrebbero essere troppo diffuse o facilmente contrastate per avere un valore militare significativo.

Questo non vuol dire che una weaponizzazione sia del tutto impossibile. Se la geoingegneria solare fosse implementata usando parasoli in orbita bassa regolabili in tempo reale, allora alcune applicazioni militari più precise sono immaginabili. Eppure questa forma di geoingegneria solare è così lontana dalla realtà pratica da essere fantascienza. (ndr: vedi qui)

Pertanto, un’ armizzazione potrebbe essere almeno teoricamente possibile in alcuni casi eccezionali, ma in termini di rilevanza politica nel mondo reale, i tipi di geoingegneria solare che potrebbero ragionevolmente essere impiegati nella prossima metà del secolo – incluso il SAI – non sarebbero affatto armabili. Questa conclusione non dipende da alcun presupposto di buona volontà, ma segue invece direttamente dalla conoscenza dei limiti fisici delle tecnologie concrete.

Per questo motivo, importanti valutazioni della geoingegneria solare – come il recente rapporto della National Academies of Sciences – escludono completamente la questione.

Questo è incoraggiante, e tuttavia la persistenza dei suggerimenti e delle proposte che la geoingegneria solare potrebbe essere utilizzata come arma ha l’effetto generale di aiutare a spostare l’attenzione da problemi difficili e inevitabili verso preoccupazioni più fantasiose su minacce nebulose alla sicurezza nazionale e globale. Mentre le discussioni sulla geoingegneria solare cominciano a spostarsi dai forum accademici ai circoli politici, è tempo di lasciarsi alle spalle queste distrazioni e concentrarsi di più sugli aspetti di questa tecnologia altrimenti promettente che hanno effettivamente il potenziale di fare danni e destabilizzare la politica mondiale (ndr Rosalie Bertell, invece, si è concentrata su queste aree nascoste con forza e competenza.).

FONTE https://www.cfr.org/blog/can-solar-geoengineering-be-used-weapon

Nel 1962 il futuro presidente americano Lyndon B. Johnson aveva promesso:

«Dallo spazio riusciremo a controllare il clima sulla terra, a provocare alluvioni e carestie, a invertire la circolazione negli oceani e far crescere il livello dei mari, a cambiare la rotta della corrente del Golfo e rendere gelidi i climi temperati».

 

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