ARTICOLO DEL 1923 FOTO INGRANDITA QUI 
Questa tesi di laurea riassume alcuni dati tecnici e storici in ambito ‘cloud seeding’.  L’autore è ben consapevole che “OVVIAMENTE MOLTO SI FA MA POCO SI SA…” 
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Tesi di laurea di: Relatore: Alberto Gasparini Prof. Vincenzo Levizzani
Anno Accademico 2008-2009
 
ALMA MATER STUDIORUM – UNIVERSITÀ DI BOLOGNA FACOLTA’ DI SCIENZE MATEMATICHE, FISICHE E NATURALI Corso di laurea in Fisica dell’Atmosfera e Meteorologia
 
INDICE 
1. Introduzione 1 
2. Cenni di microfisica delle nubi 
2 2.1 Microstruttura delle nubi cumuliformi 
2 2.2 Nubi continentali e nubi marittime 4 
2.3 Aerosol e nuclei di condensazione atmosferici 5 
2.4 Nucleazione omogenea ed eterogenea 7 
2.5 Nubi fredde e nucleazione del ghiaccio 10 
3. Inseminazione artificiale di nubi per l’aumento della precipitazione 15 
3.1 Inseminazione glaciogena 16 3.1.1 Inseminazione glaciogena statica 17 
3.1.2 Inseminazione glaciogena dinamica 18 
3.2 Inseminazione igroscopica 21 4. Gli esperimenti israeliani 24 
4.1 Il primo esperimento israeliano: ISRAEL-1 25 4.1.1 Aspetti operativi 25 
4.1.2 Principali risultati statistici 26 4.1.3 Analisi statistiche successive e controversie 27 
4.1.4 Analisi operative successive e controversie 30 
4.1.5 Critiche riguardanti la climatologia della precipitazione in Israele 32 
4.1.6 Critiche riguardanti la microstruttura delle nubi in Israele 33 

4.2 Il secondo esperimento israeliano: ISRAEL-2 37 4.2.1 Aspetti operativi 37 

4.2.2 Principali risultati statistici 39 4.2.3 Critiche e controversie 41 
4.2.4 L‘esperimento operazionale Israel-3 e nuove analisi 41 
5. Gli esperimenti nel resto del mondo 48 5.1 Esperimenti con inseminazione glaciogena statica 49 
5.1.1 Spagna: l‘esperimento WMO PEP 49 5.1.2 Italia: l‘esperimento Puglia 49 
5.2 Esperimenti con inseminazione glaciogena dinamica 50 5.2.1 L‘esperimento dei Caraibi 50 
5.2.2 Gli esperimenti della Florida 50 5.2.3 L‘esperimento del Texas 53 5.2.4 L‘esperimento Cubano 54 
5.2.5 L‘esperimento thailandese 55 5.3 Esperimenti con inseminazione igroscopica 58 
5.3.1 L‘esperimento del Sudafrica 58 5.3.2 L‘esperimento del Messico 60 
5.3.3 L‘esperimento della Thailandia 61 
5.3.4 L‘esperimento dell‘India 62 6. 
Conclusioni, problemi aperti e prospettive operative 63 
Bibliografia 66
 

CAPITOLO 1 
INTRODUZIONE

Risolvere il problema della siccità, questo è stato sicuramente uno dei motivi per cui oltre cinquant‘anni fa si sono iniziate a studiare e sperimentare le tecniche di inseminazione artificiale delle nubi per aumentare la precipitazione. Nei paesi aridi, dove ci sono prolungate stagioni senza pioggia, e dove la mancanza d‘acqua può essere una questione di vitale importanza, una tecnica affidabile e provata per poter provocare pioggia in nubi che normalmente non avrebbero sviluppato alcuna o scarsa precipitazione, sarebbe una scoperta di fondamentale rilevanza dal punto di vista scientifico, ma, soprattutto, economico. 
Molti paesi in tutto il mondo stanno tentando di entrare in possesso di tecniche di ―weather modification‖, così vengono genericamente e comunemente indicate, le cui applicazioni possono essere le più svariate e coinvolgere fenomeni di diversa portata meteorologica. Per esempio, gli Stati Uniti, già nel 1947 con il progetto Cirrus, quando le basi scientifiche dell‘inseminazione delle nubi erano stata da poco scoperte, tentarono di alterare la potenza e la direzione di un uragano rilasciando ghiaccio secco sulle nubi; purtroppo, l‘uragano passò sulla terraferma e la popolazione diede la colpa di questo all‘inseminazione effettuata, intentando una causa contro il progetto e facendolo bloccare. Ci vollero undici anni per ricominciare le ricerche e nel 1962 partì il progetto Stormfury, sempre con l‘obbiettivo di indebolire gli uragani atlantici, questa volta tramite inseminazione di ioduro d‘argento, che durò fino al 1983 senza dare risultati di nessun genere. 
Un altro esempio molto più recente è quello della Cina, probabilmente la nazione che fa più largo uso di queste tecniche, che prima delle olimpiadi di Pechino 2008 inseminò su larga scala le nubi per liberare l‘aria dall‘inquinamento ed evitare che la pioggia disturbasse la manifestazione. Attorno a questi esperimenti ha spesso alleggiato un‘aura di mistero, come sempre succede quando si cerca di intervenire sui processi naturali, e ciò ha dato modo ad una folta schiera di persone di immaginare e mettere in giro voci di oscure cospirazioni da parte delle grandi potenze mondiali per poter utilizzare il controllo meteorologico o, peggio, climatico come un‘arma tout court.
 

Ovviamente molto si fa ma poco si sa, (ndr grassetto aggiunto) e il più delle volte, queste tecniche sono usate per scopi molto più utili e pacifici, come la diminuzione delle dimensioni della grandine e dell‘intensità delle grandinate, ma soprattutto, per l‘aumento della precipitazione. Lo scopo principale dell‘inseminazione artificiale delle nubi, oggetto e tema di questa tesi, rimane infatti proprio quello di aumentare o, perlomeno, favorire la formazione della precipitazione in nube. 

Il materiale di studio esaminato ed esposto in maniera ragionata nel seguito proviene da articoli scientifici relativi ad esperimenti svolti dagli anni sessanta ad oggi in tutte le parti del mondo, con una particolare attenzione rivolta alle sperimentazioni israeliane, considerate per anni le più affidabili e meglio scientificamente basate. 
Nel secondo capitolo verranno richiamati alcuni concetti di microfisica delle nubi riguardanti la loro microstruttura e la formazione delle goccioline d‘acqua e dei cristalli di ghiaccio che stanno alla base delle tecniche di inseminazione artificiale delle nubi. Nel terzo capitolo saranno analizzati ed esposti i due principali modi di inseminazione: quella glaciogena e quella igroscopica. 
Il quarto capitolo è dedicato agli esperimenti di inseminazione avvenuti in Israele e al vasto ed aspro dibattito scientifico che hanno innescato e che ancora oggi continua. 
Infine, nel quinto capitolo, verrà dato uno sguardo ai maggiori esperimenti eseguiti nel resto del mondo cercando di valutare i principali successi ottenuti, i fallimenti e le valutazioni critiche fatte anche a distanza di anni. Infine, nelle conclusioni, verrà tentata una breve sintesi e tracciato un bilancio dello stato di avanzamento della ricerca e della sperimentazione in questo campo.
 
 
CAPITOLO 2 
 
CENNI DI MICROFISICA DELLE NUBI

L‘inseminazione delle nubi è una tecnica che coinvolge un sistema nuvoloso a varie scale spazio-temporali: dalla microstruttura delle nubi alla dinamica dei grandi sistemi temporaleschi. In questo capitolo saranno esposte alcune basilari caratteristiche microstrutturali delle nubi cumuliformi convettive, i principali ―bersagli‖ dell‘inseminazione, ed alcune nozioni base per poter comprendere il processo di formazione delle goccioline in nube e dei cristalli di ghiaccio, processi fondamentali alla base delle tecniche di inseminazione glaciogena ed igroscopica (Levizzani 2010; Giuliacci et al. 2005).
 
2.1 Microstruttura delle nubi cumuliformi 
 

Le nubi a cui è applicata la tecnica dell‘inseminazione sono principalmente cumuli, nubi originate da convezione in aria instabile le cui dimensioni orizzontali e verticali sono comparabili e in cui l‘estensione verticale è controllata dalla profondità dello strato instabile e dal suo grado di instabilità. Se le correnti convettive sono abbastanza veloci, allora si può formare un temporale convettivo, formato da più ―celle‖, ognuna con un suo caratteristico ciclo vitale. All‘interno di un temporale normalmente si trovano celle a diversi stadi di sviluppo ed i valori misurati della velocità dell‘updraft, della temperatura e del contenuto di acqua liquida variano anche sulla distanza di alcuni metri. La microstruttura delle nubi è controllata da fattori come: la temperatura alla base della nube, il tipo e la concentrazione dei nuclei di condensazione e ghiacciamento, la stratificazione di temperatura ed umidità e l‘ammontare della forzatura (forcing) dinamica causata dalla variazione (shear) verticale del vento e dalla convergenza a grande scala. Le tecniche più affidabili per la misurazione di questi parametri rimangono quelle eseguite direttamente nella nube tramite aerei che effettuano penetrazioni nella nube a diverse altezze. In un esperimento eseguito negli anni settanta in un cumulo nel Montana si sono misurate le principali caratteristiche della nube tramite penetrazioni trasversali e si è visto che:

– solitamente un alto contenuto di acqua liquida è associato ad updrafts vigorosi e solitamente cresce al crescere dell‘altezza; 
– i downdrafts esistono su distanze significative all‘interno della traiettoria dell‘aereo e sono particolarmente pronunciati vicino al bordo della nube; 
– la turbolenza, normalmente rappresentata come il flusso di energia da eddies a grande scala fino a eddies a piccola scala, si intensifica con il crescere dell‘altitudine;

– lo spettro delle goccioline si sposta verso dimensioni più elevate al crescere dell‘altezza dalla base della nube suggerendo che le goccioline in salita possono essere entrate in collisione ed essersi unite (coalescenza) per formare gocce più grandi.

Nelle nubi cumuliformi in formazione solitamente le temperature e i contenuti d‘acqua sono più bassi dei loro livelli adiabatici; questo si pensa avvenga a causa di qualche tipo di mescolamento e diluizione che ha luogo al loro interno. La spiegazione considerata più attendibile è che l‘aria, trascinata all‘interno attraverso i fianchi esterni della nube, si mescoli vicino alla sua sommità e, raffreddandosi, riscende sotto forma di downdraft penetranti che provocano questa diluizione.

 
2.2 Nubi continentali e nubi marittime
Gli spettri dimensionali delle goccioline di nube sono caratterizzati da una funzione, la distribuzione dimensionale, n(r), definita in modo tale che n(r)dr è il numero di goccioline per unità di volume nell‘intervallo di raggi (r, r+dr). Solitamente questa funzione n(r) cresce rapidamente da valori minimi a valori massimi calando con le dimensioni crescenti delle goccioline, creando quindi una distribuzione asimmetrica con una coda lunga verso le dimensioni maggiori. 
Si è visto che gli spettri dimensionali delle nubi cumuliformi continentali sono molto differenti da quelli di nubi marittime: come si vede dalla Fig.2.1, i primi di solito presentano una grande concentrazione di piccole goccioline ed uno spettro molto stretto, mentre i secondi hanno una concentrazione relativamente piccola di grandi gocce ed uno spettro più largo. 
In questi due tipi di nubi, però, il contenuto di acqua liquida risulta essere molto simile; la differenza negli spettri dimensionali quindi può essere spiegata sulla base dei diversi tipi di masse d‘aria in cui le goccioline si formano, e che sono caratterizzati da diverse concentrazioni e tipi di nuclei di condensazione. Solitamente l‘aria sopra i continenti ha una quantità molto più elevata di nuclei di condensazione rispetto a quella sopra gli oceani; su tali nuclei ―continentali‖ si possono formare le goccioline che di conseguenza sono più piccole a parità di contenuto totale d‘acqua della nube.
Immagine vedi pagina 8
Si è visto anche che le nubi continentali devono essere molto più estese verticalmente di quelle marittime per avere la stessa probabilità di produrre precipitazione: poiché nelle nubi marittime le goccioline sono relativamente poche e grandi, esse possono più facilmente collidere tra loro e subire la coalescenza rispetto alle goccioline piccole presenti in quelle continentali
 
2.3 Aerosol e nuclei di condensazione atmosferici
 

Come si è visto la principale differenza fra nubi continentali e marittime sta nella diversa composizione aerosolica delle masse d‘aria sopra gli oceani e sopra i continenti. Il particolato atmosferico (aerosol) è l‘insieme delle particelle solide (polveri) o in fase mista che si trovano in sospensione nella bassa atmosfera; sono costituiti prevalentemente da particelle di sale marino, polveri (soprattutto silicati), solfati, nitrati, sostanze organiche e fumi. Le particelle che si formano per condensazione sono solitamente sferiche, le altre possono essere cristalli, fibre, agglomerati o frammenti irregolari. Per praticità sono descritte in termini di diametro sferico equivalente D, definito come il diametro di una sfera avente lo stesso volume della particella di aerosol. In base alle loro dimensioni, gli aerosol vengono classificati in tre gruppi:  nuclei di Aitken: 10-3 µm < D < 0.2 µm c (concentrazione) = 104 cm -3  nuclei grandi: 0.2 µm < D < 2 µm c = 10 cm-3  nuclei giganti: D > 2 µm c = 1 cm-3 Le concentrazioni di aerosol sono altamente variabili nel tempo e nello spazio e sono più alte vicino al suolo e nelle vicinanze delle sorgenti, come città, siti industriali, incendi o vulcani attivi. In Figura 2.2 è mostrata la distribuzione dimensionale delle particelle di aerosol a seconda del tipo e della loro provenienza.

Immagine pagina 9 e approfondimento pagine che seguono  http://www.isac.cnr.it/sites/default/files/thesis/Gasparini_2010.pdf
 

 

CAPITOLO 3 I
 

INSEMINAZIONE ARTIFICIALE DI NUBI PER L’AUMENTO DELLA PRECIPITAZIONE

  

L‘inseminazione artificiale di nubi convettive è una tecnica sviluppata attorno agli anni 50 che prevede la dispersione nelle nubi di varie sostanze chimiche in modo da alterare i processi microfisici all‘interno delle nubi stesse e, in questo modo, influenzare il tipo e la quantità di precipitazione.

Le sostanze possono essere disperse direttamente nella nube attraverso degli aerei (Fig. 3.1) equipaggiati con dei ―flares‖, sorta di razzi solitamente contenenti un‘alta concentrazione di ioduro d‘argento, che bruciando, polverizzano il materiale in maniera costante durante il volo, oppure da terra (Fig. 3.2), sparando il materiale con cannoni antiaerei o attraverso generatori che disperdono la sostanza, sospinta poi verso l’alto dalle correnti d’aria ascendenti. L‘inseminazione delle nubi si divide principalmente in due tipi: l‘inseminazione glaciocena e l‘inseminazione igroscopica che possono essere a loro volta di tipo statico o di tipo dinamico. Diversi lavori di review sull‘argomento sono stati pubblicati. Tra gli altri, è opportuno segnalare quelli di Cotton (1982) sulle nubi calde, e quelli dello stesso Cotton (1997) e di Garstang et al. (2005) sul problema generale.
 
3.1 Inseminazione glaciogena
 
L‘inseminazione glaciogena prevede l‘iniezione di materiale in grado di indurre la formazione di ghiaccio in nubi sovraraffreddate per stimolare la produzione di precipitazione per crescita di cristalli di ghiaccio. La tecnica fu sviluppata nel 1946 da Irving Langmuir e Vincent Schaefer (si veda Langmuir 1962), chimici e meteorologi americani che, cercando di creare nubi sovraraffreddate, usarono ghiaccio secco per abbassare la temperatura dell‘aria, troppo alta perché potesse produrre una nube, e videro che le particelle di ghiaccio secco, agendo da nuclei di ghiacciamento, condensano il vapore acqueo presente e creano milioni di micro-cristalli di ghiaccio. 
Successivamente Bernard Vonnegut (1971), trovò che lo ioduro d‘argento (AgI) , una sostanza con una struttura cristallina simile a quella del ghiaccio, aveva lo stesso potere. Iniziarono così alcuni esperimenti per tentare di alterare la struttura delle nubi tramite queste due sostanze che, ancora oggi, sono le più usate negli esperimenti di inseminazione artificiale di nubi. L‘inseminazione glaciogena di nubi convettive per l‘aumento della precipitazione si basa su due concetti: il primo, chiamato comunemente ―inseminazione statica‖, si basa sulla supposizione che l‘efficienza nella produzione di precipitazione da parte di alcune nubi, dove la pioggia si forma in maniera naturale da cristalli di ghiaccio, è fortemente limitata dalla scarsità di nuclei di ghiacciamento naturali e quindi può essere aumentata tramite l‘inserimento di nuclei di ghiacciamento artificiali. 
Il secondo concetto, chiamato ―inseminazione dinamica‖, prevede che la conversione delle goccioline d‘acqua sovraraffreddate in particelle di ghiaccio indotta da parte dei nuclei artificiali, porti ad un aumento della precipitazione e all‘intensificazione dei downdraft nelle celle inseminate, permettendo così alla nube di crescere in dimensioni, utilizzare più vapore acqueo, e quindi produrre più precipitazione di quella che avrebbe prodotto in maniera naturale.
 
3.1.1 Inseminazione glaciogena statica
 
L‘obbiettivo principale del ―modo statico‖ di inseminazione delle nubi è quello di aumentare l‘efficienza di produzione di precipitazione introducendo in nubi sovraraffreddate una quantità di materiale in modo da ottenere una concentrazione ottimale di cristalli di ghiaccio. Inizialmente si pensava che queste nubi fossero caratterizzate da una scarsa concentrazione di nuclei di ghiacciamento e che quindi l‘iniezione in esse di una modesta quantità di nuclei artificiali da terra o alla base della nube avrebbe portato ad un sistema nuvoloso in grado di produrre maggiore precipitazione. In realtà, Cotton e Pielke (1995) scoprirono dall‘analisi degli esperimenti di inseminazione statica degli ultimi 50 anni che non tutte le nubi sono adatte all‘inseminazione statica ed esistono alcune condizioni perché si possa avere un aumento della precipitazione … leggi pagina 20
 

3.1.2 Inseminazione glaciogena dinamica

 
 

CAPITOLO 4 GLI ESPERIMENTI ISRAELIANI

Fin dagli anni 60 le scoperte ed i risultati di due esperimenti israeliani di inseminazione glaciogena statica sono stati visti come le principali dimostrazioni (se non le uniche) che l‘inseminazione artificiale di nubi poteva aumentare in modo significativo la precipitazione al suolo, sotto determinate condizioni. Le due ragioni per cui questi esperimenti avevano assunto questa posizione di fondamentale rilevanza nell‘applicazione di questa tecnica erano:

1) sembravano verificare la plausibile ipotesi d‘inseminazione statica, che presupponeva che l‘aumento di particelle di ghiaccio in nubi (che ne erano naturalmente carenti) tramite inseminazione artificiale glaciogena poteva aumentare la precipitazione; 

2) sembravano essere supportati da una forte evidenza statistica. Il primo di questi due esperimenti, Israel-1, fu eseguito fra il 1961 e il 1967; il secondo, Israel-2, fra il 1969 e 1975 e fu considerato come un esperimento di conferma di Israel-1. I controversi risultati di questi due esperimenti hanno innescato un‘intensa discussione, che continua ancora ai giorni nostri, fra i loro fautori, K. R. Gabriel e D. Rosenfeld (Israel-1) e A. Gagin e J. Neumann (Israel-2), e vari scienziati che ne criticavano o difendevano le principali tesi. Un articolo in particolare di Rangno e Hobbs (1995; da ora RH95) ha screditato i principali risultati positivi degli esperimenti Israel-1 e 2 proponendo una nuova analisi fisica e statistica dei dati ottenuti. 
In questo capitolo saranno presentati i due esperimenti, prima analizzandone gli aspetti operativi ed i principali successi statistici, in seguito esponendo le principali critiche e le diverse posizioni che si sono create in questi anni.
 
4.1 Il primo esperimento israeliano: ISRAEL-1 e 

4.2 Il secondo esperimento israeliano: ISRAEL-2

4.2.4 L’esperimento operativo Israel-3 e nuove analisi

 
 

CAPITOLO 5  

GLI ESPERIMENTI NEL RESTO DEL MONDO

In questo capitolo verranno presi in rassegna i principali esperimenti svolti al di fuori dello stato israeliano. Data la loro grande quantità, verranno esaminati soltanto quelli concepiti per dare un‘evidenza statistica e fisica dell‘efficacia dei metodi di inseminazione secondo i criteri dettati dall‘AMS riportati nel terzo capitolo. Verranno considerati i risultati degli esperimenti statistici randomizzati condotti e analizzati in accordo con il loro design a priori come i più sicuri per la valutazione dell‘effetto dell‘inseminazione. Per testare la validità dei vari esperimenti verrà usato il metodo adottato da Silverman (2001, 2003). Quando in un design a priori viene specificata più di un‘ipotesi da testare o analizzare, allora il livello statistico di significatività (solitamente 0.05) verrà adattato per tener conto della molteplicità delle analisi. Verrà usato il metodo Bonferroni, che prevede di dividere egualmente il livello statistico di significatività fra tutte le analisi/ipotesi indicate. Il fallimento nel rigetto dell‘ipotesi nulla non starà ad indicare che l‘inseminazione non ha avuto effetto, semplicemente vorrà dire che le prove portate sono insufficienti per stabilire se l‘inseminazione ha agito come era stato ipotizzato. Il livello di significatività P (o valore P) convenzionalmente accettato per considerare un risultato sperimentale incoraggiante o promettente dovrebbe essere più piccolo di 0.5, valore solitamente associato come limite per il rigetto dell‘ipotesi nulla in un esperimento a priori. Data anche la grande quantità di materiale disponibile per ogni esperimento verrà riportato soltanto il metodo operativo, i principali risultati e le principali critiche. Per comodità e per poter valutare in modo migliore i risultati gli esperimenti verranno divisi in esperimenti di inseminazione glaciogena (statica e dinamica) e igroscopica

 
Da pagina 48
 

5.1.1 Spagna: l’esperimento WMO PEP

5.1.2 Italia: l’esperimento Puglia

5.2.1 L’esperimento dei Caraibi

5.2.2 Gli esperimenti della Florida 
5.2.3 L’esperimento del Texas 

5.2.4 L’esperimento Cubano

5.2.5 L’esperimento thailandese
5.3.1 L’esperimento del Sudafrica
5.3.4 L’esperimento dell’India
 

CAPITOLO 6 CONCLUSIONI, PROBLEMI APERTI E PROSPETTIVE OPERATIVE

Dall‘analisi dei numerosi esperimenti che si sono svolti negli ultimi cinquant‘anni e dei loro risultati si è visto che non si è ancora riusciti ad ottenere l‘evidenza statistica e fisica necessaria per stabilire la loro validità scientifica. Comunque sono stati fatti notevoli passi avanti nella comprensione delle varie tecniche e dei processi microfisici che stanno alla base dell‘inseminazione artificiale delle nubi per l‘aumento della precipitazione. Gli esperimenti israeliani, a lungo visti come la conferma della validità della tecnica d‘inseminazione statica, sono stati ―messi sotto torchio‖ e analizzati in profondità per confermare o no la legittimità della loro ‖fama‖. Interpretando rigorosamente i risultati dei due esperimenti si deve concludere che l‘inseminazione non ha accumulato la necessaria evidenza statistica per affermare che la stessa ha avuto qualche effetto sia nel nord che nel centro (o sud). 

I risultati apparentemente positivi dell‘esperimento esplorativo Israel-1 non sono in ogni caso stati replicati da quelli di Israel-2, che avrebbe dovuto confermare e quindi dare una piena validità al primo esperimento. L‘affidabilità dei risultati dipende dalla plausibilità fisica del modello concettuale di inseminazione che deve anticipare i risultati positivi di un aumento della precipitazione; l‘applicabilità del modello concettuale d‘inseminazione statica alle nubi israeliane è stata seriamente messa in dubbio dalle varie scoperte fatte sul tipo di nubi presenti e sulla situazione sinottica presente al momento dell‘esperimento. Anche i numerosi esperimenti d‘inseminazione dinamica eseguiti nel resto del mondo hanno fallito nel dare solide e conclusive prove statistiche e fisiche. Nessuno degli esperimenti è riuscito ad avere un incremento della precipitazione statisticamente significativo in accordo con il loro design a priori. Le prove fisiche ottenute constano di poche misure, insufficienti, ottenute in situazioni di estrema variabilità di condizioni da nube a nube e, molte di queste misurazioni, sono state effettuate in nubi che non erano state selezionate per il trattamento durante gli esperimenti.
 
Le ricerche e gli esperimenti d‘inseminazione statica e dinamica hanno sicuramente fornito alcune importanti intuizioni sullo sviluppo della precipitazione ―fredda‖ e sul possibile effetto dell‘inseminazione glaciogena su di essa. Alcune analisi eseguite dopo gli esperimenti suggeriscono effetti positivi dell‘inseminazione glaciogena sotto ristrette e particolari condizioni meteorologiche che però non sono mai state confermate con successive sperimentazioni. 
Negli esperimenti di inseminazione igroscopica invece ci sono maggiori e più evidenti risultati positivi, come nel caso dell‘esperimento sudafricano e della sua seguente replica in Messico, che fanno di questa tecnica una buona prospettiva su cui investire e continuare la ricerca. Silverman (2003) fa notare che i risultati dell‘esperimento messicano sarebbero stati statisticamente significativi se nel suo design fossero state specificate le stesse ipotesi statistiche dell‘esperimento sudafricano. Tutti e quattro gli esperimenti d‘inseminazione igroscopica analizzati hanno dato prove attraverso osservazioni fisiche e/o calcoli con modelli numerici di nubi che questa può accelerare il processo di condensazione-coalescenza e promuovere un anticipato sviluppo di gocce di dimensioni precipitanti. Nessuna osservazione fisica però è stata fatta in concomitanza del trattamento e nessun esperimento è riuscito a fornire prove fisiche che colleghino l‘intervento di inseminazione agli aumenti di precipitazione osservati. 
Rispetto alla tecnica glaciogena si è visto, anche tramite modelli numerici (Reisen et al. 1996), che l‘inseminazione igroscopica può essere molto più produttiva nell‘aumento della precipitazione in nubi convettive e può essere anche più facilmente applicabile poiché la finestra temporale in cui operare è più grande. I prossimi esperimenti dovrebbero essere preceduti da misurazioni fisiche preposte allo sviluppo d‘ipotesi fisiche rilevanti e dimostrabili per le nubi nell‘area sperimentale selezionata. Lo sviluppo e la valutazione di queste ipotesi dovrebbero essere fortemente supportati dall‘uso di modelli numerici in grado di coprire tutte le scale di interazione previste, cosa che ha avuto un ruolo secondario in tutti gli esperimenti passati. Le ipotesi fisiche dovrebbero essere la base per formulare ben definite ipotesi statistiche e un successivo efficiente progetto sperimentale in grado di testarle. Se i test statistici sono affidabili, bisognerebbe poi eseguire altre misure fisiche per provare la plausibilità fisica dei risultati statistici, richiesta necessaria a verificare la relazione causa-effetto fra l‘inseminazione e i risultati ottenuti, a tutte le grandezze di scala.  
 

Nel 2003 il National Research Council americano pubblicò un resoconto intitolato “Critical Issues in Weather Modification Research” dove elencava una serie di problemi che dovevano ancora essere approfonditi nella tecnica di inseminazione di nubi glaciogena:

 la trasferibilità dei risultati da semplici sistemi nuvolosi a più larghi e complessi sistemi temporaleschi che contribuiscono alla precipitazione in larghe aree; 
– il collegamento fra la formazione del ghiaccio in forti updraft in regioni con acqua liquida altamente sovraraffreddata e lo sviluppo di grandi graupel che possono rimuovere l‘acqua liquida; 
– il collegamento fra le recenti osservazioni di alte concentrazioni di particelle di ghiaccio, di cristalli di ghiaccio addizionali prodotti dall‘inseminazione, e della loro crescita iniziale e l‘aumento di precipitazione a terra; 
– l‘interazione fra la dinamica e la microfisica delle nubi e come possono cambiare con l‘inseminazione; 
– i limiti di misura dei radar convenzionali. Secondo il punto di vista che è lecito sviluppare a seguito del presente lavoro di tesi, la continua analisi di vecchi esperimenti non potrà certo dare una risposta a queste questioni irrisolte, ma sicuramente aiuterà a comprendere più a fondo la dinamica e la microfisica delle nubi. Dagli errori fatti in passato, si comprenderà come impostare i nuovi esperimenti. Per avere una prova fisica e statistica definitiva che l‘inseminazione delle nubi può aumentare la precipitazione, bisognerà quindi eseguire dei nuovi esperimenti, realizzati secondo le indicazioni e le metodologie approvate da tutta la comunità scientifica.
BIBLIOGRAFIA
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