I sonar utilizzati nelle operazioni militari come ricognitori, provocano gravi lesioni negli organi vitali dei cetacei e disorientamento.

Per questo sono accusati di causare i sempre più frequenti spiaggiamenti di massa. Un certo tipo di suono è un’ arma? I nuovi strumenti/armi di controllo/sorveglianza e attacco/difesa hanno conseguenze molto vaste. Questo articolo parla del canto armonizzante delle balene e quello stonato e devastante dei radar.

IL CANTO DELLE BALENE

Il NRDC sostiene che il sonar ad alta frequenza militare dei sottomarini USA è illegale, dato che causa stragi di balene anche in aree marine protette. Eppure l’US Navy sostiene che quelle esercitazioni sono vitali. Forse perché sonar e radar, potenzialmente possano essere utilizzati come arma: alcuni scienziati hanno scoperto che l’energia sparata dai radar, opportunamente modificata, può essere sfruttata come apparato antimissile o antiaereo e montata su navi, aerei o basi a terra.

Il Radar sta emergendo come una delle armi chiave – ammantata di segretezza – nella ricerca continua di armamenti non esplosivi del Pentagono.”

Di Pablo Ayo

Una goccia cade in uno specchio d’acqua, formando attorno al punto d’impatto una serie di cerchi concentrici. Questa è la principale qualità dell’acqua, che per la sua struttura fluida, riesce a trasmettere in maniera corretta e precisa una vibrazione anche a grandi distanze. È in questa maniera, tramite la trasmettibilità delle vibrazioni nell’acqua, che comunicano le balene, i delfini, e i grandi mammiferi marini in generale. Una vibrazione che è non solo comunicazione, scoperta, conoscenza dei luoghi – dato che viene usato dai mammiferi marini come una sorta di sonar naturale – ma anche, al contempo, un modo per essi di esistere, di definirsi e di ritrovarsi. Non a caso, molte religioni e mitologie nel mondo riconoscono al canto delle balene una connotazione sacrale, qualcosa di antico e nuovo al contempo, un rimedio naturale contro i mali del mondo.

Le leggende mitologiche aborigene australiane narrano che nel Tempo del Sogno la terra era popolata solo da gente con grandi poteri magici, che poteva trasformarsi in tutto ciò che desiderava. Qualunque forma assumessero la loro consapevolezza rimaneva la medesima. Alcuni di questi Antenati, per vari motivi, scelsero una forma diversa da quella umana, di pianta, di animale, o altro, e la mantennero, generando in seguito la vita animale e vegetale che conosciamo. I poteri magici e di trasformazione dalla gente del Tempo del Sogno vennero poi perduti, soltanto la gente saggia ne rimase custode, gli sciamani. Però le origini di tutto ciò che esiste sono comunque canto e sogno, mentre la consapevolezza di tutti gli esseri è sempre la medesima, anche se viene espressa conformemente alle capacità di ciascuno.

Per quanto riguarda il mondo scientifico, il canto delle balene è oggetto di studi da lungo tempo. Nel Gennaio del 2006 oltre 60 scienziati di 12 nazioni, Giappone compreso, hanno preso parte al viaggio di ricerca guidato dall’Australia, a bordo della nave della divisione antartica australiana, Aurora Australis, che ha preso il largo da Fremantle e ha trascorso circa tre mesi conducendo rilevazioni su un’area di oltre un milione di kmq dell’Oceano Meridionale. I dati raccolti, con strumenti di risonanza acustica, saranno usati per determinare se la popolazione di minke è effettivamente in diminuzione, o se dei numeri sostanziali si nascondono sotto il ghiaccio. Oltre alla conta delle balenottere minke, gli scienziati per la prima volta hanno registrato i loro canti, che a differenza di altre specie sono ancora sconosciuti, calando in acqua boe soniche a intervalli di poche ore. Hanno inoltre misurato i cambiamenti nella salinità marina, nella temperatura e nella profondità, come indici di mutamento climatico, oltre a determinare lo stato di salute delle popolazioni di krill, i minuscoli molluschi di cui i grandi cetacei si nutrono.

TRAILER DEL FILM  di Jeff Phillips and Liesbet Verstraeten

Dagli studi degli scienziati, sono emersi alcuni dati curiosi. Ad esempio, le balene gibbute che vivono al largo della grande barriera corallina della costa orientale dell’Australia, hanno modificato il verso che emettono per attirare l’attenzione delle femmine, durante la stagione degli amori. Il curioso fenomeno è stato osservato da una équipe di scienziati del Mammal Research Centre, dell’Università di Sidney, i quali dal 1995 al 1998 hanno analizzato 1.057 ore di registrazioni di questo richiamo. La ragione del cambiamento, ha detto Michael Noad, coautore di un rapporto pubblicato su Nature, pare dipenda da una sorta di assorbimento culturale da parte di questi cetacei, dovuto all’influenza esercitata da un piccolo gruppo di loro “cugini” in migrazione, provenienti dall’Oceano Indiano. «È stata una rivoluzione culturale più che un’evoluzione», ha detto Noad e ha aggiunto che questo cambiamento rivoluzionario, rappresenta un evento senza precedenti nella storia della cultura vocale degli animali. I maschi della balena emettono il loro verso attraverso la laringe e possono diffonderlo per un raggio di trenta chilometri. Come avviene per gli esseri umani, anche questa “serenata” contiene diversi motivi, e ha una durata media compresa fra i sette e i quindici minuti. Nel 1996 il gruppo di scienziati australiani scoprì che due delle 82 balene registrate come campione della popolazione che vive nei mari della East Coast australiana stavano emettendo questo nuovo richiamo, del tutto simile a quello tipicamente prodotto dai loro affini in transito dall’Oceano Indiano. Un anno dopo, più di 112 individui utilizzavano sia il vecchio che il nuovo richiamo, e alla fine del 1997, in occasione del ritorno alla costa orientale – che la popolazione compie attraversando l’Antartico – tutti i maschi emettevano il nuovo “canto”. Noad ha detto che già alla fine del 1997 il vecchio richiamo era virtualmente estinto e che nel 1998 non c’era altro che il nuovo motivo. Secondo lo studioso a rendere popolare quest’ultima “serenata” sarebbe stata la novità. Le femmine, infatti, ascoltano durante la stagione degli amori, sempre lo stesso richiamo, che viene ripetuto praticamente senza variazioni dal coro dei maschi. Tale fenomeno potrebbe in qualche modo aver portato queste ultime a perdere interesse nei loro compagni. Il nuovo canto avrebbe quindi funzionato come mezzo, per quei pochi soggetti che l’hanno inizialmente adottato, per emergere dal gruppo, attirando su di sé l’attenzione del sesso opposto.

Di recente, il governo delle isole Fiji ha istituito un santuario per la balene nelle acque marine sotto sua giurisdizione ( la cosiddetta Zona Economica Esclusiva, ZEE, che comprende le acque entro le 200 miglia nautiche dalla terra ferma ). Il santuario copre 1.26 milioni di km2 di mare che le megattere usano per l’accoppiamento e la riproduzione. La decisione è stata plaudita dagli ambientalisti e da tutti i governi dell’Oceano Pacifico. Le Fiji si uniscono ai numerosi paesi del Pacifico che stanno proteggendo le balene nella regione. Australia, Isole Cook, Polinesia Francese, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Tonga, Vanuatu e Samoa hanno tutti riconosciuto la necessità di proteggere queste specie minacciate e hanno istituito santuari nelle loro ZEE o adottato legislazioni nazionali per proteggere i mammiferi marini nelle loro acque.

Giochi di guerra subaquei

Non sempre però la vita è cosi serena per delfini e balene. Già nel 1959, la Marina degli Stati Uniti iniziò il suo Marine Mammal Program, atto a studiare i delfini per implementare la funzionalità siluri e navi. Poi, nel 1962, la US Navy decise di addestrare i delfini per assistere I sommozzatori, e durante la guerra del Vietnam, un gruppo stabile di oltre 100 delfini venne esercitato per collaborare con militari, scovare mine e avvisare dell’arrivo di incursori subaquei. Gli esperti della US Navy sostengono con forza che i delfini ‘soldato’, come venivano chiamati, non hanno mai corso rischi e che avevano il compito di localizzare le mine, non di toccarle né di farle esplodere. Altresì negano le voci riguardanti l’addestramento dei delfini a scopi di aggressione contro esseri umani. L’addestramento dei delfini militari, che sono ancora oggi in uso, è ristretto al rinvenimento di oggetti subacquei e all’allarme in caso venga avvistato in una zona militare un sommozzatore non autorizzato. Attualmente, diversi delfini sono ancora addestrati, e pronti ad essere ‘sganciati’ via elicottero in zone da proteggere.

Il peggio però è quanto produce sull’ambiente l’utilizzo di sonar ad alta frequenza, utilizzati spesso dalla Marina di diversi paesi, specialmente quella USA. Lo stesso Washington Post negli anni passati ha più volte stigmatizzato i nocivi effetti dell’uso massivo di queste tecnologie. “Nuovi sonar sperimentali dell’U.S. Navy’s sospettati di aver causato un eccidio di balene”, titolava il quotidiano di Washington nel 2005. Il San Francisco Chronicle, nel 2004 riportava che dagli anni ’60, oltre una quindicina di volte le balene si erano arenate sulle spiagge statunitensi in seguito ad esercitazioni militari con sonar attivi a lungo raggio a frequenze medie. In quell’occasione, il sottotenente comandante Greg Geisen, portavoce della marina militare, affermò che le navi erano troppo lontane dalle balene per causare loro danni. Ma non è dello stesso avviso Cara Horowitz, avvocato del Natural Resources Defense Council, che ha chiamato in causa la US Navy su questo problema dei sonar. “La Marina USA farebbe bene a spendere il proprio tempo a stilare dei protocolli per proteggere le balene dai sonar, piuttosto che a negare una connessione tra le loro esercitazioni e gli spiaggiamenti dei mammiferi, che si ripete puntualmente ogni volta.”

L’incidente capitato alle Hawaii era già il terzo incidente significativo causato dai sonar con conseguente spiaggiamento di balene dei territori USA dal 2000. Lo spiaggiamento di 17 balene nelle Bahamas nel 2000, avvenne sempre durante una esercitazione militare. Un altro incidente capitò nello stato di Washington, dove diverse balene finirono inaspettatamente sulle spiagge dopo una esercitazione sonar della marina militare, la quale continua a negare ogni addebito, anche se il NOAA continua ad indagare sull’incidente.

Il NOAA, (National Oceanic and Atmospheric Administration) difatti ha concesso alla US Navy il permesso di usare i mid-frequency active sonar. In una recente dichiarazione alla stampa, il NOAA ha concluso le indagini asserendo che le esercitazioni sonar non hanno causato evidenti danni ambientali, e che non sembra che i sonar possano essere dannosi per le specie marine. Anche in questo caso, appare chiaro che l’operato del NOAA è tutt’altro che ‘super partes’, e che negli USA come in qualsiasi altro paese civilizzato, quando una struttura diventa statale, è automaticamente controllata dal governo e dalle influenze politiche che in esso si agitano. Ma il NRDC sostiene tutt’ora che il sonar è illegale. “é assurdo designare un’area come Monumento Marino Nazionale una settimana, e la settimana seguente autorizzare l’US Navy a utilizzare sonar ad alta frequenza nella zona,” sostiene Joel Reynolds, legale alla NRDC e direttore del Marine Mammal Protection Project. “é assolutamente possibile per la marina militare eseguire esercitazioni senza danneggiare gli animali marini, ed è quello che richiedono le leggi federali.” Da parte sua, il portavoce della marina USA Lt. Ryan Perry afferma recisamente che queste esercitazioni sono critiche, addirittura vitali anzi per la sicurezza nazionale. Ma perché? Davvero degli strumenti necessari solo al rilevamento di altri oggetti nelle acque hanno una importanza così vitale? Se la tecnologia sonar è la stessa da 50 anni, perché tanti addestramenti e segretezza? Esistono delle voci riguardo a delle modifiche apportate a radar e sonar. Basilarmente, il radar funziona in maniera non troppo dissimile da un sonar, anche se il segnale sonoro in questo caso si propaga in aria anziché in acqua. I radar trasmettono onde radio dotate di forte intensità, mentre un ricevitore molto sensibile riceve ed interpreta ogni eco. Analizzando il segnale riflesso, l’oggetto che ha provocato la riflessione può essere localizzato e, a volte, identificato. Nonostante la quantità di segnale riflesso sia molto piccola, i segnali radio possono facilmente essere rilevati ed amplificati.

Riguardo i radar, appunto si dice da tempo che potenzialmente possano essere utilizzati come arma. Sembra che la scoperta di questa qualità dei radar sia stata casuale, e a detta di alcuni insider – come il colonnello Philip Corso, che lavorò nel Pentagono negli anni ’60 – la scoperta delle loro potenzialità come arma avvenne principalmente proprio a Roswell nel 1947. Difatti, quello che pochi sanno è che a causare la caduta del famoso oggetto non identificato nella cittadina del New Mexico fu proprio l’utilizzo di radar di nuova concezione. Nel 1947 furono installati potenti radar ai quattro angoli del perimetro atomico che comprendeva i Laboratori Nazionali di Los Alamos, il poligono di Alamogordo, la base aerea di Roswell ed il Centro Sperimentale dei Razzi di White Sands. Quando a luglio un disco volante entrò nella zona, scattò l’allarme e anche gli altri radar furono puntati sull’oggetto. A quanto sembra, la concentrazione di microonde trasmesse dai radar portò ad un sovraccarico del generatore di onde antigravitazionali, che si trovò impossibilitato a mantenere in volo il velivolo., il quale si schiantò a terra, per essere poi recuperato dai servizi segreti militari. A detta di corso, da quell’episodio gli USA si resero conto dell’incredibile potenzialità dei radar come arma distruttiva

Che questa voce sia vera o meno, è comunque ormai assodato che gli apparati di difesa statunitense abbiano condotto ricerche in questo senso. È del settembre 2005 l’articolo della “Aviation Week & Space Technology”, intitolato “Radar Becomes A Weapon” (I radar diventano un’arma), a firma di David A. Fulghum e Douglas Barrie. Nell’articolo in questione, si spiega come gli scienziati usa abbiano scoperto che l’energia sparata dai radar, opportunamente modificata, può essere sfruttata come apparato antimissile o antiaereo e montata su navi, aerei o basi a terra. “Il Radar sta emergendo come una delle armi chiave – ammantata di segretezza – nella ricerca continua di armamenti non esplosivi del Pentagono.” “Già da tempo si sapeva che i radar possono produrre violenti effetti sui sistemi elettronici”, dicono gli autori dell’articolo, “Oltre 20 anni fa, i radar montati sui bombardieri erano capaci di generare cosi tante onde radio da bruciare le valvole di amplificazione nei caccia che stavano monitorando. L’intenzione degli Stati Uniti attualmente è di sviluppare una ottima aggiunta agli armamenti “nonkinetic” (non cinetici) ossia che non si affidano a esplosivi o a impatto di proiettili. Ricerche di questo tipo sono effettuate sia in USA che in Europa. Il radar sembra particolarmente efficace per distruggere I sistemi elettronici di missili balistici supersonici, missili acqua-aria o persino colpi di RPG sparati da uomini a piedi.” Alcuni radar da terra della AESA designati per diverse bande di frequenza, usano migliaia di piccoli trasmettitori-ricevitori, che permettono ai radar di compiere diverse funzioni simultanee. Questo le rende particolarmente adatte per essere utilizzate a riformulare lunghezze d’onda diverse per scopi differenti. Oltre a questo, i radar dell’AESA sono stati rimodulati sfruttando le microonde ad alto potenziale (high-power microwave, o HPM) scoprendo cosi le loro potenzialità come sistema difensivo. La differenza primaria da un radar normale è che i radar AESA producono un sostenuto impulso per alcuni microsecondi di una precisa frequenza, per creare un effetto con il quale le HPM produce un’onda di un secondo con un picco d’impulso superiore a un gigahertz di frequenza, come sostiene uno specialista di lunga data del Pentagono. Un raggio laser, tanto per fare un paragone, per ottenere la stessa intensità di energia deve rimanere puntato sul bersaglio per diversi secondi. Gli specialisti spiegano che questo è semplificare la materia, perché naturalmente sia i radar AESA e quelli HPM possono produrre una incredibile varietà di impulsi di diversa lunghezza e banda. Naturalmente, anche se lo scopo primario è quello di fondere i circuiti di guida di missili e apparecchi in volo, anche per la salute umana picchi di microonde di quella portata non sono salutari. “Potrebbe essere spiacevole per un essere umano trovarsi nella traiettoria di un raggio simile”, affermano i tecnici, “potrebbe causare pesanti ustioni. Dipende dalle frequenze usate, naturalmente. Il sistema in questione é cosi efficente che le modifiche in questione sono state già apportate ai radar di molte navi militari e caccia USA, come l’F/A-22 e il B-2 , mentre l’AESA sarà anche montato sul caccia F-35 Joint Strike Fighter.

Un’altro articolo, a firma di Bill Christensen, titola “Il Radar come il raggio della morte?”, ed è dell’ottobre 2005. Anche qui, si spiega come l’aviazione USA stia lavorando per trasformare i radar in autentici ‘cannoni a microonde’. Secondo il giornalista, tutto parte da una bizzarra storia, datata 1934, voci secondo le quali i nazisti, ancora prima della Seconda Guerra Mondiale, stavano studiando e sviluppando un “raggio della morte” basandosi sulla tecnologia dei radar. Robert Watson-Watt, un rinomato fisico, fu convocato dagli stati uniti per creare a sua volta un’arma simile. Egli affermò che era impossibile, ma che le onde del radar potevano essere invece utilizzate per localizzare l’arrivo di aerei nemici. Il radar da lui ideato divenne effettivo nel 1937, e fu un elemento vincente per gli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Adesso, invece, sembra che le recenti scoperte sulle microonde abbiano ridato credibilità alle ricerche dei nazisti. Le ricerche sui radar ora si associano quindi a quelle inerenti lo MTHEL – Mobile Tactical High Energy Laser, attualmente in sviluppo dall’US Army.

Adesso, é davvero così illogico ritenere che, dopo i radar, la marina USA non abbia deciso di apportare delle sostanziali modifiche anche ai sonar? Dopotutto, non è illogico ritenere che un apparecchio che funzioni in maniera non dissimile, possa essere adattato come i radar a svolgere funzioni di ‘armamento difensivo’, concentrando un fascio di onde in un punto preciso allo scopo di distruggere un sistema di guida, o addirittura uccidere delle persone. Perché, altrimenti, i responsabili della marina sostengono che queste nuove esercitazioni sono ‘indispensabili per la sicurezza nazionale?’ La domanda, basilarmente, è se i sonar possano essere modificati per questo scopo. Cerchiamo di approfondire le nostre nozioni sui sonar.

Il sonar, invenzione a due facce

Nel 1906, Lewis Nixon inventò il primo sonar di tipo passivo, come modo per identificare icebergs. Durante la Prima Guerra mondiale, la necessita di rilevare sottomarini fece aumentare l’interesse militare per i sonar. Già nel 1918, sia gli Stati Uniti che la Gran Betagna possedevano Sonar attivi. I sonar attivi creano un impulso sonoro, spesso chiamato “ping”, e poi si attende di leggere il risultato della riflessione dell’impulso. Per misurare la distanza da un oggetto, si calcola il tempo passato dall’emissione del segnale al suo ritorno. Per misurare la reale portata dell’oggetto che si sta monitorando, si usa un sistema di segnali multipli che ‘colpiscono’ l’oggetto in questione da angolazioni lievemente differenti, o persino da diverse navi, con un largo numero di idrofoni, e si ricomputa il tempo di andata e ritorno dei vari segnali formando così una mappatura fisica dell’oggetto, in un processo chiamato “beamforming”. Ovviamente non è difficile immaginare cosa possa provocare un sistema così potente e multiplo di segnali acustici subacquei su animali come delfini e cetacei, che si appoggiano completamente sulla percezione delle onde sonore per orientarsi e comunicare. I sonar usano frequenze basse e lente per le lunghe distanze, mentre quando c’è da definire un oggetto in movimento per le brevi distanze usano una frequenza molto più alta, che risulta ovviamente più dannosa per gli animali. Inoltre I sonar militari sono anche disegnati per essere stealth, cioè il segnale che emettono non deve essere facilmente rilevabile, ne consegue che il tipo di impulso potrà essere particolarmente alto, come una specie di ultrasuoni per intenderci. Alcuni animali, come balene e delfini, usano sistemi di localizzazione simili a quello dei sonar attivi per localizzare luoghi, predatori e prede.

È ormai certo che l’uso di sonar particolarmente potenti, come quelli militari, possa danneggiare il sistema di rilevamento di questi animali e confonderli, rendendogli impossibile cibarsi, accoppiarsi o addirittura facendoli arenare sulle spiagge. Un recente articolo della BBC estratto dalla rivista Nature ha scoperto l’effetto negativo che I sonar militari possono comportare sulle balene, causandogli malanni da decompressione troppo rapida, come accade talvolta ai sommozzatori. Nelle isole Bahamas nel 2000, un sistema di trasmissione utilizzato dall’United States Navy, funzionante a 230 decibel con un range di frequenza tra i 3 e i 7 kHz diede luogo allo spiaggiamento di 16 balene, sette delle quali vennero trovate morte. La marina degli stati uniti si prese la sua responsabilità per l’accaduto, in un rapporto pubblicato dal Boston Globe il primo Gennaio 2002. Dalle indagini degli ambientalisti, é emerso che un tipo di sonar molto diffuso, chiamato mid-frequency sonar, é da ricollegare a una autentica strage di cetacei negli oceani di mezzo mondo. Una causa venne aperta a Santa Monica, in California il 19 Ottobre del 2005, asserendo che la U.S. Navy aveva condotto esercitazioni sonar in aperta violazione di diverse leggi di tutela ambientale internazionale, come il National Environmental Policy Act, il Marine Mammal Protection Act, e l’Endangered Species Act. É lampante che tutti questi spiaggiamenti indicano l’utilizzo di una tecnologia particolarmente potente, forse troppo per essere solo la classica emissione sonar di ricezione che si conosce da anni. Quello che rende perplessi, ad ogni modo, è l’incredibile somiglianza tra il sistema sonar e quello di rilevamento e di comunicazioni dei cetacei.

Come comunicano i Delfini

Ma come fa una balena o un delfino, a utilizzare un sistema sonar così complesso in maniera naturale? La possibilità per un animale di sfruttare meccanismi di ecolocalizzazione per il movimento e la cattura del cibo, implica la presenza di organi altamente specializzati, in grado di emettere segnali sonori con particolari caratteristiche di frequenza, lunghezza d’onda e direzionalità. Contemporaneamente sono necessari organi in grado di ascoltare gli echi di ritorno da eventuali ostacoli nelle varie componenti armoniche, ed infine aree del sistema nervoso centrale capaci di analizzarne e interpretarne il significato. Nell’istituto di Ricerca Pesca Marittima di Ancona, alcuni ricercatori hanno compiuto delle ricerche approfondite in questo campo. Essi hanno compreso che i delfini dispongono di due modi di comunicazione acustica, i segnali a bassa frequenza (inferiori ai 20 kHz) per comunicare tra loro (intercomunicazione) e i segnali sonar, per “comunicare” con gli oggetti (autocomunicazione).

Il sistema di intercomunicazione è costituito dalla laringe (trasmettitore) e dai meati acustici (ricevitore). Analizzando l’intercomunicazione tra i delfini, il ricercatore si trova di fronte ad un flusso di segnali che differiscono nella loro complessità e che in qualche modo assomigliano al flusso del parlare umano. Sfortunatamente per questo tipo di segnali non c’è alcun modo di associare la complessità della forma dei segnali con il tipo di informazione che essi producono. Perciò, nonostante i molti studi (Ivanov V.V. e Toropov V.N., 1966; Markov V.I. e Ostravskaya M.V. e 1990) la chiave di questo tipo di comunicazione è ancora sconosciuta. Il sistema di autocomunicazione è costituito dal cosiddetto melone (trasmettitore) e dalla mascella. Il melone costituisce il sistema di trasmissione e la mascella il sistema di ricezione. I segnali emessi dai delfini per sondare il mondo che li circonda (oggetti, prede, predatori, altri delfini) sono di tipo impulsivo (segnali sonar), hanno durata variabile tra qualche microsecondo ed alcune decine di microsecondi, larga banda passante (circa 150 kHz, tipicamente da 20 a 170 kHz). Anche i segnali sonar hanno forma complessa, ma, a differenza dei segnali di intercomunicazione, la loro forma può essere associata in qualche modo al tipo di bersaglio che essi insonificano.

I delfini sono tra i più sociali degli animali, essi vivono in gruppi costituiti da decine e talora da centinaia di esemplari che si spostano, si riposano, cacciano, mangiano insieme con un comportamento correlato. I sensi che i delfini utilizzano per mantenere la struttura di branco sono probabilmente quelli acustici. La vista non è in grado di fornire immagini utili oltre una decina di metri e in ogni caso non può essere utilizzata di notte. Il senso dell’olfatto non sembra importante”, sostengono i ricercatori dell’Istituto di Ricerca Pesca Marittima di Ancona. “I segnali acustici di intercomunicazione consentono agli individui del branco di comunicare tra loro informazioni di base, come per esempio da che parte intendono girare (messaggio non più complesso di quello segnalato dalle frecce di un’auto). I segnali sonar danno agli individui del gruppo la possibilità di localizzarsi a vicenda, indicando quanto sono lontani l’uno dall’altro, e di rivelare, inseguire, e attaccare le prede in modo sincronizzato. Si può dire che i suoni costituiscono l’involucro che delimita il branco.”

Si può pensare al branco dei delfini come ad un raggruppamento di suoni (impulsi sonar), costituiti da una componente invariante che caratterizza il branco e una parte variabile, che caratterizza ogni individuo del branco (branco acustico). Quando nasce un cucciolo, il ruolo dei genitori nell’insegnargli il “dialetto” del branco è di vitale importanza. Inoltre il cucciolo deve sviluppare un suo proprio “timbro” che lo caratterizza entro il branco. Qualcosa di simile accade in certe specie di uccelli.

La saggezza dai mammiferi marini

La gentilezza d’animo, l’intelligenza e la bellezza dei delfini era celebrata già nell’antichità. Forse il caso più famoso è quello di Arione, un celebre musicista greco dell’età classica che si salvò fuggendo in mare sul dorso di un delfino dai marinai che volevano ucciderlo per impossessarsi dei suoi beni e, come offerta votiva agli dei per il suo miracoloso salvataggio, commissionò una statua che lo raffigurava proprio a cavallo di un delfino e la fece mettere nel tempio di Capo Tainaron, dove pare sia stata vista anche dal grande storico greco Erodoto. Secondo un altro mito greco, il dio Apollo considerava il delfino l’incarnazione della virtù pacifica e della felicità, e a volte non disdegnava di assumerne le sembianze (tra l’altro, quando fondò l’oracolo di Delphi, lo fece proprio in nome ed in onore del delfino). Inoltre, si riteneva che i delfini guidassero il passaggio sicuro all’oltretomba delle anime dei defunti. I greci, dunque, consideravano il delfino un essere sacro, oltre che un simbolo di creatività e di fortuna, e arrivavano a punire con la pena di morte chi osava ucciderne uno. Ma anche gli aborigeni di Mournington Island, nell’Australia settentrionale, ritenevano sacri i delfini, e i loro sciamani comunicavano telepaticamente con essi per sfruttarne i poteri terapeutici.

Le qualità terapeutiche dei delfini oggi sono così note – anche se non sempre accettate dagli ambienti accademici – da essere nata una autentica branca del settore: la delfinoterapia. Particolarmente significativa, in questo senso, è l’esperienza di Debbie Jameson, una giovane signora inglese che da qualche anno era entrata in una fase di depressione così profonda da farle pensare al suicidio. Sentì parlare di Freddie, il delfino amichevole che viveva al largo delle coste inglesi di Amble e regalava la sua gioia di vivere alle persone che lo avvicinavano, e decise di andarlo a trovare. Il commovente incontro é riportata nel libro “Delfini guaritori” di Horace Dobbs “Lui mi venne incontro e descrisse un cerchio intorno a me, poi risalì e mi guardò dritto negli occhi mentre mi passava accanto; mi sembrò che stesse guardando direttamente nella mia anima. Dovetti superare l’esame, perché poi ricomparve mostrandomi la pancia bianca, perché la grattassi. La mia prima esperienza con questa creatura meravigliosa era completamente avulsa dal tempo, libera da ogni limite; per la prima volta, da tempo immemorabile, sorridevo e ridevo dal profondo del cuore. Freddie mi aveva accettata e mi amava per la semplice ragione che egli così voleva, senza alcun vincolo. Quando uscii dall’acqua ero in estasi, con lacrime di gioia e di amore che mi scorrevano sul viso”. I delfini si sono rivelati efficaci nella cura delle persone afflitte da forme anche gravi di depressione (come la signora inglese citata) e soprattutto dei bambini autistici, poiché sembra che possiedano la straordinaria capacità di stimolarli a comunicare. Secondo lo studioso francese Michel Odent, ciò è dovuto al fatto che “mentre gli animali domestici non tentano l’approccio se qualcuno si mostra insensibile verso di loro, i delfini non si arrendono mai, rimangono sempre disponibili, allegri e pronti a fare amicizia”. Negli Stati Uniti, i ricercatori del Dolphin Plus Centre di Key Largo, in Florida, hanno sottoposto alla delfinoterapia anche malati terminali, paraplegici, persone che hanno patito gravi amputazioni, nonché ragazzi ciechi e sordociechi. Si è rilevato che il contatto con i delfini può aiutare anche chi non riesce a rassegnarsi ad un lutto particolarmente grave. Inoltre, secondo lo studioso russo Igor Tcharkovsky, che ha offerto ad alcune donne incinta la possibilità di nuotare con dei delfini nel Mar Nero, questi mammiferi marini, grazie alle loro capacità di comunicazione telepatica, sarebbero in grado di trasmettere al feto alcune delle loro conoscenze e di insegnargli a non aver paura dell’acqua. Sembra che le femmine dei delfini siano particolarmente interessate alle donne incinta, e Tcharkovsky afferma che sono anche capaci, durante un parto sott’acqua, di portare il neonato in superficie.

L’espressione di energia attraverso le vibrazioni sonore é qualcosa che gli antichi conoscevano bene. In tutte le tradizioni sciamaniche antiche, si espletavano riti di guarigione attraverso la pronuncia di sillabe sacre, le cui vibrazioni, attraversando il corpo della persona in questione, apportavano notevoli benefici psichofisici. I recenti studi in materia hanno portato alla nascita di branche come la musicoterapia, data l’effettiva reazione positiva del fisico di persone con problemi di vario genere all’ascolto di musiche studiate ad hoc. Nel novero di queste analisi, appare chiaro che lo studio dell’effetto del canto di balene e delfini sull’organismo umano, anche se ancora nei primi passi, sta fornendo dei risultati assolutamente incoraggianti.quantistica

Delfini e Balene, esseri spiritualmente evoluti

“I delfini sono saggi”, aggiunge John Hunt, un procuratore londinese la cui vita è stata cambiata dai delfini. “La loro saggezza ha a che fare con la comprensione dell’interconnessione di tutte le cose. In qualche modo, in questa comprensione risiede la vera guarigione del corpo e dello spirito”. Tra l’altro, molte persone sono convinte che i delfini stiano cercando di aiutarci a proteggere il nostro pianeta dalla distruzione. Come la studiosa Annalisa Solla, inglese di origine italiana, che dopo aver letto un libro sui delfini cominciò a sognarli regolarmente, fino ad avere la precisa sensazione che il loro compito sulla Terra fosse quello di guidare gli esseri umani, allontanandoli dall’autodistruzione. Altri pensano addirittura che in essi alberghino intelligenze extraterrestri venute ad annunciarci delle verità su noi stessi. Secondo il dottor Dobbs, i delfini potrebbero addirittura aver già compiuto un percorso evolutivo che l’uomo deve ancora intraprendere: come i delfini – che un tempo, in quanto mammiferi, erano animali di terra – si sono evoluti in creature marine, così l’uomo potrebbe essere destinato a fare lo stesso. Uno dei più grandi studiosi del mare, il francese Jacques Cousteau, ha scritto che il vero “peccato originale” del mito biblico è la forza di gravità e che, dunque, la redenzione sarà possibile soltanto quando gli esseri umani potranno far ritorno all’acqua. Anche il professor Tcharkovsky è convinto che gli esseri umani siano mammiferi pronti a ritornare al loro ambiente acquatico.

Michel Odent ha approfondito, nel suo libro “L’acqua e la sessualità”, l’ipotesi del professor Hardy, trovando a sostegno di essa delle particolari caratteristiche umane che non si ritrovano tra i mammiferi di terra in generale, e tra i primati in particolare, e sono invece condivise da quelli marini. Per esempio, la mancanza di pelo, comune alla maggior parte dei mammiferi marini. Poi lo strato di grasso sottocutaneo, che protegge questi ultimi dal freddo e li mantiene a galla con maggior facilità, nonché le lacrime e la sudorazione, due fenomeni di perdita di acqua e di minerali spiegabili se si pensa all’essere umano come ad un primate adattato ad ambienti marini, in cui tali elementi sono presenti in grande quantità. Inoltre, l’uomo è l’unico primate attratto dall’acqua e capace di immergersi in essa, mentre le scimmie la temono. Anche la sessualità unisce l’uomo al delfino. Questi ultimi, infatti, si accoppiano frontalmente e hanno un’attività sessuale molto intensa non finalizzata esclusivamente alla procreazione. Infatti, le femmine dei delfini, come le donne, possono avere rapporti sessuali in qualsiasi momento del ciclo mestruale, anche più volte al giorno durante tutto l’anno. Anche la corteccia cerebrale, ritenuta responsabile delle funzioni intellettuali superiori, copre una porzione maggiore del cervello dei delfini rispetto a quello umano: il 97,8% contro il 95,9%. E come negli uomini, gran parte della corteccia cerebrale dei delfini non si limita ad analizzare le informazioni fornite dagli organi sensoriali. Anche loro insomma, liberi da preoccupazioni di ordine pratico, sarebbero in grado di pensare. E non solo. In seguito a studi approfonditi, il celebre scienziato americano John Lily ritiene che i delfini siano naturalmente orientati verso direzioni che si potrebbero definire spirituali e siano anche in grado di raggiungere facilmente degli stati di meditazione. Più si studiano i delfini e le balene, e più scopriamo cose su noi stessi, a tutti i livelli. Forse il loro canto, come sostengono gli aborigeni, è davvero un mantra universale, una sorta di preghiera della creazione che tiene il mondo unito anche nei momenti di difficoltà. Se davvero Dio ha creato il mondo con un suono, la vibrazione celestiale che lo mantiene in ordine è un suono profondo, maestoso, dai mille significati e dalle proprietà rigenerative, come il canto delle balene. Contrapporre a questo suono, a questa vibrazione armonica, un suono distorto e bruciante come quello dei sonar, prodotto artificialmente da dei macchinari nati per distruggere, e con questo rumore addirittura uccidere le balene e danneggiare il mare, mi sembra uno dei peccati peggiori che l’uomo possa fare. La vita, nel tempo viene dal mare e al mare torna. Sarebbe il caso di trattare con più rispetto e attenzione delle creature così antiche, belle e misteriose, forse portatrici di quella conoscenza primeva sull’universo che ci potrebbe davvero rendere tutti liberi.

FONTE http://www.strangedays.it/ScienzadelFuturo/baleneeradar.html

Ocean Acoustic (Sound) Monitoring – The “Secret Weapon” of Undersea Surveillance

 

 

 

 

 

 

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