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Questo scenario apocalittico e allarmante purtroppo è in realtà basato su dati scientifici, è stato dipinto da un team internazionale di ecologisti ed economisti oltre che pubblicato su riviste autorevoli che non sono solite pubblicare spazzatura. I risultati di questo studio datato originariamente 2006 sono più che allarmanti e prevedono che entro il 2048 negli oceani non ci saranno più tutte le specie marine che noi conosciamo e che anche (in parte) consumiamo. Nelle ultime settimane i risultati di questo studio stanno rimbalzando in modo virale su internet riportando il problema all’attenzione di tutti. Le cause sono presto individuate nella pesca eccessiva ed indiscriminata (si pesca troppo nei nostri mari), perdita degli habitat marini, inquinamento e soprattutto nei cambiamenti climatici che provocano una rapida acidificazione degli oceani. … Leggete QUI

Nel frattempo le cose non sono migliorate. Lo studio non parla di una realtà denunciata da Giulietto Chiesa nel 1993

I MARI DI RUSSIA, UNA BOMBA NUCLEARE

Dossier Segreto: pattumiere di scorie per 30 anni

La Stampa- Giulietto Chiesa (articolo del 1993)

Il »libro bianco è posato sul tavolo di Valerij Menshikov, vicepresidente del Comitato per l’ecologia e l’uso razionale delle risorse naturali del Soviet Supremo dell’Urss. Sulla copertina il titolo anodino delle relazioni scientifiche: »Fatti e problemi delle discariche di scorie nucleari nei mari che bagnano la Federazione Russa . Ed è con un certo orgoglio che il deputato democratico Menshikov, fervente sostenitore di Boris Eltsin mi mostra il volume di 108 pagine. »E’ la prima volta che, grazie al decreto del Presidente di Russia del 24 ottobre 1992, riusciamo a pubblicare tutti i nostri segreti. Terribili per la verità. Ma è un passo importante. Eltsin ha ordinato a tutti i ministeri, Difesa, Energia Atomica, Sanità, Trasporti ecc., di consegnare i dossier top secret connessi con i residui nucleari. E li abbiamo ottenuti, anche se c’è volutà una grande battaglia .

Menshikov comunque precisa: »Ouesto che vede è solo un segmento del problema, quello che riguarda ciò che di radioattivo è stato gettato in mare, solido e liquido. Il resto è ancora da investigare. Ma, come vedra, ce n’è di che far rizzare i capelli in testa . La commissione speciale ha lavorato da quell’ottobre 1992 fino al marzo di quest’anno. E ora sappiamo che tuttl i mari dell’estremo Nord (Barents, Kara, Bianco) e dell’estremo Oriente russo (Okotsk, del Giappone, Oceano Pacifico) sono diventati in questi 30 anni, dal 1959 circa a oggi, due vere e proprie pattumiere nucleari. In violazione, per altro delle norme internazionali esistenti. Che erano poche e poco vincolanti, ma che comunque costituivano una barriera alla follia.

Vladimir Karasiuk è stato uno degli animatori di questa indagine. Il suo ufficio al Cremlino è tappezzato di carte nautiche con strani segni, come quello di Menshikov alla Casa Bianca.

»Vede, la nostra è un autodenuncia: abbiamo messo in chiaro le irresponsabilità del regime Comunista Ma non vorrei che lei pensasse che l’Urss è l’unica a inquinare. Lo hanno fatto tutti, chi più, chi meno. Noi di più Menshikov, anche lui, aveva esordito con una considerazione generale: »La guerra fredda politica è finita, grazie a Dio, ma le sue conseguenze tecnologiche non sono finite affatto, ce le porteremo dietro per decenni.

Anzi cominciamo solo ora a renderci conto dei pericoli che abbiamo accumulato e non sappiamo come farvi fronte .

Un’occhiata alle carte fa devvero rizzare i capelli in testa. In tutto, l’Urss ha scaricato nei suoi mari del Nord (senza tenere conto delle perdite dei depositi a terra degli incidentl nucleari di vario genere) rifiuti solidi radioattivi per 2,3 milioni di curie. E di rifiuti liquidi per 24.000 curie. Nei mari dell’estremo Oriente le cifre corrispondenti danno un »indice di attività rispettivamente di 6200 e 12.300 curie. Per farsi un’idea di cosa significano questi numeri basta ricordare che 15 microcurie per chilometro quadrato sono considerati il limite massimo sopportabile per un organismo vivente. E un microcurie è un milionesimo di curie. »Oltre questi livelli dice Menshikov le autorità responsabili devono ordinare l’evacuazione delle popolazioni .

Certo i chilo«metri quadrati del mare sono tanti. Ma la questione è: cosa sta succedendo in quelle acque? E quali effetti sono già registrabili? Non c’è risposta per il momento. Le prime spedizioni stanno partendo in queste settimane. E si tratta davvero delle prime, vere ricerche, perché tutte le rilevazioni effettuate dopo il 1967 (prima non se ne facevano del tutto) toccarono soltanto bacini che si trovavano da 50 a 100 chilometri di distanza dalle zone dove i rifiuti nucleari erano stati gettati in mare. In altri termini, da 25 anni nessuno misura i livelli radioattivi.

Ma cosa si gettava in mare? Menshikov appare meno preoccupato per quanto concerne i 14.000 contenitori di residui solidi. »C’è tempo dice anche se la corrosione marina svolge la sua opera. E anche se non si è certo andati per il sottile. I contenitori venivano fatti di semplice metallo, senza particolari accorgimenti. Comunque, anche quando cominceranno a rompersi, la diffusione dei radionuclidi sarà circoscritta ai luoghi dove si trovano perchè i pezzi di motore, gli attrezzi, i rivestimenti dei reattori e tutto il materiale irraggiato che contengono non si sposterà. Anche se le correnti marine, certo, distribuiranno i radionuclidi in zone molto vaste .

Ma in mare ci sono finite, e ci finiscono ancora, anche le acque e i liquidi di ogni genere che entrano a contatto con i reattori nucleari nel corso dell’utilizzazione. E queste entrano immediatamente in circolo. Quali effetti esse producono sul ciclo mare-plancton pesce non è ancora noto.

E c’è anche di peggio. Nei mari del Nord, a bassa profondità, si trovano ben 9 reattori di somrmergibili nucleari affondati in epoche diverse. Altri tre sono vicino alle rive dell’Estremo Oriente. Li si affondava in vario modo: tutti interi, insieme al sottomarino, dopo averli riempiti di uno speciale cemento vetrificante. Oppure si tagliavano con la fiamma ossidrica i reparti motori (altamente radioattivi) e si affondavano questi ultimi, recuperando il resto. Ma questa era la situazione per così dire normale. Che fare quando il sommergibile entrava in avaria e non c’era il tempo e la possibilità di »tagliarlo ? Lo si affondava così com’era. Ci sono sette sottomarini nucleari, nei mari di Barents e di Kara, che sono stati affondati in tutta fretta, senza neppure estrarre dai reattori il materiale fissile. A questi va aggiunta una parte dei distributori di calore (circa 150) del rompighiaccio atomico »Lenin , che era troppo pericoloso estrarre e che furono affondati cosi com’erano.

Il rapporto non lascia molte speranze e non fornisce troppi chiarimenti. Non può. Quale sia la composizione in radionuclidi di questi relitti non è noto. Per saperlo ci vorrebbe un enorme lavoro di ricostruzione dei regimi di utilizzazione di ognuno d questi reattori. Lo si è fatto solo per il »Lenin che, quando fu affondato, aveva un livello di attività di circa 100.000 curie. Ma possibile insisto che nessuno si sia preoccupato per tempo d valutare gli effetti? Menshikov allarga le braccia: »C’era la corsa agli armamenti. Non si andava troppo per il sottile. E c’era lo sviluppo dell’energia nucleare; scopi pacifici, centrali elettriche, rompighiaccio. In un primo tempo si vollero vedere solo vantaggi, poi, con la guerra fredda, la questione venne accantonata e fu presa la decisione più semplice: gettare in mare i rifiuti .

Il rapporto ricostruisce questa storia di ordinarie follie quotidiane. Fino al 1965 la marina militare si »regolava da sola.

I comandi autorizzavano lo scarico di residui liquidi radioattivi più di dieci miglia dalle rive per i contenitori di residui solidi non erano previste precauzioni particolari, e potevano essere gettati a mare in pratica dove faceva comodo. Solo dopo il 1979 appaiono le prime circolari segrete che almeno imponevano di registrare con precisione zone di scarico. Insomma: dal 1959 al 1975 dice il rapporto, il tutto avveniva spontaneamete . E dal 1976 tutte le regole che la comunità internazionale si era data alla Convenzione Londra (1972) »furono violate consapevolmente e reiteratamente .

Un’occhiata alle cartine è sufficiente per rendersene conto. A Londra i paesi nucleari si erano messi d’accordo su quattro principi:

a) depositare i rifiuti al di fuori delle piattaforme continentali b) a profondità superiore a 4000 metri; c) solo all’interno della fascia di 50 gradi di latudine Sud e 50 gradi di latitudine Nord, d) a più di 200 miglia dalle coste. In pratica tutte le discariche nucleari dell’Urss vio lano tutti e quattro i princi. Quanto tempo abbiamo per »parare il colpo di questa pazzesca irresponsabilità? Menshikov si stringe nelle spalle. Bisogna prima di tutto fare un inventario delle situazioni e andare vedere per esempio in che stato sono relitti e containers. Possono essere dieci, venti anni seconda delle condizioni del mare, delle correnti e di molti al fattori . Costi? »Immensi, incalcolabili. Le sole ricerche sono di fuori della portata della nostra economia questo è certo. Non parlo delle contromisure: quelle sono astronomiche. E poi il pericolo cresce. Adesso i sub nuclearinon li affondiamo più. Ce ne sono già trenta, fuori servizio, attraccati in certi porti militari in attesa di soluzione. Ma la soluzione non c’è, nessuno ce l’ha. E a fine secolo saranno cento e più, perché quelli in servizio hanno in media un tempo d’uso di 25 anni. Poi restano lì a irraggiare e non c’è modo di liberarsene. E poi i trattati Start prevedono un certo numero di smantellamenti. E poi ci sono le centrali nucleari intere, che dopo 30 anni bisogna chiudere. Insomma è un problema immenso. Forse abbiamo tempo per risolverlo? Menshikov questa volta non si stringe nelle spalle. Gli si aggrotta la fronte. »Lei ha certo sentito parlare del Komsomolets . Infatti. Affondò il 7 aprile 1989 con 42 persone a bordo. A 300 chilometri da riva al confine tra il Mare di Barents e il Mare di Norvegia, in una delle zone più pescose del mondo. Ora è una bara avveelenata che giace a 1700 metri di profondità. Non c’è pericolo di esplosione ma nella zona attiva del reattore ci sono 42.000 curie di stronzio 90 e 55.000 curie di cesio 137. Il corpo del sommergibile era in lega di titanio: molto resistente alle sollecitazioni meccaniche, ma molto vulnerabile alla corrosione. Ed era armato con testatenucleari, che contengono plutonio 239. E il plutonio non è solo radioattivo ha anche un’elevatissima tossicità chimica. Le spedizioni hanno permesso di scoprire che le falle hanno portato l’acqua marina a contatto con le testate. Tirarlo fuori è impresa molto ardua. Potrebbe rompersi. L’uscita del plutonio dovrebbe cominciare tra il 1995 e il 1996. Menshikov si passa una mano sulla fronte: »Abbiamo tempo due anni e non sappiamo cosa ci aspetta .

Giulitto Chiesa

FONTE http://www.radioradicale.it/exagora/mari-di-russia-una-bomba-nucleare


Non solo i mari russi

Dal 1946 al 1993, tredici paesi (quattordici, se l’URSS e la Russia sono considerati separatamente) hanno utilizzato lo smaltimento negli oceani e quindi lo scarico oceanico come metodo per disfarsi dei rifiuti nucleari. I materiali includevano scorie liquide che solide  in vari contenitori, così come i reattori, con e senza combustibile nucleare esaurito o danneggiato. Dal 1993, lo smaltimento negli oceani è stato bandito dai trattati internazionali. (Convenzione di Londra (1972), convenzione di Basilea, MARPOL 73/78)

 

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